La Sicilia ha subito per oltre vent’anni una gigantesca sottrazione silenziosa di risorse, stimata da numerosi studi in decine di miliardi all’anno. Meno infrastrutture, meno sanità, meno trasporti, meno scuola, meno investimenti pubblici. Una frattura che complessivamente ammonterebbe a circa 1600 miliardi di euro sottratti al Mezzogiorno dall’inizio degli anni Duemila. Come se non bastasse, si vorrebbe completare questo processo attraverso l’autonomia differenziata, sostenuta da esponenti di quel ceto politico siciliano che avrebbe dovuto difendere lo Statuto autonomistico. Un progetto che, senza prima avere definito e finanziato i Lep (Livelli essenziali di prestazione), rischia di trasformarsi nella secessione dei ricchi realizzata per via amministrativa. La Sicilia possiede già uno Statuto speciale che, se pienamente applicato, garantirebbe strumenti di autogoverno più avanzati di molte richieste delle regioni del Nord. E il divario con il Nord è una scelta della politica
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

qui in basso, un titolo storico del “Corriere della Sera”: in mezzo secolo, il recupero del divario Nord-Sud non si è colmato affatto e si allontana ancora di più
► Il 15 maggio la Sicilia celebra la propria Autonomia, ma da ottant’anni questa data assomiglia sempre più a un paradosso della storia repubblicana: si festeggia ciò che non è mai stato concesso fino in fondo, si onora un potere che troppo spesso non è stato esercitato, si rappresenta un’Autonomia progressivamente svuotata. Lo Statuto Speciale del 1946 non è fallito: è stato sabotato. Non da un destino astratto, ma da responsabilità politiche precise. Da governi nazionali che hanno trattato la Sicilia come una periferia da amministrare più che come una terra cui riconoscere pienamente i diritti sanciti dalla Costituzione. E da una parte della classe dirigente siciliana che, una volta oltrepassato lo Stretto, ha smesso di rappresentare davvero la propria Isola.
A Roma hanno votato tutto tranne ciò che serviva alla Sicilia, hanno difeso gli equilibri dei partiti invece delle prerogative dello Statuto, hanno scambiato l’Autonomia con la carriera, la dignità con l’obbedienza, il futuro dell’Isola con la convenienza personale. Così l’Autonomia speciale è stata lentamente depotenziata: competenze non attuate, risorse negate, diritti compressi, infrastrutture rinviate, continuità territoriale dimenticata. Eppure, puntualmente, ricompare la narrazione più comoda: la colpa sarebbe dello Statuto, non di chi lo ha tradito. È il più grande capolavoro di autoassoluzione della politica, perché accusare il testo significa evitare di accusare i responsabili. Per decenni le classi dirigenti hanno rinunciato ai poteri fiscali previsti dallo Statuto, non hanno preteso integralmente il gettito dovuto alla Regione, non hanno difeso organi fondamentali come l’Alta Corte prevista originariamente dall’impianto autonomistico, non hanno mai imposto allo Stato il rispetto pieno del patto costituzionale sancito nel 1946.
La riforma del Titolo V della Costituzione del 2001 ha aggravato ulteriormente questo squilibrio. I Livelli Essenziali delle Prestazioni Lep) avrebbero dovuto garantire uguali diritti civili e sociali a tutti i cittadini italiani: indipendentemente dal territorio in cui vivono. Ma quei Lep non sono mai stati realmente definiti e finanziati. Nel frattempo si è consolidato il criterio della spesa storica: lo Stato ha continuato a distribuire risorse sulla base di quanto già si spendeva nei territori più forti. Il risultato è stato devastante. Il Sud e la Sicilia hanno subito per oltre vent’anni una gigantesca sottrazione silenziosa di risorse, stimata da numerosi studi in decine di miliardi ogni anno. Meno infrastrutture, meno sanità, meno trasporti, meno scuola, meno investimenti pubblici. Una frattura che complessivamente ammonterebbe a circa 1600 miliardi di euro sottratti al Mezzogiorno dall’inizio degli anni Duemila. E mentre tutto questo accadeva, la Sicilia continuava a dare più di quanto ricevesse. Ha prodotto energia per il Paese intero, ha ospitato raffinerie, poli petrolchimici, servitù industriali e infrastrutture strategiche nazionali. In cambio ha ricevuto inquinamento, precarietà, marginalità economica e devastazione ambientale.
È largamente noto che la Sicilia generi energia senza beneficiarne pienamente, produca ricchezza senza trattenerla, sopporti vincoli e servitù senza ricevere ristori adeguati. E lo Statuto avrebbe potuto almeno in parte impedirlo, se fosse stato applicato con coerenza e determinazione. Ma non è stato fatto. Non soltanto per incapacità, ma spesso per convenienza politica. Perché un’Autonomia vera avrebbe imposto responsabilità, competenza, capacità amministrativa e visione strategica. Molto più semplice lasciare lo Statuto morire lentamente, trasformarlo in un simbolo innocuo, in una celebrazione rituale priva di conseguenze concrete. Così oggi, mentre nelle scuole si organizzano attività didattiche per spiegare agli studenti la storia dell’Autonomia, la realtà continua a smentire la retorica ufficiale: ciò che lo Statuto promette, la politica non realizza. E come se non bastasse, si vorrebbe completare questo processo attraverso l’autonomia differenziata, sostenuta perfino da esponenti di quel ceto politico siciliano che avrebbe dovuto difendere integralmente lo Statuto autonomistico. Un progetto che, senza prima avere definito e finanziato integralmente i Lep, rischia di trasformarsi nella secessione dei ricchi realizzata per via amministrativa.

Il paradosso è enorme: la Sicilia possiede già uno Statuto speciale che, se pienamente applicato, garantirebbe strumenti di autogoverno ben più avanzati di molte richieste avanzate dalle regioni del Nord. Ma invece di pretendere il rispetto integrale di quello Statuto, troppi rappresentanti siciliani hanno preferito l’obbedienza ai partiti nazionali alla difesa della propria terra. Per questo il 15 maggio non dovrebbe essere soltanto una celebrazione rituale, ma una giornata di verità politica e civile. Per ricordare che l’Autonomia siciliana non è un privilegio folkloristico, ma un diritto costituzionale mai pienamente attuato. La Sicilia non ha bisogno di retorica. Ha bisogno di una classe dirigente capace di pretendere il rispetto dello Statuto, di superare il criterio della spesa storica, di difendere il principio di perequazione e di riaffermare che la Repubblica è una e indivisibile soltanto se garantisce uguali diritti e uguale dignità a tutti i cittadini italiani. Perché il divario tra Nord e Sud non è una fatalità geografica. È il prodotto di precise scelte politiche. E ciò che è stato costruito dalla politica può essere cambiato soltanto dalla politica. © RIPRODUZIONE RISERVATA
