Fondi ministeriali usati come clava per un cinema coraggioso che si fa denuncia e memoria, e che si struttura per mantenere viva la libertà di espressione. La Francia ha fatto altre scelte già da ottant’anni, con il mitico Centre national du cinéma et de l’image animée, anche conosciuto come Cnc. E i risultati si vedono: «Se in Francia oggi ci sono più registe e registi che in Italia, mentre una volta era il contrario, è perché con Berlusconi la tv ha preso il sopravvento mentre noi siamo riusciti a proteggere una diversità forte», ha affermato il regista francese Cédric Klapisch. I nostri vertici ministeriali sono invece nel pallone o asserviti, abbruttiti e addomesticati dagli ottusi condizionamenti del potere politico di turno 


◆ L’articolo di ANNALISA ADAMO AYMONE

Abbruttiti, addomesticati e umiliati dal potere. Questa in sintesi è stato il “j’accuse” allo stato attuale del cinema italiano lanciato dall’attrice Matilda De Angelis alla premiazione dei David di Donatello 2026. Un monito per rimettere al centro la Cultura senza piegarsi a logiche di mercato, a quelle politiche e del potere che con la Cultura non hanno a che vedere. Nel sottolineare l’agonia che il mondo del cinema attraversa da anni, la De Angelis non ha dimenticato di fare cenno ai lavoratori e lavoratrici, che giornalmente si ritrovano sul fronte a combattere difficoltà e mancanze che tolgono senso al lavoro artistico. «Il cinema deve essere pulito, onesto, sociale e politico e una storia d’amore – ha detto – che come l’arte è un atto creativo per eccellenza e crea un’eredità». 

A pochi giorni da questa denuncia a sipario aperto, uno scossone ha colpito il ministero della Cultura italiano quando il suo vertice, Alessandro Giuli, ha radiato alcuni componenti dello staff in seguito a quanto accaduto sia alla Biennale d’Arte di Venezia sia ad alcune eclatanti esclusioni dai fondi ministeriali, come ad esempio “Tutto il male del mondo” su Giulio Regeni. Ma al di là del clamore recentemente causato dalle decisioni della Commissione, c’è chi pensa che da tempo ormai in Italia non c’é più spazio per il cinema indipendente e autoriale, quel cinema coraggioso che non solo si fa denuncia e memoria ma che si struttura per mantenere viva la libertà. «È più facile che un cammello passi per la cruna di un ago, che una produzione indipendente, senza padrini, amici, conoscenze, appartenenze, etc. entri nel regno dei finanziamenti ministeriali», aveva detto Mimmo Mongelli, all’indomani delle clamorose esclusioni dai finanziamenti del ministero. «Molte erano però meritevoli, anche tra le escluse e oserei dire – ha affermato nel suo intervento pubblico su Lsd Magazine – che altrettanto certamente, molte delle ammesse non erano per niente meritevoli (lo dicono gli stessi esponenti politici e amministrativi del ministero), tanto che ci sono state delle dimissioni da parte di illustri membri della stessa commissione, in aperto dissenso. A riguardo però, la singolarità è che l’attenzione sulle esclusioni si è risvegliata innanzitutto attorno a casi eclatanti, che di certo non meritavano questa cattiva sorte (vedi il documentario su Giulio Regeni, l’ultima sceneggiatura di Bernardo Bertolucci)». 

Le dimissioni in seno alla Commissione giudicatrice del noto critico cinematografico Mereghetti e del consulente editoriale Massimo Galimberti, infatti, hanno ulteriormente sottolineato lo sdegno e la mancanza di una visione oggettivamente condivisa. «Se fosse stato finanziato il film su Regeni e quello con la sceneggiatura di Bertolucci – chiede Mongelli nel suo editoriale – la sorte del cinema italiano e in particolare di quello indipendente (cioè quello che non ha molte risorse economiche, ma è spesso ricco di idee e di talenti Italianissimi!), di frequente scartato dalle inclite commissioni (ora, ma anche prima e forse ancora dopo…), da qui in poi sarebbe stata gloriosa?». 

Da più parti arriva l’istanza di creare in Italia un ente specializzato per promuovere il cinema indipendente italiano soprattutto all’estero, sviluppando reti internazionali e opportunità di distribuzione globale, per valorizzare la specificità delle opere cinematografiche italiane rispetto ai prodotti seriali. In Francia la situazione è ben diversa, grazie anche alla presenza del mitico Centre national du cinéma et de l’image animée, anche conosciuto come Cnc, denominato fino al luglio 2009 Centro Nazionale di Cinematografia. È un ente amministrativo pubblico francese, dotato di personalità giuridica e di autonomia finanziaria, creato dalla legge del 25 ottobre 1946 per promuovere la diversità culturale e la creazione artistica, gestire la regolamentazione cinematografica, sostenere le industrie cinematografiche, audiovisive e multimediali, promuovere il cinema e i media audiovisivi presso tutti i pubblici e proteggere e diffondere il patrimonio cinematografico. 

Il regista francese Cédric Klapisch, intervistato dal giornale L’Espresso, a tale proposito ha detto: «quella del tax credit è una battaglia industriale e culturale che tutti i Paesi europei devono far propria. Da noi non c’era fino a una decina d’anni fa, così tutti andavano a girare in Belgio o in Lussemburgo, che invece avevano adottato questo incentivo fiscale. Ultimamente si è parlato di abbassarlo, ma il cinema si è sollevato ed è rimasto al 30 per cento. Il nostro mestiere è fortemente legato a problematiche industriali, dunque politiche. E le scelte politiche hanno ripercussioni dirette sulla creatività di un Paese. Se in Francia oggi ci sono più registe e registi che in Italia, mentre una volta era il contrario, è perché con Berlusconi la tv ha preso il sopravvento mentre noi siamo riusciti a proteggere una diversità forte». Forse è ora che il cinema, quello coraggioso, torni ad essere non solo un dibattito tra i tanti ma una priorità sul tavolo della politica, perché difendere il cinema significa difendere una dimensione fondamentale dell’umano. In un momento come questo, in cui guerre fratricide si consumano in tutto il mondo, far assumere al cinema una nuova prospettiva significa consentire di far assumere all’uomo (al cittadino) una coscienza critica nuova. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È stata dirigente degli Affari Generali, Istituzionali e Legali, dell’Archivio Storico, del Patrimonio e dei servizi Appalti e Contratti del Comune di Taranto, occupandosi di una delle più complesse macchine amministrative pubbliche nel periodo successivo al dissesto dell’ente, curandone altresì i rapporti istituzionali ed i rapporti interni. È stata successivamente vicepresidente di una delle più grandi aziende pubbliche di rifiuti ed altresì assessore agli Affari Generali, all’Ambiente e alla Legalità, alle Risorse umane dello stesso Comune di Taranto. Formatrice e docente, attualmente scrive per la testata nazionale “Italia Libera” di cultura, ambiente, politiche pubbliche e democrazia.