
L’idea dello studente come “allodola” da attirare con uno slogan efficace o un volto iconico appartiene a un marketing commerciale ormai superato. I giovani di oggi sono “nativi critici”: vivono immersi nell’informazione, sanno navigare tra i dati e sono perfettamente in grado di trovare e leggere le statistiche che misurano il valore reale di un Ateneo. Ai futuri studenti non servono solo “storie” del passato, servono strutture adeguate, laboratori all’avanguardia, servizi efficienti e un corpo docente capace di interpretare la contemporaneità. L’Università è il luogo dove si insegna a distinguere una fonte da una suggestione; se l’Ateneo usa la suggestione come esca pubblicitaria, rischia di indebolire la propria autorevolezza. Ma l’inciampo può diventare un’opportunità: i giovani non cercano testimonial, cercano maestri e strumenti per costruire, con i dati alla mano, il proprio domani

◆ La riflessione di MARIA LODOVICA GULLINO
► Questa riflessione non nasce per alimentare una polemica estemporanea, ma matura da un’osservazione che porto avanti da tempo sul modo in cui le Università cercano di attrarre nuovi studenti. L’episodio che ha coinvolto l’Università degli Studi di Torino — utilizzando la figura di Primo Levi nella sua campagna pubblicitaria in modo considerato dai più non appropriato — è stato solo l’innesco per dare forma a questi pensieri. Parlo con il rammarico e il rispetto di chi in UniTo ha studiato e prevalentemente lavorato: l’Ateneo resta per me un riferimento affettivo e professionale, ed è proprio per questo che sento il bisogno di riflettere su come la comunicazione istituzionale stia rischiando di smarrire la propria missione.

I giovani come “nativi critici”: oltre lo specchietto per le allodole
L’idea dello studente come “allodola” da attirare con uno slogan efficace o un volto iconico appartiene a un marketing venatorio ormai superato. I giovani di oggi sono “nativi critici”: vivono immersi nell’informazione, sanno navigare tra i dati e sono perfettamente in grado di trovare e leggere le statistiche che misurano il valore reale di un Ateneo. Cercare di catturare la loro attenzione con la sola suggestione emotiva significa sottovalutare la loro capacità di analisi. Un ragazzo non sceglie un percorso di studi perché “anche la sua storia inizia qui” come quella di un Nobel, ma perché cerca risposte concrete al suo bisogno di formazione.
Dalle glorie del passato alle necessità del presente
L’Università ha certamente il diritto, anzi il dovere, di ricordare i propri figli illustri, ma non può usarli come “scudi reputazionali” per coprire le sfide del presente. Ai futuri studenti non servono solo “storie” del passato, servono strutture adeguate, laboratori all’avanguardia, servizi efficienti e un corpo docente capace di interpretare la contemporaneità. La comunicazione dovrebbe spostarsi dall’aspirazionale (chi potresti diventare) al documentale (cosa ti offriamo per diventarlo). Una grande storia accademica è un punto di partenza, ma la fiducia si conquista dimostrando la qualità della didattica e il placement occupazionale di oggi.

Il cortocircuito tra marketing e missione educativa
L’inciampo su Primo Levi dimostra come l’adozione acritica dei codici del marketing commerciale possa produrre distorsioni etiche. Quando la complessità di una vita — segnata dalla discriminazione e dalla tragedia — viene compressa in un format grafico “pop” per esigenze di sintesi, si tradisce la natura stessa dell’istituzione universitaria. L’Università è o dovrebbe essere il luogo dove si insegna a distinguere una fonte da una suggestione; se l’Ateneo stesso usa la suggestione come esca pubblicitaria, rischia di indebolire la propria autorevolezza.
Comunicare bene non significa comunicare in modo veloce o accattivante. Per un’Università, significa:
- rispettare l’intelligenza dell’interlocutore, trattando lo studente come un soggetto consapevole, fornendo dati trasparenti e non solo slogan;
- abitare la complessità: accettare che alcune figure e alcune memorie non possano essere ridotte a “call to action”;
- onestà intellettuale per promuovere non solo l’eredità del passato, ma l’impegno quotidiano nel fornire gli strumenti reali per il futuro.
Conclusioni
L’errore comunicativo compiuto da UniTo, pur doloroso per chi ama questa Istituzione, può diventare un’opportunità. È un invito a non solo eliminare frettolosamente i manifesti criticati ma a fermarsi e capire che la cultura e l’Università non vivono nei nomi che celebriamo sui manifesti, ma nella coerenza tra ciò che raccontiamo e ciò che offriamo ogni giorno nelle aule. I giovani non cercano testimonial, cercano maestri e strumenti per costruire, con i dati alla mano, il proprio domani. Da queste considerazioni dovrebbe nascere l’impegno a dare veramente ai giovani quello che chiedono. © RIPRODUZIONE RISERVATA