Dopo il 1861, il Mezzogiorno si trovò catapultato dentro uno Stato nuovo, con regole nuove, tasse più pesanti e una amministrazione spesso distante, quando non ostile. La questione economica mostrava limiti strutturali dello Stato nascente. La centralizzazione monetaria imposta dall’Unità portò al trasferimento di risorse verso il Nord e alla costruzione di un sistema unitario più forte sulle aree già dinamiche. Le conseguenze sono note: milioni di meridionali furono costretti all’emigrazione e le fratture tra Nord e Sud si consolidarono. La riforma del Titolo V della Costituzione italiana all’alba del Duemila, pur ampliando le competenze delle Regioni, ha cristallizzato differenze già esistenti, consolidando vantaggi storici per chi era già in testa. E il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) non è stato il cambio di passo che ci si aspettava: le regole prevedevano che al Mezzogiorno fosse destinato il 70% delle risorse. La quota è stata ridotta al 39% e ulteriormente stornata a favore del Nord
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

► C’è una narrazione che ciclicamente riemerge nel dibattito pubblico italiano: quella di un Sud felice, prospero e pacifico, travolto da una brutale invasione del Nord durante il Risorgimento italiano. Una narrazione potente, emotiva, capace di parlare alla pancia prima ancora che alla ragione. Ma la storia, quando è ridotta a slogan, rischia di diventare propaganda. Il Regno delle Due Sicilie non era l’Eden perduto che oggi qualcuno descrive. Era uno Stato con alcune eccellenze, certo, ma segnato da profonde disuguaglianze sociali, da un’economia fragile e da un ritardo strutturale rispetto alle grandi trasformazioni europee. Un Sud dove la ricchezza conviveva con la miseria, e dove il futuro era spesso già scritto alla nascita.
L’Unità d’Italia, guidata dal Regno di Sardegna sotto la regia politica di Camillo Benso di Cavour e dall’impresa di Giuseppe Garibaldi, non fu una passeggiata trionfale né una liberazione unanime. Fu un processo politico e militare complesso, carico di contraddizioni, segnato da errori e forzature. E il Sud ne pagò un prezzo altissimo. Dopo il 1861, il Mezzogiorno si trovò catapultato dentro uno Stato nuovo, con regole nuove, tasse più pesanti e un’amministrazione spesso distante, quando non ostile. La risposta non tardò ad arrivare: il fenomeno del Brigantaggio post unitario fu insieme ribellione sociale, resistenza politica e, in alcuni casi, degenerazione criminale. La repressione fu dura, sanguinosa, e lasciò ferite profonde nella memoria collettiva. Un elemento decisivo spesso trascurato era la leva obbligatoria. Per lo Stato unitario, essenziale per costruire un esercito nazionale, per le famiglie contadine significava perdere le braccia più giovani, cioè la condizione stessa della sopravvivenza. In un’economia agricola di sussistenza, la coscrizione era percepita come una sottrazione violenta: per molti giovani, il brigantaggio fu una scelta obbligata, risposta immediata a fame, paura e disperazione.
Anche la questione economica mostrava limiti strutturali dello Stato nascente. Il Sud possedeva due banche di emissione, consistenti riserve auree e un sistema monetario funzionante. La centralizzazione monetaria imposta dall’Unità portò al trasferimento di risorse verso il Nord e alla costruzione di un sistema unitario più forte sulle aree già dinamiche. Non è chiaro se considerarlo un “furto” nel senso stretto, ma la prova evidente della mancanza di una visione di Paese equo e condiviso. Il Regno di Sardegna era abituato a governare un piccolo territorio. L’intuizione politica di Camillo Benso di Cavour fu visionaria, ma forse non proporzionata alla complessità della realtà che si trovava a costruire. Era prevedibile che uniformare sistemi fiscali, amministrazioni, codici e infrastrutture così diversi sarebbe stata un’impresa enorme, con l’aggravante che è stata affrontata con strumenti rigidi e centralistici, più attenti a consolidare il potere che a comprendere le differenze territoriali. Le conseguenze sono note: milioni di meridionali furono costretti all’emigrazione, il Mezzogiorno rimase indietro nello sviluppo e le fratture tra Nord e Sud si consolidarono.
E queste dinamiche, sorprendentemente, si ripropongono ancora oggi. Basta guardare i numeri: la spesa pro capite mette in luce con chiarezza le disuguaglianze persistenti. La riforma del Titolo V della Costituzione italiana, pur ampliando le competenze delle Regioni, ha cristallizzato differenze già esistenti, consolidando vantaggi storici per chi era già in testa. Anche il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (Pnrr) avrebbe potuto rappresentare un cambio di passo: le regole iniziali prevedevano che al Mezzogiorno fosse destinato il 70% delle risorse, per ridurre divari e criticità. Invece la quota è stata ridotta al 39%, poi ulteriormente stornata a favore del Nord, con una forte attenzione ai grandi player industriali, soprattutto del Settentrione. Ancora una volta, emerge una costante: la mancanza di una visione nazionale equa trasforma anche le buone intenzioni in squilibri reali. Dal centralismo postunitario alla stagione del regionalismo e del Pnrr, la storia ci mostra che un Paese che non sa coniugare unità e giustizia territoriale rischia di perpetuare vecchie fratture. L’Italia unita fu un grande progetto storico. Ma incompleto. E il Mezzogiorno resta lì, testimone di una storia che si ripete, insegnamento vivo della necessità di costruire, finalmente, un Paese capace di includere tutti, senza lasciare indietro nessuno. © RIPRODUZIONE RISERVATA
