Nell’impunità totale, adesso Israele è ricorso ai colpi d’arma da fuoco in acque internazionali. La Marina israeliana non si è limitata a intercettare la Global Sumud Flotilla. Ha speronato un’imbarcazione. Ha sparato. Ha arrestato quattrocento civili, tra cui il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto e Luca Mantovani, inviato del “Fatto Quotidiano”. Cittadini italiani, rappresentanti dello Stato italiano, fermati con la forza in acque che non appartengono a Israele, a distanza abissale da qualsiasi pretesa di sovranità territoriale. Chiamare questo «operazione di sicurezza» è una menzogna. Chiamarlo «boarding di routine» è una menzogna. Il nome esatto è pirateria. Quella flottiglia non era solo cibo e medicine. Era il tentativo, fragile e coraggioso, di tenere in vita l’idea che esistano ancora atti di umanità che la guerra non può toccare. Che esistano acque dove il diritto conta più della forza. Che esista una coscienza internazionale capace di muoversi quando i governi si bloccano


◆ Il commento di AURELIO ANGELINI

C’è un momento in cui il silenzio cessa di essere diplomazia e diventa complicità. Quel momento è oggi. Il 19 maggio 2026 resterà nella memoria come il giorno in cui una marina militare ha aperto il fuoco su imbarcazioni civili disarmate in acque internazionali, ha speronato un’imbarcazione, ha arrestato un parlamentare della Repubblica Italiana e un giornalista, e i governi europei hanno risposto con la lingua che conoscono meglio quando si tratta di Israele: il silenzio o, nel migliore dei casi, la “preoccupazione”. Non siamo più nel dominio della geopolitica astratta. Siamo nel dominio dei fatti nudi e crudi.

Cosa è successo, senza eufemismi

La Marina israeliana non si è limitata a intercettare la Global Sumud Flotilla. Ha speronato un’imbarcazione. Ha sparato. Ha arrestato quattrocento civili, tra cui il deputato del Movimento 5 Stelle Dario Carotenuto e Luca Mantovani, inviato del Fatto Quotidiano. Cittadini italiani, rappresentanti dello Stato italiano, fermati con la forza in acque che non appartengono a Israele, a distanza abissale da qualsiasi pretesa di sovranità territoriale. Chiamare questo «operazione di sicurezza» è una menzogna. Chiamarlo «boardig di routine» è una menzogna. Il nome esatto è pirateria. E quando la pirateria la compie uno Stato, con le sue forze armate, contro un Parlamento straniero e la sua stampa libera, il nome esatto diventa qualcosa di più grave ancora: un atto di guerra contro la sovranità di un paese terzo. L’Italia non può fingere che non sia successo.

Il corpo del reato è davanti a noi

Esiste un filo diretto e ininterrotto che collega Rafah, i mercati di Gaza ridotti a macerie, gli ospedali bombardati, le carestie indotte deliberatamente — strumento di guerra documentato, non effetto collaterale — e questa mattina nel Mediterraneo. Non sono episodi separati. Sono atti sequenziali di una strategia che la Corte Internazionale di Giustizia sta esaminando sotto il nome giuridico preciso di genocidio. Uno Stato sotto indagine per genocidio ha sequestrato oggi un parlamentare italiano che portava aiuti umanitari. Ripetiamolo ancora, perché l’abitudine all’orrore non ci rubi la capacità di indignarci: 

un parlamentare della Repubblica Italiana è stato arrestato da una forza militare straniera in acque internazionali mentre trasportava cibo e medicine a una popolazione che muore di fame.

Se fosse successo con qualunque altro Stato — Iran, Russia, Corea del Nord — i governi europei avrebbero già riunito i Consigli di sicurezza, richiamato gli ambasciatori, emesso sanzioni. Lo sappiamo. Lo sa anche chi in queste ore sceglie di tacere.

Il dovere dell’Italia. Adesso

Il governo italiano ha obblighi precisi. Non morali o non solo morali. Obblighi giuridici e costituzionali. Un deputato della Repubblica è un rappresentante del popolo sovrano. La sua inviolabilità non si ferma ai confini nazionali quando viaggia in missione umanitaria su acque internazionali. Il suo arresto da parte di una forza militare straniera è un atto ostile contro lo Stato italiano. Trattarlo diversamente con la prudenza retorica, con il comunicato tiepido, con la telefonata riservata significa accettare che i cittadini italiani abbiano diritti diversi a seconda di chi li violi. Cosa chiede questo momento al governo Meloni, che tanto ama la retorica della nazione e della sovranità?

  • Primo: il ritiro immediato dell’ambasciatore italiano da Tel Aviv, non come rottura definitiva ma come segnale inequivocabile che questa violazione ha un costo diplomatico reale.
  • Secondo: la convocazione d’urgenza del Parlamento per una discussione pubblica, trasparente, registrata, su cosa l’Italia intende fare. Nessuna trattativa riservata. Nessun accordo sottovoce. Il Parlamento deve sapere. Il Paese deve sapere.
  • Terzo: il sostegno esplicito, formale e senza ambiguità ai procedimenti della Corte Internazionale di Giustizia e della Corte Penale Internazionale. Israele ha ignorato le misure cautelari dell’Icj (International Court of Justice) come si ignora un dépliant pubblicitario. L’Italia deve chiedere con forza, in ogni sede multilaterale, che quelle misure abbiano esecuzione.
  • Quarto: la sospensione immediata di tutti gli accordi commerciali e di cooperazione militare con Israele, fino al rilascio dei detenuti e all’apertura di un corridoio umanitario verificabile verso Gaza.

Non sono richieste massimaliste. Sono le risposte minime proporzionate a ciò che è accaduto.

Il problema è l’Europa che non esiste

C’è una verità scomoda che questa crisi rende impossibile ignorare: l’Europa, come soggetto politico autonomo, non esiste. Esiste come mercato. Esiste come sistema di trasferimento di sussidi agricoli. Non esiste come potenza capace di affermare il proprio interesse strategico quando questo entra in conflitto con la postura atlantica degli Stati Uniti. E gli Stati Uniti, in queste ore, tacciono anche loro o peggio, coprono diplomaticamente ciò che è accaduto. Questa è la trappola in cui l’Europa si è infilata da ottant’anni: delegare la sicurezza a Washington, e poi scoprire che Washington ha interessi diversi dai suoi. La militarizzazione del Mediterraneo non minaccia la sicurezza degli Stati Uniti. Minaccia la sicurezza dell’Europa, il suo commercio, la sua stabilità migratoria, la sua capacità di proiettare un’idea di ordine fondato sul diritto. Un’Europa che non sa difendere il Mediterraneo fisicamente, politicamente, giuridicamente è un’Europa che ha già perso la partita.

Quattrocento civili, un intero ordine mondiale

Quella flottiglia non era solo cibo e medicine. Era il tentativo, fragile e coraggioso, di tenere in vita l’idea che esistano ancora atti di umanità che la guerra non può toccare. Che esistano acque dove il diritto conta più della forza. Che esista una coscienza internazionale capace di muoversi quando i governi si bloccano. Israele ha risposto speronando quelle imbarcazioni e aprendo il fuoco. Ha risposto dicendo: no, non esistono più quelle acque. Non esiste più quella coscienza. Esiste solo la forza, e chi ce l’ha può usarla senza conseguenze. Se lasciamo passare questo messaggio senza risposta – non con le parole, ma con gli atti – avrà ragione. Il diritto internazionale non è una pratica politica quotidiana. Si tiene in piedi solo se i governi lo applicano quando costa farlo, non solo quando è conveniente. Ogni volta che una violazione rimane impunita, il sistema si indebolisce di un millimetro. Oggi quel sistema ha perso non un millimetro, ma un metro intero. Il giornalista Mantovani è su una nave militare israeliana mentre scrivo queste parole. Il parlamentare Carotenuto anche. Li abbiamo mandati — nel senso più largo: li ha mandati la nostra società civile, con le sue reti, con i suoi valori, con la sua ostinata convinzione che portare cibo a chi muore di fame sia ancora un gesto legittimo — e adesso sono lì. La domanda è una sola: cosa siamo disposti a fare per riportarli a casa, e per fare in modo che non succeda mai più? La risposta di questo governo, e dell’Europa intera, nelle prossime ore, dirà tutto su chi siamo davvero.

«Il silenzio degli innocenti è più pericoloso del rumore dei criminali»: attribuito a Martin Luther King Jr.

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Sociologo dell’Ambiente e del Territorio. È presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità Agenda 2030. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. È stato professore ordinario di Sociologia dell'Ambiente e del Territorio presso l'Università Kore di Enna, preside di facoltà e coordinatore del Dottorato di ricerca in "Contesti, ambienti e stili di vita per la salute e il benessere". Ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana; Ecologia; Diritto dell’Ambiente; Politiche di Tutela dell’Ambiente; Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente; Ambiente e sviluppo sostenibile. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. Dirige la Collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute e la rivista scientifica Culture della Sostenibilità.