Quattro anni senza Rodotà: «Il costituzionalismo dei bisogni non sta con le oligarchie»

Scomparso il 23 giugno 2017 a 84 anni, Stefano Rodotà è stato insigne giurista e politico 

La maggioranza dei nostri costituzionalisti minimizza la devastazione culturale generata dalla pandemia. Intransigente rispetto a ogni forzatura dell’ordine liberale costituito, come avrebbe reagito Stefano Rodotà di fronte all’emergenza Covid? Avrebbe portato alle sue conseguenze logiche la sua ben nota enfasi su quella parte dell’art. 32 della Costituzione che tutela la dignità umana “in ogni caso”? Certo si sarebbe indignato di fronte alla sistematica umiliazione della privacy. Si sarebbe anche indignato contro le pratiche predatorie di Pfizer e delle altre big pharma, davanti al disastroso declino della politica, privatizzata e degradata in continue manifestazioni di arroganza (coi deboli) e viltà (coi forti)


La riflessione di UGO MATTEI, giurista / 

MI SONO PIÙ VOLTE CHIESTO, nel corso di questi ultimi 18 mesi, come si sarebbe posto Stefano Rodotà di fronte alla gestione pandemica. Ho riflettuto a fondo, e voglio, in questo quarto anniversario della sua morte, restituire l’idea che mi sono fatto ed il contesto dei miei pensieri. Ritengo di avere una grande responsabilità in quanto Presidente nazionale di Generazioni Future, (www.generazionifuture.org) la Cooperativa di Mutuo Soccorso intergenerazionale Stefano Rodotà in cui si è sciolto il Comitato Rodotà fondato nel 2018 per sostenere il Disegno di Legge sui beni pubblici e comuni. Forse a causa di questo, un autorevolissimo amico comune, Gustavo Zagrebelsky, mi ha punzecchiato sul punto, quasi io volessi personalmente intestarmi l’eredità morale e culturale di Stefano, la cui memoria, piuttosto, sento un dovere civile di onorare.

Quali sono le devastazioni costituzionali nella gestione della pandemia?

La scena politica si è fortemente polarizzata con la pandemia e quindi nessuno può dire se Stefano sarebbe stato fra quelli che, come Zagrebelsky e la maggioranza dei nostri costituzionalisti, minimizzano la devastazione costituzionale in corso. Questo mio ricordo non è dunque volto ad arruolare Stefano, fra quanti, come il sottoscritto, Giorgio Agamben e un ampio e variegato “fronte del dissenso”, ritengono che si sia abbondantemente passato il segno ed il costituzionalismo liberale novecentesco sia conseguentemente sofferente al punto da dover essere ricostituito dalle fondamenta fuori da contrapposizioni fasulle e divisive, come quella fra centro destra e centro sinistra. 

Sto provando a mettere insieme elementi fattuali, anche legati a miei ricordi diretti, che ci restituiscano in questa fase la (possibile) posizione di Stefano Rodotà rispetto alle dinamiche del presente. Quanti diritti Stefano avrebbe accettato di immolare sull’altare della paura? Certo Stefano, come del resto chi scrive, fino al marzo del 2020 avrebbe considerato quello di Conte 2 un “governo amico”. Proprio quel matrimonio giallorosso Stefano aveva cercato di favorire, mettendosi generosamente a disposizione, durante le elezioni presidenziali del 2013, quando i grillini lo votarono compatti e furono i dem a tradirlo. Con Stefano in quel periodo parlavo quasi quotidianamente, perché eramo coinvolti nella Costituente itinerante per i beni comuni al Teatro Valle occupato, ed inoltre lui stava generosamente lottando per la sopravvivenza dell’istituzione, nella qualità di Presidente dell’International University College a Torino (www.iuctorino.it). 

Stefano Rodotà fra i dieci nomi per il Quirinale del M5s nel 2013

La nostra analisi politica era che la base sociale, tanto del Pd quanto dei 5S poteva considerarsi molto simile. Vi erano molte persone per bene, preoccupate per il declino politico e culturale del nostro paese, che avevano convintamente partecipato al referendum sull’acqua bene comune che avevamo preparato insieme reagendo al Decreto Ronchi. Molti di questi cittadini avevano votato e magari avrebbero continuato a votare Pd, nonostante le posizioni, notoriamente neoliberali del Bersani delle lenzuolate. Pensavamo che elementi casuali ne avessero attratti alcuni nei meet up grillini ed altri a provare a cambiare il Pd “da dentro” (come ai tempi della c.d. mozione Marino del 2009). Pensavamo che a esser divisi(vi) fossero i vertici e non la base. In effetti Stefano nel 2013 se la base maggioritaria del paese fosse stata rispettata, sarebbe davvero potuto diventare un Presidente molto amato e rispettato. 

Anche durante la vicenda del Quirinale, Rodotà aveva comunque dimostrato di credere ancora nei rituali della italica democrazia. Si era tirato da parte per provare a favorire Prodi (scelta che io consideravo inconcepibile) e, dopo il di lui killeraggio da parte dei “franchi tiratori”, si astenne dal cavalcare la piazza quando l’esito fu la rielezione di Napolitano. Io personalmente continuo a considerare quell’imbarazzante soluzione un mini-golpe, o almeno un “momento costituente” nel senso di Ackerman, e invano chiesi a Stefano di reagire in modo assai più clamoroso. Figuriamoci quindi se non so quanto intransigente potesse essere Rodotà rispetto a ogni forzatura dell’ordine liberale costituito, e quanto lontani potessimo esserci trovati in molte occasioni, per esempio quando lui, accecato dal suo antiberlusconismo, salutò con entusiasmo l’arrivo di Monti a palazzo Chigi (la posizione favorevole a Monti credo sia durata poco più di due settimane). 

Art. 32 Costituzione: tutelare sempre, in ogni caso, la dignità umana

Ma di fronte all’emergenza Covid che sarebbe successo? Avrebbe il nostro preso una posizione di fedele sostegno al governo amico di Conte (allievo del suo antico allievo genovese Guido Alpa) o avrebbe fatto prevalere, magari dopo qualche settimana, l’indignazione per lo scempio dei reiterati Dpcm? Avrebbe accettato la strategia di de-umanizzazione di ogni dissenso tramite il dispregiativo epiteto di No Mask? O avrebbe invece portato alle sue conseguenze logiche la sua ben nota enfasi su quella parte dell’art. 32 che “in ogni caso” tutela la dignità umana, anche quando è necessario un bilanciamento fra interesse privato e pubblico in materia di salute? 

Certo si sarebbe indignato di fronte alla sistematica umiliazione della privacy (da ultimo denigrata da Cottarelli come un inutile lacciuolo di carliana memoria) utilizzata solo come schermo sostanzialmente impotente in una operazione di vera e propria “deportazione” online conseguente la pandemia. Il Rodotà che fin dal ’72 studiava i dispositivi della sorveglianza, avrebbe capito che di fronte a tale “deportazione” bisognerebbe più che mai elaborare un idea di privacy come bene comune (da tutelarsi con forme giuridiche collettive). E che dire della censura mediatica posta in essere da Twitter, Facebook, YouTube eccetera? Io credo l’avrebbe trovata insopportabile. Si sarebbe anche indignato nei confronti delle pratiche predatorie di colossi come la Pfizer e le altre big pharma che, corrompendo i governi, profittano oscenamente sui vaccini, perché assai si era già speso quando le stesse corporation (oggi celebrate come salvatori messianici) lucravano sui farmaci anti Aids nel sud globale. Ancora sono certo che la minaccia (e la pratica) del licenziamento come sanzione per gli obiettori nei confronti delle pratiche sanitarie ai loro occhi invasive nei luoghi di lavoro, lo avrebbe fatto inorridire, perché il lavoro non può essere usato a fine di ricatto, e il legislatore non può utilizzare la grave forma del licenziamento come sanzione al di fuori di ogni garanzia costituzionale. 

Il consenso può essere considerato libero quando è estorto con la minaccia?

Ancora: che avrebbe detto il civilista, pioniere nello studio della buona fede contrattuale, del consenso informato imposto? Difficile non reagire con senso di disgusto, anche solo logico-giuridico di fronte alla seguente sequenza: il datore di lavoro, sentendosi minacciato da presunte sanzioni per inottemperanza di obblighi legali, decide di imporre ai suoi lavoratori una determinata prassi sanitaria (e.g. tampone o vaccino). Il lavoratore è chiamato a firmare un documento di consenso informato. Se, informatosi, rifiuta di firmare, il sanitario del datore di lavoro non eseguirà il trattamento sotto la propria responsabilità ed il lavoratore sarà licenziato! Insomma può il consenso essere considerato libero quando estorto con la minaccia?

Invero, e di questo forse quattro anni fa alla sua morte non era ancora possibile accorgersi, sono i pilastri fondamentali dell’ordine giuridico liberale ad essersi profondamente atrofizzati nel trionfo del capitalismo della sorveglianza e della minaccia pandemica. Non mi riferisco soltanto al rinvio sine die delle elezioni, e del vulnus che questo fatto crea nella stessa idea di garanzia costituzionale in Italia (siamo il solo paese al mondo ad aver invocato l’emergenza sanitaria dell’inverno per sospendere il voto dell’estate!). Mi riferisco al fenomeno più profondo per cui la relazione di fatto, in cui chi ha il potere può imporre la sua volontà con la semplice logica del “prendere o lasciare”, ha per anni caratterizzato la rete internet. Più una piattaforma diventa essenziale perché su di essa si trasferiscono relazioni umane fondamentali (pensiamo alle campagne elettorali ormai prevalentemente sui social media, o alla scuola su Zoom), più suona vuoto cliccare “I agree” e in tal modo alienare i propri dati e la propria privacy. 

La logica del “prendere o lasciare” (del potere e dell’antidiritto) va spesso a braccetto con la stupidità

Ebbene, questa logica che soltanto con una costruzione dei dati come bene comune potrebbe superarsi, si sta impadronendo del diritto anche fuori dalle relazioni mediate dalla piattaforma. Non solo online, ma anche nella vita reale, un datore di lavoro, una telecom, una compagnia ferroviaria, il sindaco di una città, il gestore di uno spazio aperto al pubblico ed innumere altre persone che si trovano in una posizione di micro-potere su di noi possono dire “prendere o lasciare”, ossia usare una logica antitetica a quella del diritto rendendola obbligatoria ed effettiva. Il gestore ferroviario lo ripete come un mantra: o indossi per bene la mascherina anche quando magari sei praticamente solo su un vagone, o ti obbligo a scendere alla prossima fermata! Gli esempi di stupidità e simbologia imposta con la logica prendere o lasciare (ossia la logica del potere e dell’antidiritto) sono sotto gli occhi di tutti.

Nessuno può sapere come Stefano avrebbe potuto sopportare lo scempio giuridico, culturale e prima ancora della ragione che si è conclamato dopo la sua morte. Non so come avrebbe potuto sopportare i tanti colleghi che, vittime del proprio conformismo o carrierismo, fingono di non vedere, gramscianamente indifferenti, e giustificano tutto ciò. Avrebbe denunciato le nostre istituzioni di garanzia costituzionale che da 18 mesi ammettono la proroga di uno stato di emergenza costituzionalmente inventato alla bisogna? Non possiamo saperlo, certo, ma chi, come me, cerca sempre nella sua figura una guida politica, sul punto non può che riflettere. Stefano era molto paziente, assai portato al dialogo e profondamente diplomatico. Ma, più di una volta, l’ho visto genuinamente indignato e in quel momento fermo, lucidissimo e sprezzante del compromesso. 

Col draghismo il potere tecno-finanziario si è ripreso la scena e la politica è stata rottamata

Il governo giallorosso che Stefano avrebbe certamente considerato amico, almeno al fine di portare a casa dopo tutti questi anni il nostro Disegno di legge sui beni comuni (lo licenziammo nel 2008!), avrebbe potuto evolvere generando un Movimento 5S un po’ più competente ed un Partito Democratico un po’ meno cinico, neoliberale e asservito ai poteri forti. È successo l’opposto: mentre il primo diventava sempre più cinico, il secondo declinava vieppiù nella qualità delle proprie classi dirigenti al punto da non trovare candidati convincenti in parecchie grandi città. Questo disastroso declino della politica, privatizzata e degradata in continue manifestazioni di arroganza (coi deboli) e viltà (coi forti) non poteva che generare la sua resa definitiva al potere tecno-finanziario che, col draghismo (vedi Italia Libera, del 16.3.202122.3.2021, 31.3.2021 e 7.4.2021), si è ripreso la scena: proprio come un immobile pubblico o un parco, abbandonato ad arte all’incuria e al degrado, viene infine privatizzato e gli indifferenti ne sono infine contenti, anche la politica ha fatto la stessa fine. Le divisioni create ad arte con strategie divisive tanto evidenti da non doversi neppure nascondere (dalla “invenzione” dei No Vax al provvedimento Zan) mantengono saldamente il potere decisionale nelle mani delle oligarchie, espropriando il popolo di processi democratici capaci di garantirne i bisogni. 

Di una cosa posso dirmi certo: il costituzionalismo dei bisogni che Stefano ha teorizzato e praticato tutta la vita, non sta dalla parte delle oligarchie. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dal 1997 insegna diritto civile all’Università di Torino, diritto internazionale e comparato all’Università della California. Avvocato cassazionista, è stato fra i redattori dei quesiti referendari sui beni comuni del giugno 2011 e per due volte ha patrocinato il referendum presso la Corte Costituzionale. Fra i titoli pubblicati, ricordiamo “Beni Comuni. Un Manifesto” (Laterza 2011) che ha raggiunto l’ottava edizione, “Il saccheggio”, con Laura Nader (Bruno Mondadori, 2010), “Contro riforme” (Einaudi, 2013), “Senza proprietà non c’è libertà. Falso!” (Laterza, 2014). È curatore generale della collana Common Core of European Private Law (Trento Project) alla Cambridge University Press, ed editore capo della rivista Global Jurist. Il suo volume sulla proprietà privata, pubblicato nel 2001 (seconda edizione Utet 2014), ha ricevuto il Premio Luigi Tartufari dell’Accademia Nazionale dei Lincei consegnatogli dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È presidente di “Generazioni Future Rodotà”