Black Lives Matter: il grilletto facile della polizia e la storia dell’arbre magique

Una pattuglia della polizia locale di Minneapolis arresta e blocca George Floyd; sotto il titolo una manifestazione antirazzista

Gli Stati Uniti sono una democrazia occidentale. E anche un paese molto violento, con il tasso di omicidi (più di 20.000 nel 2020) cinque volte in più di qualunque democrazia europea. Almeno 1000 vengono uccisi dalla polizia ogni anno, circa 3 ogni giorno, e quasi la metà sono afroamericani o latini di pelle scura. Nei 50 stati e nelle 3.000 contee ci sono circa 18.000 dipartimenti di polizia indipendenti l’uno dall’altro. I loro capi, eletti o nominati dal potere politico, ne riflettono i pregiudizi razziali. Ma come si fa ad arrestare una  persona solo perché è nero e sospetti che sia un delinquente? Ecco come si fa…


L’analisi di STEFANO RIZZO, americanista

Minneapolis, 25 maggio 2020: l’agente Derek Chauvin soffoca George Floyd 

CAPITA PURTROPPO spesso di leggere di qualcuno che viene ammazzato dalla polizia, o dall’esercito, o da qualche forza di sicurezza in un gran numero di paesi per i più svariati motivi: spesso si tratta di individui pericolosi, di criminali che minacciano di uccidere − o hanno già ucciso. Molto spesso però, soprattutto nei regimi dittatoriali, si tratta di persone che non presentano alcuna minaccia, che si trovano al posto sbagliato nel momento sbagliato o che, al più, il dittatore di turno ritiene rappresentino una minaccia per il suo regime.

Gli Stati Uniti non sono certo una dittatura, sono una democrazia occidentale. Sono però anche un paese molto violento dove il tasso di omicidi (più di 20.000 nel 2020) è cinque volte superiore a quello di qualunque altra democrazia europea. Di questi almeno 1000 vengono uccisi dalla polizia ogni anno, circa 3 ogni giorno, e un’alta percentuale di loro, quasi la metà, sono afroamericani o latini di pelle scura: una strage quotidiana di cui in Europa si parla solo quando emerge qualche caso particolarmente clamoroso (come l’uccisione − questa a mani nude e non con un’arma da fuoco − di George Floyd), mentre in America ha dato vita ad un vasto movimento di protesta intorno allo slogan: Black Lives Matter (le vite dei neri contano).

Il problema è che quando si dice polizia da questa parte dell’Atlantico pensiamo a un qualche forza di sicurezza diffusamente presente, ma centralizzata, comandata cioè da un capo della polizia e da un ministro dell’interno, con regole uniformi su tutto il territorio nazionale. Negli Stati Uniti non è così. Nei 50 stati (più Washington D.C.) e nelle 3.000 contee che li compongono ci sono circa 18.000 dipartimenti di polizia totalmente indipendenti l’uno dall’altro, con una catena di comando che si ferma a livello di città (o di paese, o di contea, o di stato), ognuno con le proprie regole di ingaggio per quel che riguarda l’uso delle armi e le strategie di repressione. Oltre a questi corpi di polizia locali, che si occupano della stragrande maggioranza dei reati, ci sono a livello nazionale una dozzina di altre forze di polizia − di cui la più nota è l’Fbi − che si occupano di specifici reati federali (droga, alcool, dogane, ricercati, immigrazione…).

Ognuno dei 18 mila dipartimenti di polizia americani ha proprie regole d’ingaggio (pregiudizi razziali inclusi)

Come si fa quindi, in questa situazione di estrema frammentazione delle forze di polizia, ad evitare che un così gran numero di civili, spesso disarmati, e troppo spesso neri, vengano uccisi dai “tutori dell’ordine”? Semplicemente non si può. In mancanza di un coordinamento centrale e di direttive vincolanti ognuno dei 18.000 dipartimenti di polizia va per conto proprio seguendo gli ordini del proprio capo, che a sua volta, essendo eletto dalla popolazione o nominato dal potere politico, ne riflette non solo gli indirizzi in tema di ordine pubblico, ma anche i pregiudizi razziali. 

C’è poi un ulteriore problema. Gli Stati Uniti, dicevamo, sono una democrazia e in una democrazia non è possibile arrestare una persona a piacimento − in casa, per strada, in macchina. Per farlo ci vuole l’ordine di un giudice, oppure deve esserci la cosiddetta flagranza di reato, quando cioè un reato sta per essere commesso o è in corso. Anche in America è così, anzi sulla carta la norma a protezione della persona è ancora più rigorosa. Anche solo per fermare e identificare qualcuno la polizia ha bisogno che vi sia una “probabile causa” (probable cause), cioè che un reato sia stato o stia per essere commesso. Ma il problema rimane. Come fai ad avere una causa probabile se non sai di chi e di cosa si tratta? Come si fa ad arrestare una  persona che non ha fatto niente di male, solo perché è nero e sospetti che sia un delinquente? A termini di legge non si può.

Cancellato “Cops” il reality che elogia la polizia americana, dopo l’uccisione di George Floyd

Fatta la legge però, trovato l’inganno. Ecco come si fa. Una macchina della polizia si apposta in agguato lungo una strada. Vede  passare una macchina guidata da un nero (o ispanico, indiano ecc., purché scuro di pelle), vede o crede di vedere che un fanalino posteriore è incrinato. La insegue, la ferma. Fa scendere il guidatore, si fa dare i documenti e va a controllare. Molto spesso c’è qualcosa che non va: licenza della macchina o la patente sono scadute (in questi anni di pandemia è successo spesso che molte pratiche non siano state rinnovate). Se il poliziotto è fortunato, magari scopre che il guidatore è sottoposto a un qualche ordine di un giudice: forse non ha pagato gli alimenti alla moglie o forse non ha ottemperato a qualche restrizione impostagli dalla cauzione, o anni prima ha commesso una qualunque altra piccola infrazione. 

A questo punto il gioco è fatto: mani dietro la schiena, manette e via in carcere ad ingrossare il numero altissimo di detenuti (più alto di qualsiasi altro paese al mondo, Cina e Russia comprese) dove i neri sono largamente sovrarappresentati. A meno che lo sfortunato guidatore non perda la pazienza, abbia uno scatto di insofferenza o, impaurito, cerchi di scappare. Allora dalla fondina al fianco del poliziotto salta fuori una pistola, o un taser o una pistola scambiata per taser, e un giovane uomo (raramente una donna o un anziano) finisce a terra in una pozza di sangue.

Manifestazione antirazzista dopo l’uccisione di George Floyd

Ma anche se il poliziotto è sfortunato perché la macchina è perfettamente in ordine, non ci sono ingiunzioni della magistratura e il guidatore non ha con sé neppure un grammo di droga − ha ancora una possibilità. Si chiama Arbre Magique. Di cosa si tratta?

Per rispondere bisogna ricordare che negli Stati Uniti non vige un solo codice della strada ma tanti quanti sono gli stati (è il motivo per cui è così difficile fare riconoscere una patente americana in un paese europeo — provare per credere). Ora, in una ventina di stati è stata inserita nel codice della strada una norma intesa a migliorare la sicurezza stradale che vieta di appendere qualunque oggetto allo specchietto retrovisore: un rosario, un corno rosso, o un Arbre magique − il notissimo deodorante verde in forma di pino. Ecco fatto. Se il poliziotto scorge, o crede di scorgere, un arbre magique che dondola dallo specchietto retrovisore ha in pugno la probable cause e si può lanciare all’inseguimento. Il resto ve l’ho raccontato.

N.b. Quanto sopra non è un’invenzione del cronista, ma il condensato di fatti di cronaca realmente e ripetutamente accaduti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Giornalista, docente universitario, romanziere, ha insegnato relazioni internazionali all’Università la Sapienza di Roma. Ha collaborato con svariate testate a stampa e online scrivendo prevalentemente di politica e istituzioni degli Stati Uniti. E’ autore di svariati volumi di politica internazionale: Ascesa e caduta del bushismo (Ediesse, 2006), La svolta americana (Ediesse, 2008), Teorie e pratiche delle relazioni internazionali (Nuova Cultura,2009), Le rivoluzioni della dignità (Ediesse, 2012), The Changing Faces of Populism (Feps, 2013). Ha pubblicato quattro volumi di narrativa; l’ultimo è Melencolia (Mincione, 2017)