«Eravamo “cinque” amici al bar»: dispute artistico-letterarie e la grandezza di Marco Pacuvio

Marco Pacuvio; sotto il titolo un mosaico con la maschera delle “Tragedie” di Pacuvio

Taranto, fronte teatro Alhambra. In una sera di mezza estate di quasi un secolo fa, si accende una discussione fra tre storici dell’arte antica: sono Johann Joachim Winckelmann, Ranuccio Bianchi Bandinelli e Jérôme Carcopino. Espongono tesi divergenti sull’originalità dell’arte e della letteratura romana. A questo punto, giungono due antichi tragediografi romani: Quinto Ennio e Marco Pacuvio. Tra una buffa figura e l’altra del nostro impudente cronista, Pacuvio ci parla delle sue tragedie, Iliona e Niptra, e del suo amore per Taranto, «ille terrarum mihi praeter omnes angulus rides»


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia / 

NON CAPITA TUTTI i giorni di incontrare nel bar antistante il teatro Alhambra, nel cuore del borgo umbertino, all’incrocio tra via Cavour e via Anfiteatro, a Taranto, tre storici dell’arte antica, il tedesco Johann Joachim Winckelmann, l’italiano Ranuccio Bianchi Bandinelli e il francese Jérôme Carcopino, che, rifiutandosi di bere un “rinfresco” fra i velluti del teatro, avevano preferito per la loro discussione un semplice tavolino di formica, in quella serata di mezza estate di quasi un secolo fa. Non si può neppure dire che quel bar fosse particolarmente accogliente. Era, però, ad appena qualche centinaio di metri da una delle poche testimonianze romane a Taranto: le rovine dell’anfiteatro, per l’appunto. E l’arte romana, compresa la letteratura, era l’argomento di quella conversazione. Della quale, naturalmente, il vostro cronista non poteva non annotarne i tratti salienti. 

Johann Joachim Winckelmann nel dipinto di Anton von Maron del 1768

Dalla maestosa facciata dell’Alhambra, che di lì a poco (nel 1929) sarebbe stata abbattuta per far posto all’attuale palazzo del governo, rimbalzava l’interrogativo dello storico e archeologo italiano, che si chiedeva e chiedeva ai suoi interlocutori, come mai «non esistesse una storia dell’arte e della letteratura romana universalmente accettata». «Perché ‒ a parere di Winckelmann, il primo, in assoluto, soprintendente archeologico delle antichità di Roma (1764) ‒ l’arte romana non era mai esistita come tale, ma era una continuazione, in tono minore, di quella greca». In buona sostanza, per lo storico tedesco si trattava di un paradigma, per così dire, biologico, in base al quale l’arte greca passava, dopo la nascita, alla giovinezza, alla maturità e, quindi, alla senescenza. Il declino, per Winckelmann, sarebbe cominciato nell’età ellenistica e continuava sotto i Romani. I quali, perciò, non avevano un’arte originale, ma ne avevano prolungato la vita fino alla morte, che si identificava con lo sgretolamento dell’impero romano. 

«Niente affatto», interviene a questo punto il francese Carcopino, con quella punta di acredine che ha sempre caratterizzato i galli transalpini, nei confronti di boi, cimbri, o teutoni, insomma, delle popolazioni germaniche nel loro complesso. E, per contrastare la visione dell’amico “Johann Joachim”, cita addirittura due suoi quasi connazionali, Franz Wickhoff e Alois Riegl, ambedue della prestigiosa scuola di Vienna, i quali coniarono un termine nuovo, Kunstwollen, volontà d’arte, che portò alla formazione, in età romana, di un linguaggio artistico nuovo, propedeutico non solo dell’arte medievale italiana, ma anche dello straordinario periodo rinascimentale. E se ancora questo non bastasse, Carcopino, che della storia romana sa proprio tutto, cita un altro tedesco, Gerhart Rodenwaldt, per il quale l’arte romana era addirittura bipolare, con una “colta”, che si attiene ai canoni del classicismo greco, ed una popolare, antinaturalistica e anticlassica, precorritrice dell’arte bizantina. 

Ranuccio Bianchi Bandinelli

Aspettate un istante, prima di girare pagina, e ascoltate quello che ha da dire il grandissimo Bianchi Bandinelli a proposito dell’arte popolare romana. «Non popolare ‒ precisa ‒ ma plebea, in quanto esso, popolare, è un termine ambiguo». E spiega come nel diritto romano, con populus, si intendevano tutti i cittadini, compresi perciò anche i patrizi, mentre il termine plebe non si deve leggere con un significato spregiativo, in quanto plebs comprendeva, con il popolino, anche quel ceto che oggi chiameremmo borghese, caratterizzato, sempre, da grande vitalità. 

A questo punto, quasi evocati dallo spirito della discussione, provenienti dall’antico anfiteatro, si fanno avanti due antichi romani. Non militari, però, ma due civili, con i tipici capelli a caschetto e le toghe corte e orlate di ricami vermigli, che prendono posto vicino ai tre storici. Siccome il vostro cronista aveva avuto modo di conoscere il prof. Bianchi Bandinelli, facendo anzi parte dell’associazione romana che porta il suo nome, crede di riconoscere in un romano quel Petronio del Satyricon e chiede lumi al professore. Un’occhiata tranciante dell’archeologo romano, mi carica di tutto il peso della mia ignoranza, visto che i due romani erano nientemeno che due famosi tragediografi, Quinto Ennio e il figlio di sua sorella, Marco Pacuvio. Il più anziano, tuttavia, forse richiamato dagli impegni nella natia Rudiae, o per una dotta relazione al circolo degli Scipioni a Roma, si alza e prende commiato. Non prima che il vostro impudente cronista gli abbia gridato dietro che il liceo classico, a Taranto, che porta il suo nome, lo ha fatto frequentare ai suoi due ragazzi, Patrizia e Gianluca. Gelidi, a questo punto, anche gli sguardi di Winckelmann e Carcopino, che mi hanno fatto sentire come quelli che dal teleschermo, con un sorriso ebete, fanno la manina alla mamma e alla famiglia. 

Quinto Ennio in un mosaico romano

La risata sonora di Marco Pacuvio proprio non l’ho sopportata, ed allora gli ribatto che lui ha ascendenze osche, pur essendo civis romanus: è nato a Brindisi che, allora, nel III secolo avanti Cristo, era poco più di un paesotto, e deve i suoi momenti di notorietà, allo zio, agli Scipioni e al suo mecenate, Emilio Paolo. E poi, continuo, linguacciuto, a dire che i romani a Taranto non erano proprio benvisti, dopo quello che avevano combinato nel 209 prima di Cristo, con il sacco della città e la deportazione di migliaia di tarantini fatti schiavi. E poi ancora con il console Quinto Fabio Massimo, che non sapendo più cosa altro arraffare, pensò bene di portarsi a Roma il mirabile Eracle di Lisippo. «Mi fai torto ‒ ribatte l’osco-romano-brindisino ‒ perché ho amato moltissimo Taranto, dove sono venuto addirittura ad abitare per oltre un ventennio e a morirvi». «È vero ‒ interviene a questo punto lo storico francese ‒ che, a quanto pare, compose proprio nella città lacedemone due dei suoi drammi più conosciuti, Iliona e Niptra». «Inoltre ‒ aggiunge Bianchi Bandinelli ‒ anche se ci rimangono solo quattrocento versi, quali frammenti delle sue tredici tragedie, essi, i versi, testimoniano la grandezza dell’arte di Marco Pacuvio che, fra l’altro, fu anche poeta e apprezzato pittore». A parere di Carcopino, sono opere che, pur ispirandosi ai grandi tragediografi greci Sofocle ed Euripide, avevano quelle caratteristiche innovative, spiccatamente romane, che confermavano la tesi dei due critici della scuola di Vienna. 

Così, incuriosito da questo colto discettare, chiedo proprio a lui, a Marco Pacuvio, perché avesse dedicato ad Antiope e a Iliona, due personaggi, tutto sommato, minori dell’epos greco, anziché ai soliti Atridi, ad Edipo o agli Aiaci, due delle sue tragedie. «Minori? ‒ ribatte risentito Pacuvio ‒ . Ma lo sai che Antiope, tebana, figlia del re Lico, venne sedotta da Zeus, cui diede due figli, Anfione e Zeto e, costretta a fuggire dalla Beozia per paura del padre, fu ospitata a Sicione, dal re Epopeo, del quale divenne sposa? Tranne, poi, finire in carcere quando il fratello del padre (che si era, nel frattempo, suicidato per la vergogna), non espugnò Sicione e la trascinò in catene a Tebe?». E taccia il vostro cronista di ignoranza, per aver dimenticato che anche Euripide aveva scritto di Antiope. «Di Iliona ‒ sbotta ‒ non voglio dirti nulla, tranne che era la figlia maggiore di Priamo ed Ecuba; sorella, perciò, di Ettore, Paride, Cassandra o di Polidoro». E mi invita a leggere i molti frammenti che di questa tragedia ci sono pervenuti. Invito che, io, con la mia solita hybris, giro anche a voi, malgrado tentiate di nascondervi dietro le pagine spalancate della Gazzetta. 

Quinto Orazio Flacco nel frammento di un bassorilievo

Ma, perché hai scelto proprio Taranto? Chiedo, infine, a Pacuvio, avendo negli occhi come questa nostra povera città sia ora ridotta… «Ille terrarum mihi praeter omnes/angulus rides». E bravo il nostro Pacuvio, che mi risponde con un verso della seconda ode di Orazio, nel quale il poeta venosino parla di Taranto come di quell’angolo di terra che più gli sorride e lo affascina. Un ultimo rimpianto ha, però, il nostro eroe. Che la civitas tarantina gli abbia dedicato una viuzza, letteralmente affogata fra gli informi palazzacci della periferia. Si consoli, però. Perché proprio a lui, al sublime tragediografo e pittore osco-brindisino-latino e tarantino, qualche secolo dopo, toccherà l’onore di vedere che ai funerali di Cesare verrà rappresentato proprio un suo dramma, l’Armorum iudicium, il giudizio delle armi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.