Il piccolo Nicola, l’infanzia contadina, l’ignoranza e la legge che …genera mostri 

Nicola, accudito dal carabiniere che lo ha riportato ai genitori

Da sfollato, ho vissuto la mia infanzia contadina. Per il bene del bambino sperduto nella selva del Mugello (e anche dei suoi genitori), mi auguro che la Procura incaricata affidi il caso a un giudice nato in una famiglia contadina. Un giudice che sappia, per esperienza vissuta, come vive un bambino di campagna. Uno dei primi insegnamenti era proprio quello di vestirsi e calzarsi da soli, in piena autonomia. Un accorato appello ai giudici: “Per rendervi conto di quello che un bambino di campagna può fare, pensate alle capacità di sopravvivenza di un bambino di città e moltiplicatele almeno per due, se non per tre”


Il commento di PINO COSCETTA

«APPENA CI SVEGLIAVAMO, Santinello ed io scendevamo dal letto, ci infilavamo i calzoncini e a piedi nudi giravamo per casa. Eravamo soli. Uscivamo sul pianello e ci guardavamo attorno, ma la piazza, l’aia e le nostre terre verso il Castello e lo Scassato erano deserte. Allora correvamo dietro casa, salivamo sulla greppa delle due ficone e finalmente la vedevamo; mieteva il fieno laggiù, in fondo all’ultima rasola di terra del podere, dietro la casa di Fuccello. Gridando a squarciagola la chiamavamo…».

Questo è l’incipit di “Divieto d’Orvieto”, il diario della mia infanzia contadina vissuta da sfollato al Fossatello, nelle campagne di Orvieto, durante l’ultima guerra. Avevo compiuto da qualche mese tre anni. Santinello, mio cugino di campagna, non aveva ancora compiuto due anni e fu la prima persona ad insegnarmi che non si doveva aver paura delle galline, che i conigli si potevano accarezzare, mentre si doveva diffidare dei “billi”, così chiamavano i tacchini, che erano bizzosi e battaglieri. I rapporti con maiali e altri animali di grande taglia come vitelli, mucche e buoi, erano vivamente sconsigliati. 

Talvolta, l’applicazione accanita delle leggi genera mostri inesistenti

Stamane leggendo su “Repubblica” il pezzo d’appoggio di Luca Serranò sulla vicenda del piccolo Nicola Tanturli che si era perso nella selva del Mugello e lì era stato ritrovato a quattro chilometri da casa, ho provato un brivido. Ho avuto paura per lui e per i suoi genitori. Non per la “scappatella” per fortuna felicemente risolta, ma per le possibili conseguenze che quell’innocente scappatella può generare in termini di legge.

Scrive il collega Serranò che «…al momento il fascicolo è senza indagati e ipotesi di reato, mentre la Procura dei minori continua a monitorare attentamente gli sviluppi per chiarire se siano stati rispettati gli obblighi genitoriali». Ecco, il tuffo al cuore l’ho avuto qui. Premesso che le Procure dei minori nella maggior parte dei casi intervengono salvaguardando appunto i minori, accade altrettanto spesso di leggere sciagurate storie generate dall’applicazione accanita di leggi che generano mostri dove mostri non ci sono.

Fra i primi insegnamenti per un bambino di campagna c’è proprio come vestirsi e calzarsi da solo 

Per il bene del piccolo Nicola e dei suoi genitori, c’è da augurarsi che la Procura incaricata affidi il caso a un giudice nato in una famiglia contadina. Un giudice che sappia per esperienza vissuta, come vive un bambino di campagna. Per esempio, inquirenti e colleghi trovano incongruente che un bambino di due anni abbia potuto calzare i sandali da solo. A parte il fatto che a noi i primi di maggio le scarpe ce le toglievano e tornavamo a calzarle ai primi freddi d’autunno, uno dei primi insegnamenti era proprio quello di vestirsi e calzarsi da soli, in piena autonomia. I sandali con le fibbie non li avevamo, c’erano i lacci e i nodi a fiocco erano certamente più difficili delle fibbie. Non so, poi, se i sandaletti di Nicola avessero le fibbie o, come usa ora, la striscia di velcro. Per non cavillare diciamo le fibbie. Ma quale bambino di campagna si sognerebbe mai di togliersi i saldali allentando le fibbie. Basta sfilare il calcagno e il gioco è fatto. Così come per calzarli si infila il piedino, si forza la talloniera e il piedino scivola dentro che è una bellezza. 

Seconda anomalia ‘sospetta’: «…ma come può un bambino di due anni camminare per quattro chilometri». Lento pede pervenit, giunse con passo lento; passo dopo passo, appunto. Per di più il piccolo Nicola ha avuto a disposizione una notte e un giorno per percorrere quei quattro chilometri. Io, dall’alto dell’esperienza maturata durante la mia infanzia contadina, direi che al massimo ci avrà messo tra le quattro e le cinque ore. Poi stanco e sperduto si è addormentato e, una volta sveglio, è restato in zona; magari di quando in quando, chiamando la mamma.

Concludo con un accorato appello ai giudici della Procura dei minori che sicuramente verranno incaricati: “Per rendervi conto di quello che un bambino di campagna può fare, pensate alle capacità di sopravvivenza di un bambino di città e moltiplicatele almeno per due, se non per tre”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

About Author

Caporedattore - Giornalista e scrittore, è entrato al “Messaggero” a 22 anni e ha concluso la sua carriera lavorativa con la qualifica di caporedattore centrale. Durante la lunga permanenza nella redazione di via del Tritone, ha ricoperto per molti anni i ruoli di caposervizio delle province e di caporedattore delle Regioni. Da scrittore inizia con una raccolta di racconti giovanili, “Scirocco” (1966), e si dedica per un lungo periodo a saggistica, libri di storia locale e viaggi. Tra le più recenti pubblicazioni: “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli”; “Il mistero di Tomar”; “Palazzo Podocataro, la casa-museo del cardinale di papa Borgia”; “Tre secoli nel Tridente”; “Divieto d’Orvieto”; e, con Vittorio Emiliani, “La discesa del Tevere e altre storie di fiumara”.