Prigionieri del marketing: «L’insegnamento è un prodotto, gli studenti sono clienti» 

Una metamorfosi ha stravolto il mondo universitario. Per Ricerca & Sviluppo siamo a fondo classifica (con l’Ungheria), i moduli d’insegnamento sono una «somministrazione di saperi parcellizzati». La legge Gelmini del 2010 ha accelerato la moltiplicazione delle figure precarie, lasciate all’arbitrio del potere accademico. Sommata alla riduzione delle risorse, in dieci anni ha fatto diminuire del 25% il personale di ruolo e raddoppiato il numero dei contratti a termine. L’Associazione nazionale della docenza universitaria, chiede una prospettiva chiara: dopo una decina d’anni, il 90% dei precari viene espulso. L’Andu a “Italia Libera”: «La legge in discussione è sbagliata; allarga il precariato»


L’analisi di ANNA MARIA SERSALE / 

“Più iscrizioni, più studenti/clienti”: è l’imperativo degli atenei/aziende

LA DIDATTICA universitaria è accusata di essere funzionale al processo di aziendalizzazione degli atenei. Risponde all’imperativo: più iscrizioni, più studenti/clienti. Quindi più potere. Le università sono diventate imprese in concorrenza tra loro per l’acquisizione degli studenti e per la ripartizione delle risorse. I rettori di fatto sono manager e i docenti sono sottoposti alla Vqr, cioè al controllo di qualità dei loro “prodotti”, secondo la definizione dei format ufficiali. Stessa sorte ha subìto l’insegnamento, svilito perché anch’esso considerato un “prodotto”. Si usa il linguaggio del marketing come nelle imprese e la logica è quella del mercato.

Una metamorfosi che ha stravolto il mondo accademico. I moduli di insegnamento non sarebbero altro che una «somministrazione di saperi parcellizzati». Un gruppo di ricercatori italiani attraverso un Manifesto diffuso di recente muove critiche al sistema che ha portato alla dequalificazione della didattica e allo sfruttamento del precariato (il testo integrale è stato pubblicato sul sito dell’Andu, Associazione nazionale della docenza universitaria). Chiedono un modello di sapere critico. E chiedono una legge che davvero risolva i problemi dei precari, che pagano un prezzo altissimo: malpagati, vivono nell’incertezza e in condizioni di subalternità. Il “maestro” o uno dei docenti di riferimento fanno “promesse”: avrai un posto (ma quale e quando?). Le promesse non bastano a “compensare” precarietà e basso salario. Resiste chi imparerà a sacrificarsi senza protestare, altri faranno le valigie e andranno all’estero. Anche perché il nostro sistema è debole: la spesa per ricerca e sviluppo (R&s) in rapporto al Pil è scarsa. Abbiamo faticosamente raggiunto l’1,4% nel 2016 per poi riscendere di nuovo. Come l’Ungheria siamo al 27.mo posto, in fondo alla classifica europea che in media si attesta intorno al 2%. 

La legge Gelmini in dieci anni ha raddoppiato il numero dei con tratti a termine nell’università

Il precariato universitario da noi ha ormai numeri drammatici. Colpa della lenta e progressiva riduzione del corpo docente di ruolo, del taglio dei finanziamenti agli atenei, della mancanza di prospettive e, soprattutto, del mancato riconoscimento di tantissimi studiosi, che hanno dato contributi fondamentali alla nostra ricerca di base. Un vivaio di intelligenze e competenze, che non sono state valorizzate e che abbiamo compromesso con riforme sbagliate. La legge Gelmini del 2010, con la messa ad esaurimento dei ricercatori di ruolo, ha accelerato la moltiplicazione delle figure precarie, lasciate all’arbitrio del potere accademico. Quella legge, sommata alla riduzione delle risorse, in dieci anni ha fatto diminuire di oltre il 25% il personale di ruolo e più che raddoppiato il numero dei contratti a termine, che rappresentano ormai oltre la metà del personale universitario. Dunque, più della metà dei docenti/ricercatori è costituita da precari. Un fenomeno contro cui combattono sia i sindacati confederali Flc-Cgil, Cisl e Uil del comparto università, sia le associazioni di categoria: l’Adi, l’associazione nazionale dottorandi e dottori di ricerca; l’Andu, l’associazione nazionale docenti universitari; la Rete 29 aprile; e l’Università manifesta. Associazioni e sindacati combattono anche un altro fatto gravissimo: dopo anni di precarietà, trascorsi a fare didattica e ricerca, il 90% dei precari viene espulso.

I precari sono un esercito; senza di loro si bloccherebbe l’attività accademica

Marginalizzato, senza certezze, quanto tempo un ricercatore resta nel limbo del precariato? Troppo spesso una decina di anni. Ma c’è chi lavora senza una stabilizzazione anche per più di venti anni. I precari sono un esercito. Senza di loro si bloccherebbe l’attività accademica. Una categoria frantumata da una serie di formule contrattuali: ricercatori a tempo, docenti a contratto, assegnisti, dottorandi, borsisti e collaboratori di vario genere. Da anni reclamano (invano) piani di investimento e una riforma seria del reclutamento, a partire dal pre-ruolo. Proprio di recente la Camera dei deputati ha detto il primo «sì» alla riforma. Pesanti le critiche. Nunzio Miraglia, coordinatore nazionale dell’Andu, parla chiaro: «Quella proposta di legge è sbagliata, nata per “risolvere” il problema del precariato prevede invece un percorso che può arrivare anche a 17 anni prima di una eventuale stabilizzazione». 

L’Andu, insieme ai sindacati e alle altre associazioni, chiede una profonda modifica del testo. Poi, punto per punto, Miraglia elenca a Italia Libera i tanti nodi da sciogliere: «Nel testo si parla ancora di assegnisti di ricerca, una figura precaria per antonomasia, ancora una volta malpagata, senza diritti fondamentali e senza alcuna previsione di sbocchi. Ed è previsto ancora il borsista di ricerca post lauream, una forma di precariato usa e getta, che può durare fino a 18 mesi. Non solo. La cosa più grave è che il testo non prevede gli sbocchi in ruolo degli attuali precari, unico modo per combattere il precariato senza cancellare le migliaia attualmente al lavoro. Per questo unitariamente abbiamo chiesto di fermare questa legge e di bandire subito almeno trentamila posti di ruolo, per recuperare quanto sottratto alla docenza in questi anni e per avvicinare l’Italia all’Europa nel rapporto docenti/studenti». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.