
Le riprese in esterno, l’uso delle camere a mano, il montaggio non convenzionale , la recitazione improvvisata su un canoveccio. Sono stati questi i nuovi canoni della tecnica cinematografica avviata in Francia alla vigilia del Boom economico degli anni Sessanta del Novecento. Una rivoluzione pensata da un gruppo di registi accolto attorno alla rivista “Cahiers du cinéma”, giocando sul termine “vague”, che in francese significa onda, e anche vago. A mettere in pratica la Nouvelle Vague registi divenuti celebri come Truffaut, Chabrol, Rivette e Rohmer. Il più radicale fu di Jean-Luc Godard, che non aveva mai affrontato l’impegno di un lungometraggio. Lo fece nel 1960 e il suo “À bout de souffle” – in Italia “Fino all’ultimo respiro” – fu considerato il manifesto del nuovo stile, e fu fonte di ispirazione per i giovani cineasti di tutto il mondo. Il protagonista maschile era l’esordiente Jean Paul Belmondo. Girato in un raffinato bianco e nero è nelle sale in queste settimane
◆ La recensione di BATTISTA GARDONCINI *
► Alla fine degli anni Cinquanta, in Francia, un gruppo di registi, raccolto attorno alla rivista Cahiers du cinéma, rivoluzionò il modo di fare il cinema: riprendevano in esterni, usavano le camere a mano, montavano senza troppo badare alle convenzioni, e chiedevano agli attori di improvvisare su un canovaccio appena accennato. Facevano parte di questa Nouvelle Vague, come amavano definirsi giocando sul termine “vague”, che in francese significa onda, e anche vago, nomi già affermati, come Truffaut, Chabrol, Rivette e Rohmer.
Ma il più radicale di tutti nelle sue convinzioni, Jean-Luc Godard, non aveva mai affrontato l’impegno di un lungometraggio. Quando lo fece, nel 1960, il suo “À bout de souffle” – in Italia “Fino all’ultimo respiro” – fu considerato il manifesto del nuovo stile, e fu fonte di ispirazione per i giovani cineasti di tutto il mondo. La sceneggiatura era di Truffaut, alla macchina da presa c’era il fotografo di guerra Raoul Coutard. Tra gli attori aveva una certa notorietà soltanto l’affascinante Jean Seberg, che sarebbe morta pochi anni dopo, mentre il protagonista maschile era l’esordiente Jean Paul Belmondo.
La storia di questo film girato in venti giorni, con un budget limitato, è stata raccontata con grande scrupolo filologico dal regista americano Richard Linklater in “Nouvelle Vague”, in questi giorni nelle sale. Il regista ha scelto un raffinato bianco e nero e si è avvalso di un gruppo di giovani attori incredibilmente somiglianti ai loro personaggi, tra cui spiccano Guillaume Marbeck nella parte di Godard e Zoey Deutch nella parte di Jean Seberg. Nel complesso un appuntamento da non perdere per chiunque abbia amato ”A bout de souffle”, la sua caotica trama, il montaggio volutamente disturbante, la recitazione sopra le righe che Godard impose agli attori perché pensava che la trasgressione fosse necessaria per distanziarsi dai modelli narrativi tradizionali, quelli che lui definiva sbrigativamente il cinema “dei papà”. © RIPRODUZIONE RISERVATA
(*) L’autore dirige oltreilponte.org
