Capo Verde: una Repubblica senza cliché, come vorremmo che fosse l’Africa

Una spiaggia nel centro di Praia, capitale dell’arcipelago [credit Luís Rosário]

Alle elezioni del 17 ottobre, il presidente di centro destra Jorge Carlos Fonseca passa la mano al socialista José Maria Neves. L’arcipelago vulcanico nell’oceano Atlantico racchiude dieci isole, per un totale di quattromila chilometri quadrati al largo delle coste del Senegal, un’ora di volo da Dakar quattro da Lisbona. Una nazione poco più piccola del Molise, eppure strutturata meglio di quasi ogni altro paese nell’enorme continente del quale fa parte. Per la statistica, nel mondo ci sono un milione e 200.000 capoverdiani, più della metà dei quali emigrati. Soprattutto negli Stati Uniti, 250.000, e il resto distribuiti tra Olanda, Francia, Portogallo. In Italia, secondo l’ultimo censimento, ne sono stati contati circa diecimila


Una veduta della capitale Praia, nell’isola di Santiago, la maggiore delle dieci che compongono l’arcipelago di Capo Verde

     L’articolo di CARLO GIACOBBE, da Praia, isola di Santiago (Capo Verde)

ALL’ARRIVO A SANTIAGO, l’isola più grande dove c’è Praia, la capitale, vengo investito da un suono assordante proveniente da camioncini muniti di altoparlanti, dai quali musiche locali (purtroppo ben diverse dalla dolce e malinconica morna fatta conoscere nel mondo dalla mai dimenticata Cesária Évora) si alternano a slogan elettorali e lunghi passaggi di comizi tenuti dai candidati. Siamo in piena campagna per le presidenziali. Contrariamente ai pronostici, nella consultazione del 17 ottobre ha appena vinto il socialista José Maria Neves, 61 anni, con un passato di Primo ministro e di professore universitario.

Rispetto ad alcune scorciatoie concettuali che esemplificano la realtà a uso di frettolose guide turistiche, l’unica nota autentica e riscontrabile riguarda il clima. Che effettivamente somiglia all’Eden magnificato nei dépliant. Per il resto molte esagerazioni, sia in positivo che in negativo. È subito chiaro che in un paese la cui economia dipende in larga misura dal turismo il crollo delle presenze dovuto alla pandemia ha prodotto guasti gravi ed evidenti. Però non irreparabili. Gli alberghi e i centri per vacanzieri (i più numerosi venivano dal Regno Unito) sono semideserti. Non poche strutture hanno preferito entrare in sonno piuttosto che restare aperte, con i costi che ciò comporta in termini di personale e di servizi, piuttosto che ospitare un 10 per cento dei clienti, oggi solo potenziali ma un tempo reali e paganti in valuta pregiata. Eppure l’aria che si respira non è di una nazione che sopravvive a livello di sussistenza, come tante altre viste in Africa o in Sudamerica.

Le strutture sanitarie dell’arcipelago sono molto modeste e per tutte e nove le isole abitate (la decima, Santa Luzia, è totalmente deserta) ci sono appena tre ospedali degni di tale nome. Due sono nella capitale e un altro è a São Vicente. Gli altri somigliano più ad astanterie o a posti medici da intervento di fortuna, prima dell’evacuazione del malcapitato che necessiti di assistenza. In compenso non ci sono una serie di malattie tipiche dei paesi tropicali e non c’è bisogno di fare alcuna vaccinazione. Diverso il quadro sanitario in relazione al Covid. Data la carenza dei posti letto, il governo – superato il trauma iniziale dovuto alla pressoché totale mancanza di mezzi di prevenzione e cura del virus – ha adottato misure draconiane per contenere al massimo i contagi; tutto indica che i risultati, adesso, sono evidenti e molto positivi. Tamponi e vaccinazioni sono alla portata di tutti, grazie soprattutto agli aiuti dei paesi ricchi.

L’autore del servizio, Carlo Giacobbe, a colloquio informale con il Presidente Fonseca

Molte e di svariate nazionalità sono le organizzazioni governative e non che operano a Capo Verde nei più diversi settori della cooperazione internazionale, ma due sono particolarmente rilevanti: il Portogallo, l’antica potenza coloniale, e la Cina, che in questo momento è il paese che impiega più risorse a sostegno (non certo a fondo perduto) di diversi progetti. Il più importante, almeno ai miei occhi di osservatore che ha avuto modo di girare l’isola di Santiago con una certa completezza, è stata, nei dintorni della capitale Praia, la costruzione di un polo universitario moderno e direi addirittura imponente non solo in relazione ai modesti standard del paese. La struttura, consegnata al governo capoverdiano appena tre mesi fa, si estende su una superficie di quasi tre ettari, con decine di edifici tra aule, laboratori, biblioteca, auditorium e campus per centinaia di studenti e docenti esterni ed è costata al governo cinese oltre 50 milioni di euro.

Cina e Stati Uniti si contendono spazi e iniziative a Praia capitale di Capo Verde

Non si è fatta attendere la risposta degli Stati Uniti. Lo scorso 4 luglio gli Usa hanno solennemente annunciato l’attribuzione dei terreni in cui sorgerà il singolo progetto più importante nella storia del paese. Si tratta di numerosi edifici che a Praia ospiteranno la nuova sede dell’ambasciata Usa ma che, visto il costo dell’operazione, la cifra incredibile per Capo Verde di 439 milioni di dollari (oltre la metà del Pil), saranno ben più che una sede diplomatica. Nel dettaglio non si conoscono i progetti; si tratterà sicuramente di una serie di strutture che sotto l’egida di Washington ospiteranno centri culturali, scientifici, museali e, verosimilmente, anche socio-sanitari. Opere che, dati i costi, non sfigurerebbero neppure in una grande capitale europea.

Solo il futuro dirà quali contropartite le due maggiori potenze planetarie potranno esigere dalla minuscola nazione insulare. Per la Cina, impegnata nel suo pervasivo programma di penetrazione in Africa, Capo Verde potrebbe essere un modello in scala per verificare la tenuta della propria presenza in quel continente. Per gli Usa, a parte i rapporti storici e la forte presenza di capoverdiani sul proprio territorio, un altro esperimento in scala: il contenimento della potenziale egemonia gialla nel continente nero© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio