Roberto Cingolani, ovvero delle gesta del ministro della finzione ecologica

Anziché sostenere la riconversione elettrica dei trasporti attingendo a piene mani al Recovery fund per spenderli entro il 2026, il titolare della Transizione ecologica i prestiti europei li destina generosamente a Eni e Snam per estrarre idrocarburi ad libitum e nascondere la Co2 sotto il tappeto dell’idrogeno blu. E i maneggi con l’industria fossile sulla Next generation Eu non li pubblica neanche sul sito ufficiale del governo. Avendolo ascritto d’ufficio al suo movimento, restiamo in fiduciosa attesa che Beppe Grillo batta un colpo sul caso clinico del momento. In sua vece, lo faccia quanto prima almeno Giuseppe Conte


L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

La terza edizione del Motor Valley Fest svolta a Modena dall’1 al 4 luglio 2021

L’ULTIMA DEL PROFESSOR Roberto Cingolani che ci tocca leggere è il grido di dolore per i destini del motore a scoppio, bandito dal Green deal europeo da qui al 2035. Per fronteggiare una crisi climatica sempre più catastrofica, la fine programmata della tecnologia motoristica a combustione interna provocherebbe − queste le parole del ministro, riportate oggi dal Sole 24 Ore − «la chiusura della Motor valley» emiliana, culla di Ferrari, Lamborghini, Maserati ed altre eccellenze italiane costrette ad accelerare verso la trazione elettrica. Nei giorni scorsi aveva già annunciato lacrime e sangue, per il principio del «chi inquina paga» applicato alle emissioni di Co2, come previsto dai piani europei della Next generation Eu, smentendo tutti i suoi predecessori.

Ben strana logica, quella del titolare della Transizione ecologica italiana. Anziché sottolineare i vantaggi della riconversione elettrica dei trasporti attingendo a piene mani al Recovery fund per spenderli entro il 2026, i prestiti europei li destina generosamente a Eni e Snam per estrarre idrocarburi ad libitum e nascondere la Co2 sotto il tappeto dell’idrogeno blu. E non li pubblica − questi maneggi − neanche sul sito ufficiale del governo, come abbiamo documentato ieri su queste pagine con l’inchiesta di Lilli Mandara. Un gioco delle tre carte bloccato dalla Commissione europea con la riscrittura dell’intero capitolo della transizione energetica imposta al governo Draghi. Notizie che vengono taciute e − figurarsi − non suscitano scandalo nei giornali «spontaneamente servili», come sottolinea oggi ad “Italia Libera” il professor Luciano Canfora nell’approfondimento di Anna Maria Sersale sullo stato comatoso dell’informazione italiana.

Corrado Clini, ex ministro dell’Ambiente nel governo Monti

Di ministri dell’Ambiente (ribattezzati della Transizione ecologica) che pensavano e, soprattutto, operavano come ministri dell’Industria ne abbiamo conosciuti altri. Il primo che ci viene in mente è Corrado Clini, medico di Igiene e Medicina del lavoro a Porto Marghera, direttore generale del ministero per quattro lustri, prima che Mario Monti lo chiamasse a guidare il dicastero nell’autunno del 2011. In tutta la vicenda Ilva di Taranto (dal sequestro degli impianti, agli arresti dei Riva e loro famigli nel 2012) le sue prese di posizione hanno sempre puntato sulla continuità produttiva degli altiforni anziché sullo stop ai danni disastrosi provocati all’ambiente e alla salute dal siderurgico tarantino. Come sarebbe stato di certo più pertinente al suo compito istituzionale. Gli esiti, difendendo l’indifendibile, li abbiamo misurati con le condanne di fine maggio per Riva e accoliti al processo “Ambiente svenduto”.

Da direttore generale del ministero e prima che indossasse i galloni da ministro, Corrado Clini lo avevamo visto all’opera su altri fronti e, su “Ambiente Italia” (Rai 3), ne avevamo dato sempre conto: il risanamento dei siti industriali ad alto rischio ambientale, l’elettrosmog o i danni dell’amianto. Lo avevamo apprezzato, in particolare, nel trasferimento delle migliori tecnologie per la lotta al buco nell’ozono e la diffusione delle plastiche biodegradabili nelle campagne asiatiche. Diffondendo, dall’Italia alla Cina, le ricerche applicate più innovative prodotte dall’università e dall’industria italiana. Due volti antitetici nello stesso personaggio. 

L’uno e il suo doppio è un caso che si attaglia alla perfezione anche al professor Cingolani. Dapprima promotore di ricerche avanzate nel campo energetico, finché ha diretto l’Istituto Italiano di Tecnologia, con l’applicazione delle nanotecnologie ai pannelli fotovoltaici del futuro. Di poi sponsor conclamato dei peggiori gattopardi italiani dediti al greenwashing, attaccati da sempre alla mammella dell’assistenzialismo imprenditoriale. Avendolo ascritto d’ufficio al suo movimento, restiamo in fiduciosa attesa che Beppe Grillo batta un colpo sul caso clinico del momento. In sua vece, lo faccia quanto prima almeno Giuseppe Conte. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.