Giornalismo oggi: “caporalato” in redazione, intelligenza artificiale alle porte

Dal 2009 gli editori hanno rimpiazzato i professionisti con precari sottopagati

Canfora (filologo): «siamo un Paese sotto controllo, davanti a un “partito unico”; gran parte della stampa si limita ai bollettini governativi». Roma (Censis): «con internet il giornalista non è più indispensabile per veicolare informazioni e notizie; ma se manca la mediazione non capisci più i perché». Ferroni (accademico): «i giornali sono arroccati e autoreferenziali nel proprio gruppo di potere». Roidi (giornalista): «il buon giornalismo non potrà mai abbandonare l’etica della professione, né la fatica di cercare le notizie per arrivare alla verità dei fatti». Morcellini (Unitelma – La Sapienza): «con la pandemia torna il bisogno di capire; gli specialisti informatici serviranno a verificare le balle che circolano nel web»


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE / 

IL GIORNALISMO ATTRAVERSA una delle fasi più difficili della sua storia. L’informazione appare debole, spesso strumento e megafono di poteri esterni. Preoccupa la concentrazione delle testate, il crollo delle vendite e la perdita di lettori. Sono davvero molte le facce di questa crisi strutturale, iniziata da tempo, che mette a rischio valori fondamentali e non negoziabili: ricerca della verità, indipendenza dei giornali e di chi ci lavora, credibilità, libertà di critica, difesa della collettività e della democrazia. Tanti i mali da curare: faziosità, opportunismo e superficialità. E mentre la rivoluzione digitale avanza − paragonabile al passaggio dalla pergamena al libro di Gutemberg − l’intero sistema è scosso dalle fondamenta, anche perché la famigerata ondata di prepensionamenti iniziata nel 2009 continua a svuotare le redazioni. Al punto che l’Inpgi, l’Istituto nazionale di previdenza dei giornalisti, è sull’orlo del fallimento. In questi anni le nuove assunzioni sono state fatte con il contagocce. Gli editori spesso hanno preferito rimpiazzare professionisti di lungo corso con schiere di aspiranti sottopagati, costretti al “signorsì” e quando rifiutano avanti un altro. 

Si chiudono gli occhi sulle notizie poco gradite e dilagano i bollettini governativi, in una sorta di partito unico

Se molti giornalisti  difendono l’indipendenza, che è il loro bene più prezioso, altri no. Per opportunismo chiudono gli occhi sulle notizie «poco gradite». Non cercano la «verità dei fatti» piegandosi a quei poteri che avrebbero dovuto controllare. Un tradimento della deontologia professionale. Un danno per l’intera categoria. Ci sono molti esempi virtuosi, certo. Però l’informazione rincorre i social e sempre meno scava a caccia di notizie. «Il problema è sotto gli occhi di tutti ma nessuno lo vede − dichiara a “Italia Libera” Luciano Canfora, filologo classico, storico, saggista e professore emerito dell’università di Bari −. Abbiamo un governo catapultato dalla signora Europa, imposto con il ricatto, con il silenzio dei giornali addomesticati e spontaneamente servili. Ciò determina autocensura e censura fortissime. Sappiamo che per il nostro debito siamo un Paese sotto controllo e di fatto, ora, siamo difronte a un “partito unico” mentre una gran parte della stampa si limita ai bollettini governativi». Una deriva pericolosa, questa, anche per Giulio Ferroni, accademico della Sapienza, letterato, saggista e scrittore. Lo abbiamo raggiunto telefonicamente mentre era nell’antico Collegio Borromeo per la “Milanesiana”. «Spesso i giornali − afferma − sono arroccati nel proprio gruppo di potere e nei rapporti sono autoreferenziali, ricorrendo agli interventi dei soliti personaggi amici». Il professore, il cui ultimo libro è “L’Italia di Dante”, edito dalla Nave di Teseo, rimprovera alla stampa di non dare spazio adeguato ai temi culturali e di non contrastare il dominio di internet, con un generale abbassamento dei livelli, troppi refusi, sciatteria e la scelta di argomenti a effetto.

Nessuna certezza contrattuale per i nuovi giornalisti, piccole mance per ogni pezzo pubblicato

Ma quali sono le conseguenze prodotte dall’invadenza dei social e dalla drammatica questione del precariato nel mondo dell’informazione? Risponde Giuseppe Roma, per lungo tempo direttore generale del Censis, studioso e interprete dei cambiamenti sociali ed economici. «Moltissimi giovani − afferma Roma − non hanno alcuna certezza contrattuale e ricevono una “mancia” per ogni pezzo pubblicato, in pratica compensi da fame. Sono sottoposti a una forma di vergognoso “caporalato”, come i raccoglitori nei campi di pomodoro. Tutto ciò si riflette sulla qualità e la credibilità dell’informazione. Quanto a internet, siamo in ritardo. È in atto una rivoluzione epocale. Se gli indici di vendita dei quotidiani sono crollati è perché non esistono più le generazioni vissute con il rito laico dell’acquisto del giornale in edicola. Sono cambiati i modi attraverso cui ci si informa, apri telefonino o tablet e leggi quello che vuoi. Per esempio, il governo decide una cosa, ti colleghi al sito e lo sai subito in maniera istantanea e gratuita. Significa che il giornalista perde la sua posizione esclusiva, non è più indispensabile per veicolare informazioni e notizie. Però, se manca la mediazione non c’è chi spiega il senso delle cose, non capisci più i perché. Questo è un problema molto grave, è il nodo principale su cui ragionare. Se radio e tv con un collegamento trasmettono velocemente e possono competere con i tempi di internet, diverso è per la carta stampata. Quando i quotidiani arrivano in edicola in buona parte sono già bruciati. Hanno perso lettori, tuttavia mantengono il potere, tant’è vero che non chiudono. Anzi, ce ne sono di nuovi. Fin dalla mezzanotte rimbalzano sulle rassegne stampa, viene presentata la prima pagina e molti dei servizi più importanti. Più che sulle notizie oggi puntano sui commenti e i retroscena, però con punti di vista abbastanza scontati, talvolta stantii».

Con i big data, il lettore è sempre più ridotto a cliente di un prodotto e il giornalismo muore

Una cosa è certa, nella società digitale dei big data il giornalismo sta cambiando. «Ma il buon giornalismo non potrà mai abbandonare l’etica della professione, né la fatica del cercare le notizie per arrivare alla verità dei fatti. Altrimenti, se abdica alle proprie regole riducendo il lettore a cliente di un “prodotto” il giornalismo muore», sostiene Vittorio Roidi, giornalista dal ’62, capocronista al “Messaggero” negli anni Ottanta, poi caporedattore centrale. Roidi ha insegnato nelle Scuole di giornalismo di Perugia e Urbino, è autore di molti libri, tra cui “Coltelli di carta” e “Giornalisti o giudici”, quest’ultimo scritto insieme a Lorenzo Grighi. Alle nuove leve dice che molti giornalisti oggi  commentano, criticano, abbelliscono le notizie o fanno pagine, ma non basta. 

Per Roidi − in passato anche presidente della Federazione nazionale della stampa e poi segretario nazionale dell’Ordine dei giornalisti − la ricerca della verità è fondamentale. Però ci sono novità con cui fare i conti. Gli editori sono interessati all’introduzione nelle redazioni di “esperti digitali”. Dicono che saranno di supporto ai giornalisti. Sarà vero? Un quotidiano intanto ha già sostituito alcuni prepensionati con queste figure. La Federazione nazionale della stampa ha fatto sapere che non firmerà l’accordo. «In futuro si prospetta la possibilità di confezionare notizie utilizzando intelligenza artificiale e algoritmi − continua Roidi −. Anche se capisco che bisogna andare avanti, se hai una macchina che ti forma la notizia e che la scrive a mio parere ciò va respinto con forza, perché i rischi sono evidenti».

Le nuove tecnologie informatiche possono aiutare a combattere anche le balle che circolano nel web

Sembra che nelle redazioni avremo ingegneri, programmatori, data scientist, e grafici delle visualizzazioni che studieranno nuove formule di analisi e di racconto. Che cosa accadrà se questo processo si estenderà a più testate? Rivolgiamo la domanda a Mario Morcellini, storico preside di Scienze della Comunicazione alla Sapienza, ora direttore dell’Alta Scuola di comunicazione e tecnologie Unitelma Sapienza, membro anche della Fondazione Murialdi. «Non dobbiamo avere paura, avremo nuove opportunità, le nuove tecnologie e l’introduzione di specialisti informatici, già in uso in molti giornali stranieri, saranno utili − sostiene il professor Morcellini −; serviranno a verificare le fake news, le balle che circolano nel web. Rappresentano una strada innovativa, che avrà sviluppi nel prossimo futuro. Con la Sapienza faremo corsi brevi, tagliati sulle esigenze del giornalismo, una specie di piccolo master. I corsi sono rivolti a giornalisti disoccupati, ad aspiranti giornalisti, a giovani laureati e a informatici interessati a lavorare nel mondo dei giornali. Il progetto lo abbiamo chiamato “Editoria 4.0”; studieremo soprattutto i casi positivi, dei giornali in ripresa. Perché la notizia è che stiamo assistendo a una inversione di tendenza. Un’indagine recentissima rivela che i parametri negativi stanno diminuendo e per alcuni versi c’è un aumento delle vendite, sia dei giornali stampati, sia di quelli online».

Morcellini racconta che nei diciotto mesi di pandemia la gente ha avuto paura ed è tornata all’informazione, quella giornalistica. «Un ritorno alla comunicazione mediata dal giornalista che − spiega il professore − ha ridotto il tasso di consumo dei social. Un saldo positivo che non sparirà, ma lascerà tracce, lo abbiamo già verificato. I comportamenti virtuosi, pur se lievemente diminuiti, resteranno. I giovani hanno capito che il giornalismo educa alla socialità, mentre i social spingono all’individualità». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.