Fughe d’amore, imprese eroiche e tradimenti: l’epos magnogreco in compagnia di Stesicoro

Busto marmoreo di Stesicoro; in alto Elena di Antonio Canova (dettaglio)

Ispirato da Esiodo (del quale si dice avesse sposato la figlia), il poeta greco-siciliano scagiona la bellissima Elena dall’accusa di aver scatenato la guerra di Troia con le sue fughe d’amore. Grazie alla palinodia, il poeta si affranca e riacquista la vista, persa quando scrisse la prima opera, nella quale Elena era invece causa di tutte le rovine. Nelle sue pagine ritroverete gli Argonauti, il cinghiale Caledonio, Eracle e tanti altri, se non vi farete intimorire… dalla lista delle opere. Godetevi intanto questo assaggio: “non è vero questo discorso / non andasti sulle navi dai bei banchi / non giungesti alla rocca di Troia”


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato in Magna Grecia

PALINODIA E STESICORO. Un termine ed un nome, attinti da uno straordinario libro: quello della Magna Grecia. O, più esattamente, dal suo epos. Dal racconto eroico, cioè, di quella grande parte del nostro meridione (e della Sicilia) dove fiorì una civiltà, anch’essa straordinaria, in un periodo della filogenesi umana (secondo e primo millennio avanti Cristo). Dove altrove si abitava ancora nelle caverne, o ci si dondolava sugli alberi, mentre qui da noi, al sud, si parlava di filosofia, di teatro, arte e letteratura. 

“Un epos in Magna Grecia?”, comincerà a chiedersi qualche erudito, convinto che questo, l’epos, riguardasse soltanto il ciclo eroico di Omero. Convinzione comune anche al vostro cronista, fino a quell’ottobre del 1979, quando, al diciannovesimo Convegno di studi internazionale sulla Magna Grecia (mi piace declinare per esteso il titolo dell’appuntamento annuale di Taranto), l’inglese Lloyd Jones, venne a raccontarci, che sì, anche nel nostro sud, in quanto ad eroi e semidei, facevamo il pari con la Grecia continentale. Con un Omero, che, a quanto pare, per un periodo consistente della sua vita, perdette anch’egli il lume degli occhi, per aver “diffamato” Elena, la moglie dell’atride Menelao, la quale era, pur sempre, la sorella dei dioscuri Castore e Polluce, nonché sorella di quella Clitennestra, moglie del gran re, Agamennone. 

Gli amori di Elena e Paride (Jacques-Luois David)

Un grande poeta, dunque. Tanto da far scrivere a Sir Maurice Bowra, come «la storia della più antica poesia greca, è dominata dall’ombra di un grande nome» (in Greek Lyric Poetry, London, 1936). Un poeta del quale ben tre città della Magna Grecia si contendevano i natali, la calabrese Matauria (nei pressi dell’attuale Gioia Tauro) e le siciliane Imera e Catania. Ma cosa aveva di così speciale questo Stesicoro, che qualche antico scoliasta (gli scolii erano le note a margine delle opere letterarie antiche), diceva, addirittura, avesse sposato la figlia di Esiodo, quasi per avvalorarne una sorta di continuità letteraria e, quindi, di una lirica “celeste”? Già, al vate di Ascra, autore di una Vita degli dei (teogonia), di Erga, del Catalogo delle Donne, e di altre opere, pare che le muse fossero non solo le sue ispiratrici ma parlassero addirittura con lui, svelandogli quello che “nessun uomo potrebbe mai sapere”. E Stesicoro pare avesse anch’egli agganci diretti con le divine abitatrici del monte Elicona. 

Come Esiodo, anche il nostro poeta cadde nell’aporia (dubbio insolubile), o, se volete, nell’antinomia di un giudizio, poi letteralmente ribaltato in una successiva trattazione, la “palinodia”, per l’appunto. Con Esiodo che aveva malignato pesantemente sulle virtù di Elena, nel Catalogo delle donne, tranne poi ribaltare completamente questo suo giudizio. Solo che ad Esiodo, per i suoi stretti rapporti con gli dei, questa palinodia gli venne perdonata, mentre al povero Stesicoro i parenti divini di Elena gli tolsero la vista, per poi ridargliela quando si decise a scrivere la sua palinodia. Qualcuno allora (e, sono sicuro, anche ora leggendo questo scritto) fece in sala qualche risolino, pensando ai politici che oggi dicono una cosa e, dopo un po’, affermano l’esatto contrario; e non c’è neanche un nume che, senza arrivare ad accecarli, li renda magari afoni, finché non scrivano anch’essi le loro palinodie. E ne vedremmo allora delle belle. 

Ercole e Lica di Antonio Canova [credit Fabio Zonta]

Il vostro cronista cerca di rendere fluido il racconto anche per il più profano dei lettori, cercando di non tediarlo allorché si cita la Suda − una sorta di wikipedia bizantina, grazie alla quale ci sono arrivate opere o frammenti di opere, altrimenti perdute − di Stefano di Bisanzio, dei pitagorici Eufemo ed Euete, o Diodoro Siculo. O di fargli sapere che le opere del poeta calabrese della Magna Grecia erano raccolti in ventisei libri, divisi nel ciclo troiano, Ilìou Pérsis, Nóstoi, Elena, Oresteía, in quello tebano, Eriphyle, Sette contro Tebe, Europeia e in quello degli Argonauti, Athla epì Pelía, e poi la leggenda eolica della caccia al cinghiale Caledonio (Syotherai), o le imprese di Eracle nella Grecia continentale, Cerbero, Kyknos. Allora no, nessuno avrebbe sbadigliato; ma ora sono sicuro che i miei soliti dieci coraggiosi lettori si stanno slogando le mascelle, a furia di sbadigli, per questa sfilza di nomi. 

Tuttavia, vi posso assicurare che la cifra del racconto che vi propongo l’ho desunta da grandissimi maestri dell’affabulazione magno greca, come quando Giovanni Pugliese Carratelli mi raccontò per immagini (è il caso di dirlo) come i Nóstoi, i reduci della guerra di Troia fecero ritorno a casa, e come molti di essi (Epeo, quello che costruì il fatale cavallo, o Filottete, quello delle armi di Eracle, o il possente Diomede), vennero in Magna Grecia, qualcuno addirittura per morirci. 

E la Gerioneide, forse il poema più conosciuto di Stesicoro, nel racconto di Hugh Jones? «Nella sua decima e ultima fatica, Eracle doveva riportare le mandrie di Gerione dall’isola di Erytheia, vicino all’oceano. Solo che Gerione era considerato imbattibile, essendo figlio di Chrisaor, a sua volta figlio di Poseidon, e della ninfa Callirhoe, figlia di Oceano stesso, per cui l’impresa era quasi impossibile». E allora? Gerione aveva tre corpi alati, sei braccia e sei gambe, con il suo pastore Eurythion, a sua volta figlio di Erytheia, ninfa eponima dell’isola e del corrusco dio della guerra Ares. Mentre il suo cane era Orthos, che aveva due teste ed era fratello del cane degli Inferi, Cerbero. Allora Heracles, visto che le teste si moltiplicavano una volta tagliate, pensò bene di ricorrere ad una tecnica, quella della “cauterizzazione”, ben nota in chirurgia, bruciando con un tizzone rovente, il moncone della testa recisa. E il racconto, se non vi ho tediato troppo, continua. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.