L’autunno dell’inquietudine e della rabbia, l’attesa di una transizione che non arriva 

Al G20 di Roma abbiamo udito, per la prima volta, parole di verità: «Non c’è più tempo da perdere». Persino la Regina Elisabetta, alla vigilia del summit, s’era spazientita per il bla bla bla inconcludente dei cosiddetti grandi del mondo: le stesse parole usate dalla diciottenne Greta Thunberg a Milano qualche giorno prima. Nessuna decisione concreta è stata però assunta e la palla passa ora alla Conferenza dell’Onu avviata a Glasgow. Inutile continuare a chiedersi “per chi suona la campana”. La campana suona anche per noi: nell’uso dei fondi del Pnrr sulla coesione sociale e sulla transizione energetica. Lo hanno ricordato decine di migliaia di studenti e associazioni nella mobilitazione del 29 ottobre


L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

Mobilitazione dei lavoratori della Whirplpool di Napoli contro la chiusura della fabbrica

CHE NON SAREBBE stata una passeggiata era chiaro a tutti. Ed eccolo qua l’autunno dell’inquietudine. E della rabbia, già esplosa (a Trieste o a Milano) o che serpeggia (un po’ ovunque). Sulla strumentalità di slogan condensati attorno al Green pass meglio sorvolare, in questa circostanza. Sui problemi aperti dal via libera ai licenziamenti dopo la pandemia e sulle incertezze del futuro indotte dall’aumento generalizzato delle materie prime, no. Meglio fermarsi e ragionare.

L’impulso poderoso dato nei mesi scorsi dall’Europa delle donne (Ursula Von der Layen, Angela Merkel e Christine Lagarde) ha acceso molte speranze, con il Recovery Fund e l’iniziale forma di debito comune. È stato un sussulto di orgoglio e di iniziativa politica davanti al pericolo di un microscopico virus a frantumare quindici mesi fa le resistenze dei “paesi frugali” ad ogni accenno di inclusione sociale. Ci sono poi stati gli effetti della crisi climatica con le devastanti alluvioni nel cuore geo-politico dell’Europa. E in cima all’agenda di governo del Vecchio Continente è entrata l’ineludibile urgenza di rompere gli indugi anche sulla transizione ecologica.

Il primo passo della Next Generation Eu non poteva che essere, quindi, la transizione energetica per uscire — e in fretta — dall’era dei fossili. Il colpo di coda dell’aumento del gas (e del petrolio) ci para davanti il ritardo accumulato in decenni di sordità e inazione nella riconversione ecologica dell’economia e della società. Nei più alti consessi mondiali (dalle Nazioni Unite ai G20) abbiamo udito, per la prima volta, parole di verità: «Non c’è più tempo da perdere». Persino la Regina Elisabetta s’è spazientita e ha additato con severità il bla bla bla inconcludente dei cosiddetti grandi del mondo: le stesse parole usate dalla diciottenne Greta Thunberg a Milano qualche giorno prima.

I fondi della Next Generation Eu devono aprire la strada al futuro dei giovani e del pianeta

Con coraggio e lungimiranza, l’Unione Europea ha quindi aperto la via del futuro. E non è casuale che a farlo siano state tre leader donne. Il Vecchio Continente ambisce — questo abbiamo capito — a coltivare una guida globale nel contrasto alla crisi climatica, per azzerare l’emissione di Co2 prima che gli equilibri bio-fisici del pianeta finiscano fuori controllo. Una leadership tecnologica, sociale e politica che ha bisogno di un coinvolgimento effettivo dei 27 paesi dell’Unione. Dal Consiglio europeo, il 22 ottobre è arrivata invece la doccia fredda sui temi più spinosi: energia, migranti, diritti umani e democrazia.

Nel volgere di due giorni hanno prevalso di nuovo freni e veti degli interessi nazionali. È lo spettro dell’inanità. Un meccanismo infernale innescato, ancora una volta, dal blocco dei paesi ex sovietici. Ai loro governi — oramai è chiaro a tutti — l’Europa interessa solo per i fondi che mette a disposizione, non per i diritti che promuove, né tantomeno per gli orizzonti che delinea e propugna. Accanto ai muri di filo spinato lungo i propri confini, alza sbarramenti ciechi all’uscita dai fossili e dalla catastrofiche conseguenze (per i loro stessi territori) dell’energia atomica — ricordate Chernobyl? Capofila è oggi la Polonia, vellicando le resistenze tedesche (sul carbone) e le impellenze francesi (sul nucleare). Fino a quando può reggere il gioco?

La vigilia della Cop26 a Glasgow è segnata da un ennesimo impasse anche al G20 di Roma

Il risultato è l’impasse su tutta la linea: della democrazia, dei diritti e del clima. Tutto alla vigilia della Cop26 aperta in questi giorni a Glasgow nel gelo della guerra diplomatica tra Stati Uniti e Cina. I frenatori sono di nuovo all’opera. E persino la Von der Layen dà segni di cedimento alle pretese di Macron di inserire l’energia atomica nella tassonomia europea: per attingere, in tal modo, al Recovery Fund classificando il nucleare come energia verde. Una contraddizione in termini che si trascina da anni contro ogni evidenza: non può essere l’atomo lo strumento per agire in modi e tempi efficaci sul fronte della crisi climatica. Né può essere l’Europa a pagare il conto del plutonio per la “force de frappe” dell’Eliseo estratto da impianti nucleari obsoleti, sparsi sul territorio francese e colmi di scorie radioattive.

Sedici anni fa il vezzo della vetusta “grandeur” francese diede un colpo quasi mortale all’Unione col referendum del 29 maggio 2005 sulla Costituzione europea. Ne abbiamo misurato tutti gli effetti nefasti sui fronti ancora aperti: la coesione sociale, la diffusione dei diritti, l’accoglienza umanitaria ed economica. Insinuare di nuovo il germe della disunione e l’impossibilità di agire, o rifare il gioco di ieri con i fondi della Next Generation Eu oggi sarebbe il colpo fatale per l’Europa politica e il futuro pacifico e giusto delle nuove generazioni. 

Il presidente del Consiglio Mario Draghi riceve a Palazzo Chigi Greta Thunberg e Vanessa Nakate

Inutile chiedersi — ancora una volta — “per chi suona la campana”. La campana suona anche per noi, presidente Draghi: nell’uso dei fondi del Pnrr sulla coesione sociale, non meno che sulla transizione energetica. Lo hanno ricordato decine di migliaia di studenti e associazioni di cittadini nella mobilitazione nazionale del 29 ottobre. Temporeggiare oltre non si può: né sulle resistenze ottuse dell’Eni di Descalzi (la golden share del gruppo è nelle mani del governo), né dando fiato ad oltranza al falchetto di Confindustria Bonomi (la transizione ecologica ridotta a “greenwashing” per i furbetti del fossile, allungando sempre la mano per primo ad ogni accenno di riduzione delle tasse in busta paga). 

Pregiudicare il nostro futuro non è un buon affare, professor Draghi. La sua autorevolezza globale la metta in gioco ora. Si ricorda? «Basta bla bla bla. Al G20 agiremo»: era il 30 settembre, a Palazzo Chigi. Le parole davanti a Greta Thunberg e a Vanessa Nakate erano le sue. Un mese dopo, al G20 di Roma ha prevalso il surplace. Dia la sterzata giusta. Prima che a Glasgow il convoglio europeo finisca fuori strada. © RIPRODUZIONE RISERVATA


Nel sommario del magazine quindicinale n. 13 (1-14 novembre 2021)

Questo editoriale del direttore apre il numero 13 del nostro magazine, con la copertina e in primo piano «Cop26. La Terra non può attendere», un dossier di 22 pagine con analisi, inchieste e interviste di Gianni Silvestrini, Anna Maria Sersale, Mario Salomone, Lilli Mandara e Massimo Scalia. Segue un confronto a distanza tra Emilio Molinari e Mario Agostinelli su «”Laudato si’” e “Fratelli tutti”, senso del lavoro e conflitto sociale: due encicliche per una sola conversione ecologica»; l’analisi di Laura Calosso su «Coronavirus: gli azzardi nei laboratori e i ritardi nell’accesso alla verità delle sperimentazioni»; il ricordo di «Desideria Pasolini dall’Onda cofondatrice di Italia Nostra, scomparsa a 101 anni» firmato da Vittorio Emiliani; il reportage esclusivo di Maurizio Menicucci «Sul trenino della storia alla scoperta dell’Omphalos, l’ombelico del mondo più antico» nel cuore della Sardegna sulle tracce di Atlantide; l’analisi di Giorgio Boscagli su «Gli orsi marsicani confidenti»; la lettera dagli Usa di Stefano Rizzo «C’era una volta l’America felice»; la nuova rubrica di Fabio Balocco “Turismo&Sostenibilità” su «Cortina 2026: quando i “Giochi” possono non valere la candela» con un’intervista a Luigi Casanova presidente onorario di Mountain Wilderness; le dimenticanze della World Athletics, ex Iaaf, nei confronti dei tre storici ori italiani a Tokyo messe alla frusta da Marco Filacchione; un ampio reportage di Stefanella Campana dal Salone Internazionale del Libro di Torino; i racconti del misterioso Herr K. su «Übermensch: dalle pelli del capro a Nicolàj Stavrogin», di Carlo Giacobbe «Alla scoperta di Capo Verde, il Paese della cortesia», di Pino Coscetta su «Tullio Pericoli quando disegnava vignette per “il Messaggero” di Ascoli», e di Arturo Guastella su «Delfi, Apollo Agyieus e il delfino che portò sul dorso il fondatore di Taranto». Un fascicolo di 122 pagine riservato agli abbonati e in vendita nelle edicole digitali AppStore, GooglePlay e Huawei AppGallery: il vostro contributo al nostro lavoro. Per restare un giornale libero

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Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.