Il presidente del M5s Giuseppe Conte lascia la sua abitazione per incontrare il fondatore del M5S Beppe Grillo, Roma, 27 giugno 2022. Ansa/Angelo Carconi

Pensiamo davvero — senza ridere di noi stessi — che la crisi di oggi sia figlia del termovalorizzatore di Roma e delle licenze balneari della Santanché e di Briatore? Le cose, quelle serie, non vanno affatto bene nel nostro Paese. I nostri fondamentali economico-sociali sono sballati. Al desco del Pnrr si sono affastellati progetti di cui nessuno ha potuto discutere pubblicamente. Ben distanti dalle priorità indicate dal Recovery Fund dell’estate di due anni addietro, figlio di quella Next Generation Eu che ha dato un ruolo propulsivo all’Unione Europea, ripiegata oggi nel rinculo strategico imposto dalla guerra ucraina. Quei fondi — dovremmo ricordarcelo bene — erano destinati al rafforzamento del welfare sconquassato dalla pandemia, alla transizione ecologica imposta dalla crisi climatica, e alla transizione digitale essenziale in una amministrazione pubblica inefficiente. Non sta andando così


L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

È BASTATO TOGLIERE il dito dal buco nella diga ed è venuta giù la valanga d’acqua. Il pertugio l’ha aperto Giuseppe Conte; lo squarcio l’hanno allargato Salvini e Berlusconi. Accampati sull’Appia Antica, i due capi del centro destra hanno diretto i missili terra-aria su Palazzo Madama. Segno che le crepe nella maggioranza di unità nazionale non reggevano più le frustrazioni elettorali e i risentimenti programmatici. Pensiamo davvero — senza ridere di noi stessi — che la crisi di oggi sia figlia del termovalorizzatore di Roma e delle licenze balneari della Santanché e di Briatore?

Per reggere le lacerazioni che incombono sull’autunno del malessere sociale ci sarebbe voluto un tessuto politico più robusto di quello emerso nel dibattito delle Camere

Le cose, quelle serie, non vanno affatto bene nel nostro Paese. I nostri fondamentali economico-sociali sono sballati. Lo ha scritto con molta concretezza su queste pagine il professor Guido Ortona. Dati e tendenze, messi in luce da Eurispes e Istat, che nessuno più di Draghi conosce a menadito. Per reggere le lacerazioni che incombono sull’autunno del malessere sociale ci sarebbe voluto un tessuto politico più robusto di quello emerso nel dibattito delle Camere, e una chiara volontà di frenare — quantomeno frenare — le insostenibili diseguaglianze, altroché il “populismo delle élite” evocato, qui e là, da appelli e drappelli “spontaneamente organizzati”, come si è lasciato scappare in un impeto di sincerità il solito Calenda.

Intorno al desco del Pnrr si sono affastellati progetti di cui nessuno ha potuto discutere pubblicamente. Ben distanti — tuttavia, a quanto è dato sapere — dalle priorità indicate dal Recovery Fund dell’estate di due anni addietro, figlio di quella Next Generation Eu che ha dato un ruolo propulsivo all’Unione Europea, ripiegata oggi nel rinculo strategico imposto dalla guerra ucraina. Quei fondi — dovremmo ricordarcelo bene — erano destinati al rafforzamento del welfare sconquassato dalla pandemia, alla transizione ecologica imposta dalla crisi climatica, e alla transizione digitale essenziale in una amministrazione pubblica inefficiente.

In cantiere, su questi piani operativi, c’è ben poco di tangibile, nonostante il prestigio e le capacità indiscusse del premier oggi dimissionario. Ci fossero state, il dibattito parlamentare avrebbe preso ben altra piega, al di là delle scombiccherate esigenze elettorali di forze politiche prigioniere di orizzonti contingenti. Al Senato, Draghi è stato netto, brusco nei toni, tranchant nei gesti: verso Salvini e verso Conte, mai chiamandoli per nome, per marcare una lontananza fisica fin troppo ostentata. L’esatto contrario di quanto ieri gli suggerivano (e quindi prevedevano, nel loro delirio di onniscienza) i felpati commenti dei soliti notisti dei soliti giornaloni. Non esattamente un segno di forza nell’esercizio della leadership politica del premier. E il centrodestra “di governo” s’è saldato all’istante con la destra “di opposizione”. Quella Giorgia Meloni ch’era già al governo quando aveva meno di trent’anni. Benedetta, oggi — benché abbia nel suo simbolo la fiamma ardente del repubblichino Almirante —, da pezzi non marginali di establishment che hanno in gran dispetto il progresso sociale e civile di questo malandato Paese. 

Lo schema della destra italiana è quello di sempre: marciare divisi per colpire uniti, ogni volta che all’orizzonte c’è una battaglia elettorale da vincere e una pur piccola parvenza di sinistra da sottomettere

Si conferma così, una volta ancora, lo schema della destra italiana di sempre: marciare divisi per colpire uniti, ogni volta che all’orizzonte c’è una battaglia elettorale da vincere e una pur piccola parvenza di sinistra da sottomettere. Mentre i 5 Stelle si sfarinano, dopo essersi dissanguati con la scissione di Di Maio, e la valanga si abbatte sull’improvvido Conte che il dito dalla diga lo ha tolto dopo aver preso schiaffi per mesi dai vicini di cordata. Chi rompe paga ma i cocci, stavolta, non sono solo suoi. Come dovrà constatare molto presto anche il Pd di Enrico Letta. © RIPRODUZIONE RISERVATA


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Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.

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