L’archeologia, l’arte e il malaffare: «vi racconto la mia caccia a tombaroli e trafficanti»

Anfora panatenaica; sotto il titolo, i marmi del Partenone (Lord Elgin)

Era, all’apparenza, una consorteria difficile da scalfire, quella del traffico internazionale dei reperti archeologici e delle opere d’arte, in quanto i guadagni erano stratosferici, per cui ognuno si coltivava il proprio orticello, senza pestare i piedi a nessuno dei “colleghi”. E, tuttavia, come nelle migliori famiglie, per qualche affare andato male, o per l’invasione di campo da parte di qualche “big concorrente”, qualche crepa riuscì ad aprirsi e fu possibile avere un’idea, non solo della dimensione del traffico, ma anche di quanti reperti preziosi avessero illecitamente lasciato il nostro Paese. Epicentro di questo ordito malavitoso, la Svizzera, da Berna a Zurigo o a Losanna, con una filiale, a sua volta ben attrezzata e soprattutto ben fornita, a Monaco. I nomi? Leggete qui…


L’articolo di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

I PROBLEMI ERANO (e sono comuni). La Grecia, come l’Italia e, per certi versi, anche la Turchia, erano (e sono) oggetto di una sistematica spoliazione di reperti archeologici e culturali di gran pregio. Così, alla mia domanda, se, ora che era stata nominata ministro della Cultura della Grecia, avrebbe chiesto all’Inghilterra la restituzione dei cosiddetti “marmi di Elgin” — alcune metope fidiache del Partenone, esposte al British Museum di Londra —, Melina Mercouri, grande attrice e straordinaria cantante, mi rispose che sarebbe stato il suo primo atto da ministro. Thomas Bruce, VII conte di Elgin, quelle metope le aveva divelte dal tempio progettato dal gruppo di architetti (Ictino, Callicrate e Mnesicle), coordinato da Fidia, e imbarcate notte tempo su di una nave diretta in Inghilterra. Era il 7 settembre del 1984, e il vostro cronista cercava di stilare una mappa europea dei trafficanti internazionali di reperti archeologici. Inutile aggiungere che i “marmi” sono ancora a Londra e della possibile restituzione alla Grecia se ne è persa ogni traccia. 

Melina Mercouri, star del cinema, straordinaria cantante e ministra della Cultura in Grecia 

In quella occasione, Melina Mercouri aggiunse amaramente anche la considerazione di «come in Grecia, ma anche nel tuo Paese, la cultura, lungi dall’essere considerata come un valore sociale, come un qualcosa che, oltre a dare lustro e prestigio alle nazioni ricche di monumenti, potrebbe diventare un’eccezionale risorsa per un turismo culturale internazionale, viene invece considerata quasi come un lusso da non potersi neppure permettere». In quella stessa occasione, l’indimenticabile interprete del film, “Les enfants du Pirée”, avanzò una proposta, con accento stranamente profetico. «Perché — si lasciò andare — l’Europa che andiamo a costruire, non pensa di scegliere a turno, ogni anno, come capitale europea della cultura, Roma, Atene, Parigi, Madrid, Berlino, Amsterdam, Vienna e, così via, e allestire, nella capitale scelta, una serie di mostre e di manifestazioni, contenenti le più significative testimonianze della storia e della civiltà dei paesi della comunità? Solo in questo modo potremmo davvero avere un’Europa unita e non soltanto, come temo, una Comunità dei banchieri, dei mercanti, delle Borse, dei pomodori e dei peperoni…». 

Copia romana del Doriforo di Policleto: rinvenuta a Castellammare di Stabia il 21 marzo del 1976, fu venduta per 3 miliardi di vecchie lire al trafficante svizzero Elie Borowski, venduta a sua volta al museo di Minneapolis. La Procura della Repubblica di Torre Annunziata, sulla base anche di un mio articolo del 1981, ha chiesto al museo statunitense la restituzione della statua in marmo al nostro Paese

Questa intervista mi è tornata in mente, quando, nei giorni scorsi, i giornalisti della trasmissione di Sky, “trafugArte”, mi chiesero di raccontare della bellissima copia romana del Doriforo di Policleto, la cui statua era stata rinvenuta a Castellammare di Stabia il 21 marzo del 1976 e venduta per 3 miliardi di vecchie lire al trafficante svizzero Elie Borowski, che l’aveva, a sua volta, venduta al museo di Minneapolis, il quale, per giustificarne l’acquisto, si era inventato che era stata rinvenuta in acque internazionali. Tesi ora smentita dalla Procura della Repubblica di Torre Annunziata, sulla base delle fotografie pubblicate dal segretario di Borowski, ma anche in un mio articolo del 1981 per un quotidiano nazionale, dove risultavano evidenti le tracce di terriccio su tutta la statua e che ne ha chiesto, perciò, al Museo statunitense la restituzione. Era, all’apparenza, una consorteria difficile da scalfire, quella del traffico internazionale dei reperti archeologici e delle opere d’arte, in quanto i guadagni erano stratosferici, per cui ognuno si coltivava il proprio orticello, senza pestare i piedi a nessuno dei “colleghi”. 

E, tuttavia, come nelle migliori famiglie, per qualche affare andato male, o per l’invasione di campo da parte di qualche “big concorrente”, le crepe riuscirono ad aprirsi e fu possibile avere un’idea, non solo della dimensione del traffico, ma anche di quanti reperti preziosi avessero illecitamente lasciato il nostro Paese. Epicentro di questo ordito malavitoso, la Svizzera, da Berna a Zurigo o a Losanna, con una filiale, a sua volta ben attrezzata e soprattutto ben fornita, a Monaco. I nomi? Allora, negli anni ’80 del secolo scorso, solo sussurrati a bassa voce, mentre in seguito i Carabinieri del Nucleo Speciale e le autorità tedesche li rivelarono e li perseguirono in gran parte. Come in una spy-story che si rispetti, le foto del Doriforo di Stabia e quella di una corazza anatomica di bronzo di un misterioso guerriero sannita, scavata, quasi sicuramente, tra la Puglia, la Campania e la Basilicata, mi furono fatte trovare in una cabina telefonica alla periferia di Roma. 

Prima, tuttavia, di soffermarmi su quest’ultimo straordinario reperto, del quale si sono, naturalmente, perdute le tracce, grazie alla rivalità tra un “gallerista” siculo elvetico Gianfranco Becchina e del suo “collega” tarantino Raffaele Monticelli (con il quale, e lo ammetto, sono rimasto in confidenza) nei confronti del potentissimo antiquario romano Giacomo Medici (dal quale, naturalmente, ebbi una querela), fui in grado di disegnare una mappa dei galleristi d’arte “sospetti” in Svizzera. Così, cominciarono a divenirmi familiari i nomi dei coniugi italo-svizzeri Savoca, del ginevrino-greco Nikolas Kotoulakis, che “trattava” la statuaria greca e romana e l’enfant prodige dei trafficanti, quel Christian Boursaud, le cui iniziali, bi e ci, nell’ambiente equivalevano a “before Christ”, una datazione, cioè, che non lasciava dubbi sul genere di oggetti che trattava. E, ancora Herbert Khan, direttore di una galleria d’arte a Basilea, ma anche docente di storia nell’Ateneo della stessa città. Singolare la filosofia del prof. Khan, che postulava come le opere d’arte non dovessero avere frontiere, per cui diventava lecito trafficarle. Tuttavia, anch’egli ebbe un infortunio, quando vendette all’incauto direttore del museo di Berlino tre vasi rodii del VI secolo a.C., risultati poi falsi. 

Pelike dell’Attica a figure rosse 

Le mie “gole profonde” mi indicarono il nome di Gunther Puhtze, incontrastato principe del traffico clandestino a Friburgo, cui faceva capo il traffico dei reperti archeologici provenienti dalla Grecia, dall’Italia e dalla Turchia. Il solo, fra i sedicenti antiquari europei, ad avere un rapporto privilegiato con il turco Alì Trakis, nella cui galleria d’arte, nella centralissima Marianplatz di Monaco, confluiscono i reperti e le monete antiche provenienti da Istanbul e dalle isole Cicladi. Venni anche a sapere, di due splendidi vasi, scavati a Cerveteri, battuti all’asta, nientemeno che da Sotheby’s a Londra, ed aggiudicati per oltre 90 mila sterline ciascuno. E, ancora, di una splendida pelike a figure rosse del pittore di Berlino, venduta per 86 mila sterline. E, ancora, di un’anfora panatenaica a figure rosse, del IV secolo a.C., opera di un ceramista ateniese, conosciuto come il Pittore di Kleophrades, rimessa letteralmente a nuovo da Sandro Chiechi, restauratore di fiducia di molti sedicenti galleristi svizzeri. 

Singolare, poi, la storia di quella corazza anatomica di bronzo, cui ho accennato, proveniente sicuramente da un’area compresa tra Puglia, Campania e Basilicata, presumibilmente del V secolo a.C., illustrata dal filologo ginevrino Jean Zimmermann e pubblicata sulla rivista svizzera, Museum Helveticum, di 87 centimetri di altezza, con la strana iscrizione Novios Bannos. Solo che il prof. Giovanni Colonna, etruscologo e nome ben noto fra gli studiosi del Convegno Internazionale di Studi sulla Magna Grecia di Taranto, studiando la foto della corazza, corresse il nome in Novios Fannios, ricordando come nella necropoli romana dell’Esquilino, in un ben noto frammento, conservato nei musei Capitolini, si legge dell’incontro tra un centurione romano e un misterioso guerriero sannita, il cui nome era appunto Novios Fannios. 

Nella mia caccia ai tombaroli, appresi anche che l’ingegnere londinese Spencer aveva messo a punto una straordinaria sonda elettronica, Saxon, modificata su meccanica “Arado”, in grado di scoprire metalli ad oltre due metri di profondità, e venduta ai tombaroli per oltre 30 mila euro, con una ricarica semestrale delle batterie di cinquemila euro. Il furbo tecnico inglese, pretende, a quanto si dice, anche il 30 per cento del valore dei ritrovamenti. Chissà se l’ingegner Spencer è riuscito ad incassare l’equivalente delle diecimila monete d’argento (di gran valore, perché il tesoro conteneva monete d’argento coniate a Metaponto, Thurii, Zancle, Terina, Crotone ed Elea) scavate, proprio con il Saxon, nell’area metapontina qualche anno fa. Di questo tesoro, una metà è arrivata misteriosamente in Svizzera, alla galleria d’arte Ars Classica di Russo e figlio, e l’altra metà nella galleria dei coniugi Savoca. Monete delle quali, naturalmente, si è persa traccia. E il saccheggio continua. © RIPRODUZIONE RISERVATA


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About Author

Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.