Il segretario uscente Enrico Letta; sotto il titolo, i due principali contendenti finora per la guida del Pd: Elly Schlein e Stefano Bonaccini, fino a due mesi fa presidente e vice dell’Emilia-Romagna (credit Ansa)

Il tritacarne periodico per la selezione della classe dirigente del Partito democratico s’è rimesso in moto. “Classe dirigente” è una iperbole. La selezione effettiva dei dirigenti è cristallizzata nelle correnti, da quindici anni. Saprà guardare stavolta verso il futuro? Visto non dalle ali spiegate di vaghe onde politicamente fluide, ma con gli occhi di chi già oggi sta male e starà sempre peggio. Popolazioni intere senza terra e senz’acqua, “periferie sociali” (un tempo si sarebbe detto “classi”) accampate nel cuore della ricca Europa e in giro per il mondo a contendersi le briciole di uno sviluppo dissennato e bellicista, verticalizzato e predatorio. Vittime, tutti, di una egemonia culturale neo-liberista economicamente e socialmente insostenibile (per gli stessi limiti fisici del Pianeta)


Questo editoriale apre il numero 32 del nostro magazine distribuito nelle edicole digitali dal 5 dicembre 2022

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

ERA PREVEDIBILE. ED è stato previsto. Ora si sta puntualmente avverando. Il tritacarne periodico per la selezione della classe dirigente del Partito democratico (cioè la scelta del segretario, giusto per cambiare) s’è rimesso in moto. Inesorabile, sugli stessi binari dell’ultimo decennio (per stringere l’arco temporale). A voler essere rigorosi, “classe dirigente” è una iperbole. La selezione effettiva dei dirigenti — raccontano le cronache — non avviene dall’atto fondativo del partito in giù. Tutto cristallizzato nelle correnti, da quindici anni. Ad esse si torna ogni volta, in una perniciosa coazione a ripetere.

Fuori quadro restano i contenuti — sarebbe, in effetti, un lavoro troppo impegnativo per i social media manager dei vari capi e sottocapi, intenti a cavar fuori la battuta del giorno per il pastone dei tg e i cronisti a strascico. I contenuti scaturiscono, sempre e solo, dalla “situazione generale e i nostri compiti”, per dirla con il linguaggio della politica d’antan. Laddove “situazione generale” significa l’analisi della società, delle sue dinamiche economiche, dei rapporti di forza politici, del contesto geopolitico che ne determina gli sviluppi. In primis, guardando al contesto complessivo, c’è la «guerra incubata da Washington e attuata da Mosca» (cit. Gian Giacomo Migone): non si può essere europeisti conseguenti e consegnarsi legati mani e piedi all’Alleanza militare che si sovrappone all’Unione Europea sottomettendo il Vecchio Continente al complesso militare-industriale che orchestra Oltre Atlantico. E “nostri compiti” significa indicare gli interessi di parte — sinonimo di partito — e generali (principi e valori) che si intendono rappresentare e dargli voce. 

In alto, Stefano Bonaccini annuncia ufficialmente la sua candidatura alla segreteria domenica 20 novembre 2022 a Campogalliano (Modena); in basso, Elly Schlein presenta al centro sociale Monk di Roma la sua candidatura ufficiale domenica 4 dicembre 2022

Tutto questo non si vede, neanche col binocolo. “Avvincente” è già stata definita la sfida tra Bonaccini e la sua (ex) vice Schlein. Un match tutto emiliano-romagnolo. I contenuti dello scontro? Quelli caratterizzanti stiamo ancora aspettando di conoscerli, al di là delle location scelte dagli staff — il paesello natale, per l’uno; il centro sociale semiperiferico nonché radical (al momento, non chic) per l’altra. Stefano Bonaccini, per dirne una, parla di rigassificatori e non di comunità energetiche, non si oppone alle nuove trivelle e si dimentica della subsidenza che, per estrarre gas dal sottosuolo, ha già fatto seri danni alla Romagna (come gli ricorda con bonomìa tutta emiliana il suo conterraneo Bersani). E poi le cause della guerra in Ucraina che ha già ridisegnato i confini del mondo (“o di qua o di là”, con tutto quel che ne consegue) e riallungato le distanze tra ricchi e poveri, tra chi sta sopra e chi sta sotto. Che ne pensa l’ex coordinatore delle primarie arrembanti dell’ex rottamatore?

Già, la concatenazione logico-politica. I diritti sociali sono sempre meno uguali per tutti, non più universali. Le disuguaglianze crescono e i diritti civili tornano velocemente in alto mare. Qui una differenza tra i due sfidanti c’è, e si vede. Elly Schlein la battaglia (almeno iniziale) per l’avvio di una transizione ecologica nella regione che ha co-governato per due anni può ancora rivendicarla, pur avendo fatto il pesce in barile sui progetti dell’Eni di voler nascondere la Co2 sotto il tappeto a Ravenna. Ha parlato di «squadra», «noi» anziché «io io» — e già questa sarebbe una bella rivoluzione, se non finisce come con la Serracchiani (anche lei spinta sul proscenio da Dario Franceschini). La battaglia per i diritti civili della Schlein è personificata dalla sua stessa storia. E i conti col renzismo li ha già regolati, laddove il mercante di Riyad occhieggia ancora lungo l’asse tosco-emiliano, nel tandem tra Bonaccini e il sindaco di Firenze Nardella (che di Renzi ha preso il posto a Palazzo Vecchio, in totale continuità). E poi? Ci sarebbero poi i rosso-verdi o gli “ecosocialisti”, come di tanto in tanto, qui e là, si sente mormorare. Ma con chi parlano, dentro e fuori dal Pd? chi pensano di coinvolgere, nella società in carne ed ossa? Ci sono davvero e intendono battersi per questo orizzonte?

Eppure è lungo questa dorsale, aborrita dal mainstream, che potrebbe ri-definirsi un nuovo campo di gioco, nuovi contenuti, nuovi protagonisti. In una parola: il futuro; visto non dalle ali spiegate di vaghe onde politicamente fluide, ma con gli occhi di chi già oggi sta male e starà sempre peggio. Popolazioni intere senza terra e senz’acqua, “periferie sociali” (un tempo si sarebbe detto “classi”) accampate nel cuore della ricca Europa e in giro per il mondo a contendersi le briciole di uno sviluppo dissennato e bellicista, verticalizzato e predatorio. Vittime, tutti, di una egemonia culturale neo-liberista economicamente e socialmente insostenibile (per gli stessi limiti fisici del Pianeta): «Chi crede che una crescita esponenziale possa continuare all’infinito in un mondo finito è un folle, oppure è un economista», ammoniva nel 1966 Kenneth Boulding (economista, filosofo, poeta e psicologo) spiegando che — già allora, più di mezzo secolo fa — misurare il “valore” di una società dal Pil era insensato.

Lo si sarebbe dovuto definire — questo nuovo campo di gioco — già nello scontro elettorale del 25 settembre. Tuttavia… “Non è mai troppo tardi”, sottolineava il maestro Manzi, quando unificò la lingua degli italiani — che si erano mescolati la prima volta nelle trincee della Grande Guerra — insegnando a leggere e scrivere (e rispettarsi) attraverso lo schermo pedagogico in bianco e nero, negli stessi anni in cui Boulding apriva gli occhi del mondo sui limiti dello sviluppo. Una acculturazione democratica sostituita dall’infotainment con ininterrotte risse a colori, orchestrate dal casting a gettone nella marmellata televisiva odierna dei domatori e domatrici da salotto: quali saranno — stavolta — i palloncini effimeri da gonfiare nell’inossidabile Big Talk non faremo fatica a capirlo presto. Una cosa l’abbiamo comunque già capita, in attesa che si completino le candidature alle primarie: non sarà l’identità del/la segretario/a a dare l’identità al partito. Quantomeno — a nostro avviso — a sinistra non può funzionare così. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.