Fra le macerie di Irpin prima di incontrare Zelens’kyj [credit Epa/Ludovic Marin]
Sono gli Stati Uniti d’Europa l’orizzonte nel quale incamminarsi con decisione, recuperando l’idea dell’Unione nata per svuotare dall’interno i nazionalismi, le radici di tutte le guerre moderne, non per fomentarle con l’odio verso un nemico «esistenzialmente altro». Un’Europa con cessioni ulteriori di sovranità comune, un proprio esercito, una propria politica internazionale in un mondo multipolare, una vera unità fiscale, una democrazia sovranazionale che spenga — una volta per tutte — i rigurgiti degli stati-nazione. Si deve tornare a dirlo, proprio nel cuore della tragedia ucraina: “Se non ora, quando potremo farlo?”. Dobbiamo poterlo ripetere: “Si può essere amici dell’America, senza esserne sudditi”


Questo editoriale apre il numero 28 del nostro magazine distribuito nelle edicole digitali dal 16 giugno 2022

L’editoriale di IGOR STAGLIANÒ

SI SONO MESSI in viaggio, insieme, Draghi Macron e Scholz. Direzione Kiev. Hanno provato a far capire a Zelens’kyj che la strada d’ingresso nell’Europa politica può essere più utile delle promesse belliche di Stoltenberg per sottrarre il suo popolo alle grinfie dell’orso russo. Nelle stesse ore in cui i tre leader europei varcano i confini ucraini, il segretario generale della Nato annuncia, difatti, l’invio «di armi pesanti e a lungo raggio», giusto per far capire chi mena davvero la danza. 

Giovedì 16 giugno 2022: Mario Draghi, Olaf Scholz ed Emmanuel Macron a Kiev intorno al tavolo con il presidente Volodymyr Zelens’kyj, per la loro prima visita in Ucraina dall’inizio dell’invasione russa il 24 febbraio

Nell’iniziativa congiunta dei leader di tre paesi fondatori dell’Unione — a quasi 120 giorni dall’invasione di Putin — pesano le conseguenze dell’assedio ad un Paese già svuotato di un sesto dei suoi abitanti (sette milioni di ucraini) per sfuggire ai colpi di mortaio russi e alla guerra civile fra due opposti nazionalismi in corso da otto anni nel Donbass. Una catastrofe umanitaria trasformata in frattura geopolitica e instabilità economica globale, che i rifornimenti bellici anglo-americani non fermano. Né contribuiscono a svuotare i granai in cui marcisce il frumento ucraino necessario a sfamare i popoli del Nord Africa.

Secondo il rapporto pubblicato il 14 giugno dalla Bei (Banca europea per gli investimenti), l’aumento dell’inflazione provocata dai rincari dell’energia (iniziati ben prima della guerra ucraina) alza il rischio povertà nei Paesi dell’Europa centrale e sud orientale. Le imprese dell’Unione europea che chiuderanno i conti in rosso saliranno dall’8% prima del conflitto al 15% nel 2023. Quelle che rischiano il fallimento passeranno dal 10 al 17% nello stesso arco di tempo. Tradotto in italiano, il prolungarsi della guerra rischia di mettere fuori pista quasi mezzo milione di imprese (495 mila) lungo lo Stivale. E cresce il divario economico tra eurozona, Stati Uniti e Gran Bretagna. Il Pil del Vecchio Continente è calato dell’1,2% nei tre mesi di guerra, maggiore di un punto percentuale rispetto agli Usa e di mezzo punto percentuale rispetto al Regno Unito.

Gennaio 2022: centinaia di nazionalisti marciano a Kiev per celebrare il compleanno di Stepan Bandera, leader di una milizia collaborazionista che affiancò i nazisti nello sterminio di migliaia di ebrei durante la Seconda Guerra mondiale

Per non essere solo un mercato e una banca, l’Europa dovrebbe cominciare a tessere — davvero, e sul serio — la tela federalista, cominciando dal nucleo originario dell’Ue. Sono gli Stati Uniti d’Europa l’orizzonte nel quale incamminarsi con decisione, recuperando l’idea dell’Unione nata per svuotare dall’interno i nazionalismi, le radici di tutte le guerre moderne, non per fomentarle con l’odio verso un nemico «esistenzialmente altro», ha scritto in questi giorni Roberta De Monticelli. Per l’appunto: quale Europa? Un’Europa con cessioni ulteriori di sovranità comune, un proprio esercito, una propria politica internazionale in un mondo multipolare, una vera unità fiscale, una democrazia sovranazionale che spenga — una volta per tutte — i rigurgiti degli stati-nazione.

Si deve tornare a dirlo, proprio nel cuore della tragedia in corso: “Se non ora, quando potremo farlo?”. Dobbiamo poterlo ripetere: “Si può essere amici dell’America, senza esserne sudditi”. Dobbiamo dirlo chiaro e forte: “Gli interessi europei non coincidono sempre con gli interessi anglo-americani”, né sul piano economico — e ce lo ha appena detto la Bei —, né sul piano geopolitico, né, persino, sul piano ideale — spirituale, viene da dire. Fino agli Urali, la Russia è Europa, la maggioranza dei russi vive nei confini europei, pur vittima di oligarchi ben integrati e pasciuti nei giochi finanziari globali: qualcuno vuole ricordarselo ancora?

Dicembre 2021: soldati polacchi sorvegliano i migranti mediorientali al confine con la Bielorussia (foto Ansa)

Ecco. Quale Europa? Non «un corpo inerte, spezzato e subalterno. Un’alleanza incapace di pensare in grande, ossessionata dalla sicurezza, crocefissa da reticolati, dimentica delle guerre che hanno lacerato la propria carne»: così scrive Paolo Rumiz (uomo di frontiere da oltrepassare), dieci giorni dopo il primo missile russo sparato su Kiev. Dalla capitale ucraina, Draghi Macron e Scholz tornano a Roma, Parigi e Berlino. Ma dovranno agire insieme a Bruxelles. Ne saranno capaci? L’Ucraina nel campo europeo può essere un buon affare politico anche per Zelenskyj, sicuramente per il suo popolo. A patto che non precipiti anche lui nello spirito di rivalsa nazionalistica ben strutturato — oramai da lustri — nel “blocco di Visegrad”, trainato dall’azione politico-culturale di Viktor Orbán e Jaroslaw Kaczynski, con il piede sempre in due scarpe. 

I loro veti sulla diffusione dei diritti civili e sociali, sui flussi migratori e molti altri dossier europei, in poco tempo hanno già fatto troppi danni. «Ventisette anni fa, qui in Europa centrale, pensavamo che lEuropa fosse il nostro futuro, ora sentiamo di essere noi il futuro dellEuropa», si è auto compiaciuto il premier ungherese nell’estate del 2017. E qui non ci siamo più capiti. L’abbiamo imparata la lezione? Alla sessione plenaria del Parlamento europeo sullo stato dell’Unione e il suo futuro (il 3 maggio a Strasburgo), il premier Draghi ha offerto un lampo di saggezza e realismo politico: «Abbiamo bisogno di un federalismo pragmatico, che abbracci tutti gli ambiti colpiti dalle trasformazioni in corso — dalleconomia, allenergia, alla sicurezza. Se ciò richiede l’inizio di un percorso che porterà alla revisione dei Trattati, lo si abbracci con coraggio e con fiducia». Ergo, lo si faccia, prima che sia troppo tardi. La guerra non sia alibi per l’immobilismo dei governi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi qui il sommario del quindicinale n. 28 (16-30 giugno 2022)

Direttore - Da inviato speciale della Rai, ha lavorato per la redazione Speciali del Tg1 (Tv7 e Speciale Tg1) dal 2014 al 2020, per la trasmissione “Ambiente Italia” e il telegiornale scientifico "Leonardo" dal 1993 al 2016. Ha realizzato più di mille inchieste e reportage per tutte le testate giornalistiche del servizio pubblico radiotelevisivo, e ha firmato nove documentari trasmessi su Rai 1, l'ultimo "La spirale del clima" sulla crisi climatica e la pandemia.

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