Taranto riscoperta dai francesi: posizione strategica e società poli culturale ante litteram

Gioacchino Murat, generale dell’Armata d’Italia, occupa Taranto dal 1801 al 1815

«Nei due secoli del settimo e sesto avanti Cristo, dal porto della città lacedemone sono passate tutte, ma proprio tutte, le navi greche che andavano a fondare colonie nel sud della penisola ed in Sicilia» racconta Michel Gras, direttore della Scuola archeologica francese di Roma. E per George Vallet le città della Megale Hellas, come Reggio Calabria, Crotone o Sibari, erano «immensi musei di cui si sono persi gli inventari». Napoleone Bonaparte ordinò l’occupazione della città spartana all’archeologo François Lenormant nel 1801, secondo le direttive di Gioacchino Murat, generale a capo dell’Armata d’Italia


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

CI VOLEVA UN FRANCESE, due francesi, anzi no, tre, quattro e perfino cinque francesi, per ricordarci l’antica nobiltà di Taranto, la modernità della sua costituzione repubblicana, l’esemplare disegno urbanistico della città, la saggezza dei suoi governanti, la perizia dei suoi naviganti, la strategicità della sua collocazione geografica. «Nei due secoli del settimo e sesto avanti Cristo, dal porto di Taranto sono passate tutte, ma proprio tutte, le navi greche che andavano a fondare colonie nel sud della penisola ed in Sicilia» racconta Michel Gras, direttore della Scuola archeologica francese di Roma.  

Ma andiamo per ordine. Il primo francese, niente affatto digiuno di storia, fu, nientemeno, che Napoleone Bonaparte il quale, nella sua visione imperialistica, rendendosi conto della posizione strategica nel Mediterraneo di Taranto, diede ordine di occuparla. Così, l’armée d’observation du midi del generale Soult, poi maresciallo dell’Impero, occupò Taranto il 23 Aprile 1801, secondo le precise direttive di Gioacchino Murat, allora generale a capo dell’Armata d’Italia. Del tutto rispondenti, del resto, agli ordini del primo console che in Taranto vede non solo un porto dal quale far salpare le proprie navi per le spedizioni nel Mediterraneo, lasciando a Tolone i navigli necessari per un’eventuale difesa delle coste francesi, ma anche la piazzaforte più opportuna per controbattere le scorrerie che gli inglesi gli portavano da Malta. Era anche il porto dove poter far riparare le proprie navi e accorciarne enormemente i tempi di mancata operatività. I francesi occuparono Taranto dal 1801 al 1815, direttamente fino al 1806 e, poi, tramite i re francesi di Napoli, Giuseppe Bonaparte, prima, e Gioacchino Murat, successivamente. Ma questa è storia recente. 

Le colonne doriche del tempio di Zeus in Piazza Castello a Taranto

Il secondo francese è un archeologo illustre, François Lenormant, che capitò a Taranto nella seconda metà dell’800 e, accompagnato da Luigi Viola, il primo soprintendente archeologico di Taranto, visitò la città in lungo e in largo, fermandosi, ammirato, di fronte alle colonne doriche del tempio di Zeus, a piazza Castello. Vide, forse tra i primi, i reperti che il Viola aveva cominciato a raccogliere. Lenormant si spinse, poi, più a sud, ma interruppe presto il suo viaggio a causa della salute cagionevole, che di lì a poco doveva condurlo alla morte. 

Il terzo francese, Pierre Wuilleumier, fresco di laurea alla Sorbona di Parigi (dove, più tardi, terrà la cattedra di storia greca e romana), nel capoluogo ionico venne a scrivere la sua tesi di dottorato e il suo fu un amore a prima vista, tanto che dedicò a Taranto un pregevolissimo volume sulla sua storia dalle origini alla conquista romana che tuttora fa testo. George Vallet è il quarto francese: una presenza assidua, fin dall’inizio, ai convegni annuali sulla Magna Grecia, e il cui amore per l’Italia del sud e per la Megale Hellas, ha improntato tutta la sua vita. George Vallet — a proposito dello scarso interesse dei vari amministratori meridionali per i beni culturali — soleva dire che Taranto, come Reggio Calabria, Crotone o Sibari gli sembravano immensi musei dei quale si erano persi gli inventari. 

Ma torniamo a Michel Gras, forse il più autorevole studioso europeo delle rotte marittime e dei traffici mercantili nell’antichità e autore, fra l’altro, insieme a Pierre Rouillard e Javier Teixidor, dello splendido L’universo Fenicio, un libro che accompagna il lettore sulle tracce dei fenici nel mediterraneo, dalle coste del Libano all’Italia, da Cartagine alle rive della Spagna tra l’XI e il VI secolo a.C.. I Fenici furono gli inventori di un sistema di scrittura che ha rivoluzionato la cultura, e non solo quella antica, in quanto l’alfabeto lineare beta dei micenei, quello, per intenderci, che ci ha fornito la base della scrittura (e che costituisce il più sofisticato software di tutti i tempi), ne fu una semplice derivazione. 

Contro le loro ingerenze nella Magna Grecia, le navi tarantine respingono l’attacco delle navi romane nel 282 a.C. 

Michel Gras, dicevamo, frequenta i porti della Magna Grecia fin dal 1972 e da allora ne ha studiato le proiezioni e le propensioni marinare, avanzando una serie di teorie davvero affascinanti. «Intanto — sottolinea — i greci consideravano un mare amico lo Ionio, mentre il Tirreno lo sentivano estraneo. Perciò è da Taranto che passavano tutti i navigli». Le navi, poi, non erano affollate solo da rudi uomini di mare, ma fra loro c’erano fior di architetti, giuristi, medici, urbanisti, mercanti, quanto era necessario, cioè, per l’articolazione sociale delle nuove colonie, che, si badi bene, non nascevano come piccoli agglomerati, ma in base a disegni urbanistici ed architettonici di vasto respiro, come Sibari, Metaponto, Crotone, Siracusa, Zancle, Massana, Catana e Taranto. 

«E, a proposito della città fondata da Sparta, non si creda — racconta il prof. Gras — che erano i soli lacedemoni ad abitare Taranto, o tutti corinzi quelli di Siracusa, o soltanto euboici quelli di Messina, di Zancle o di Cuma; c’erano, invece, tutti: achei, attici, messeni e così via, in una società poli culturale davvero ante litteram». In quanto, poi, ai rapporti con gli indigeni — ricordando, forse, il suo “connazionale tarantino”, il generale Pierre Ambroise Choderlos de Laclos —, Michel Gras ha maliziosamente ipotizzato come, essendo gli equipaggi in massima parte maschili, dovevano essere ben numerose le liaisons dangereuses con le belle fanciulle locali. Ma questa è materia di antropologi culturali su cui il vostro cronista cede umilmente il passo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.