Stendhal a Favignana, la battaglia delle Egadi e il leggerissimo panneggio del “fanciullo” di Mozia

L’Efebo di Mozia (Museo dell’isola di San Pantaleo); sotto il titolo, una “salma” di sale e, sullo sfondo, i mulini a vento con i tetti a cono nelle saline di Trapani

La statua, ad altezza naturale, ritrae un prestante giovanetto. Datata metà del V secolo a. C., esibisce una torsione del capo rispetto al busto che ricorda il coevo Zeus Artemision, a quello pari per fierezza. Ma ha in più il leggerissimo panneggio della tunica, un plissettato che scende fino a coprire i malleoli. Altro che quell’infagottato dell’auriga di Delfi! E per lui non c’erano dubbi, era proprio la posa di un auriga, probabilmente Alcimedonte, l’impareggiabile “domator di cavalli”, che Omero narra aver tratto il carro di Achille fuori dalla furiosa mischia accesa attorno al corpo senza vita di Patroclo


Il racconto di HERR K.

TIRARE IN BALLO la “sindrome di Stendhal” come effetto della potenza delle emozioni che una tela o un affresco possono suscitare, è un po’ come dissertare in un salotto. Più o meno buono, ma carico delle suggestioni delle innumerevoli ondate di romanticismo che si sono succedute negli ultimi due secoli. Meno. 

E poi, lungi dall’illustrare categorie generali, quella sindrome accentua il carattere di “consumo” individuale che sempre più sta assumendo ai nostri giorni anche l’opera d’arte. Riproducibilità tecnica o meno. Attengono invece a una visione più “universale” di comunicazione, non che questo fosse necessariamente il loro intento, alcune opere pittoriche di scuole dei primi del Novecento che hanno prodotto sforzi titanici, riusciti poco, solo in parte, per sottrarre il dipinto ai due tremendi limiti, di sempre, della staticità e della mancanza di una terza dimensione. Ammirevoli quelle evocazioni del moto di Balla e Boccioni che hanno meritato l’esposizione al Moma, lì nel salone entrando. O, al di là dei giochi prospettici dei maghi del Rinascimento italiano a partire da Pier della Francesca, quei tentativi così densi dei suprematisti russi per creare una terza dimensione, Malevich per tutti. Poco, solo in parte. 

Las Meninas, Diego Velazquez 1656, Museo Nacional del Prado, Madrid

Gli pareva, però, che la partita del dipinto fosse soprattutto quella di esercitare un magnetismo assai più mentale che dinamico, o spaziale o, peggio, puramente emotivo. Bastava ricordare lo spropositato numero di tentativi di Pablo Picasso per cercare di afferrare, tentando delle “riproduzioni” oggi raccolte nel Museu Picasso di Barcellona, la comunicazione misteriosa e in qualche modo inquietante del “Las Meninas” di Velazquez. Perché, ad esempio, la figura di Ferdinando IV, cui era inevitabilmente dedicato il quadro, si vede appena là in fondo, in uno specchio? Il potere non è in fin dei conti che un’immagine riflessa? O, come anche l’autoritratto del pittore, ognuno di noi non ha forse il suo doppio?

La scultura ha meno problemi. Pratica istituzionalmente tutte e tre le dimensioni, checché ne dicano i manuali di storia dell’arte quando sottolineano la “bidimensionalità” di alcuni capolavori dell’antichità. Ed è capace, nelle sue massime espressioni, di evocare intensamente il moto. Dal discobolo di Mirone a Dafne che tenta di sfuggire ad Apollo, che la ghermisce. E lì Bernini suggerisce pure la trasmutazione in corso. In alloro.

Favignana è splendida nelle Egadi. Non solo per le sue incantate calette o per quei prati dove l’estate alterna colori di fiori dal rosso magenta al bluette. La restaurazione di tutta l’area della vecchia tonnara era arrivata a tre quarti del lavoro, un breve tunnel garantiva una discesa diretta al mare dall’ex stabilimento Florio, che era stato a fine Ottocento forse il più grande del Mediterraneo per la preparazione e la conservazione del tonno sott’olio. Ed era già divenuto, in una sua parte, un museo unico nel suo genere. 

I rostri della battaglia navale conservati nel “Museo delle Egadi” di Favignana (ex Stabilimento Florio)

Campeggiano in grandi vetrine i rostri della battaglia navale delle Egadi, bronzei e minacciosi con inciso il nome del questore romano che li aveva fatti fondere. Polibio, la fonte storica di riferimento, riferisce di Annone che con le sue navi onerarie sta recando derrate alimentari e quanto bisogna ad Amilcare assediato alle falde del monte Erice. E di Lutazio Catulo che si porta la notte prima all’altezza di Egussa e nel primo pomeriggio del 10 marzo 241 a. C., pur di sorprenderlo, si sposta in sfavore di vento in formazione lineare contrapposta, e con più agile naviglio fa a pezzi la flotta cartaginese: 50 navi distrutte, 70 catturate insieme a 10.000 uomini, il mare rosso di sangue che darà il nome a Cala Rossa, una scogliera rivolta a Nord nella parte sudest dell’isola. Ignari dell’antica carneficina i bagnanti, che fanno a gara per presidiare gli scogli e i lembi di spiaggia. La battaglia delle Egadi segnò la fine della prima guerra punica tra le due principali potenze del Mediterraneo, esauste e senza più risorse dopo ventiquattro anni di un conflitto che era divenuto “una lotta per la vita” (Polibio). E fu l’inizio della fine, lunga un secolo, dell’impero cartaginese.

Ricostruzione della “Battaglia delle Egadi”, con lo studio dei venti durante la giornata

Godersi Favignana era anche rifarsi a questo pezzo di storia, infischiandosene delle ricostruzioni che spostavano l’imboscata della flotta romana a Capo Grosso (Levanzo), in virtù dei cospicui ritrovamenti – 150 ceppi di ancore – di un sub di Favignana negli anni ’80, confermate assai dopo da campagne di archeologia subacquea. E che, a ragione, erano diventate dominanti. Qualche anno dopo che c’era stato aveva visto, in video, che avevano abbellito il museo, lo avevano dotato di totem multimediali e di una sala per la proiezione immersiva nella battaglia in 3D, ma la sostanza era quella del grande scontro delle Egadi. Nel quale, all’oneroso finanziamento forzatamente erogato dai magnati romani per la nuova flotta, largamente ricopiata dalle migliori navi cartaginesi, aveva corrisposto la valutazione di Catulo di anticipare i tempi contro la spedizione di Cartagine in soccorso di Amilcare, e la decisione di spuntare improvviso di fronte alle navi di Annone, anche se col vento contrario.

L’ingresso della tonnara di Favignana (ex stabilimento Florio)

E poi Favignana aveva recepito, nella Scuola internazionale sui Migranti che ospitava, la sua indicazione sui minori non accompagnati, che era diventata una tesi per un dottorato di ricerca e, grazie alla dottorata, politica attiva della Ong che si dedica alla salvezza dei ragazzi. Unico neo, nella visita alla stimolante mostra di dipinti nell’ex stabilimento, essersi dovuto prima sorbire là fuori, davanti all’imponente portone e con un ritardo cospicuo quanto il vento che aveva soffiato incessante, una presentazione fatta da un noto critico d’arte, cui aveva oltre modo giovato la foia di esporsi in modo contrapposto e insultante a ogni posizione, o personaggio, che assumessero rilievo pubblico. Su qualunque argomento, massime gli hot spot del momento.

Da Favignana a Trapani ci si mette poco, e poi l’auto di un amico gentile l’aveva portato fino all’imbarcadero. Di lato, quegli incredibili mulini a vento con i tetti rossi a cono e le pale veramente grandi, con accanto le gigantesche “salme” di sale ad asciugare. La barchetta impiega pochi minuti e vi sbarca a Mozia, Moτύη all’epoca, oggi San Pantaleo, un’isoletta di mezzo chilometro quadrato che realizza un maximum di densità di presenze storiche che si sono succedute e di reperti, religiosamente raccolti e conservati. Da Giuseppe Whitaker, ornitologo di origine inglese, ma universalmente noto come “Pip”. Appassionato di zoologia, ma anche di archeologia, aveva acquistato nel 1921 tutta l’isoletta, che nell’VIII secolo a. C. era stata sede di una città fenicia. Il periplo, a piedi, richiede a dir tanto un paio d’ore. Incluse le soste davanti alle reliquie del passato. Ma tutto quell’addensarsi di storia stratificata e di reperti cadeva, senza neanche far rumore, quando si arrivava là, nella sala dedicata al “fanciullo” di Mozia. 

Un’altra inquadratura dell’Efebo di Mozia [credit Hartnut Riehm]

La statua, ad altezza naturale, ritrae, in realtà, un prestante giovanetto. Datata metà del V secolo a. C., esibisce una torsione del capo rispetto al busto che ricorda il coevo Zeus Artemision, a quello pari per fierezza. Ma ha in più il leggerissimo panneggio della tunica, un plissettato che scende fino a coprire i malleoli. Altro che quell’infagottato dell’auriga di Delfi! E per lui non c’erano dubbi, era proprio la posa di un auriga, probabilmente Alcimedonte, l’impareggiabile “domator di cavalli”, che Omero narra aver tratto il carro di Achille fuori dalla furiosa mischia accesa attorno al corpo senza vita di Patroclo.

Come in altrettanto belle, e poche, sculture dello “stile severo” il movimento era suggerito, quasi reso visibile, quale attuazione della potenzialità espressiva. Qualche cretino odierno lo avrebbe definito “resiliente”, aveva mormorato tra sé. E la mano, priva del braccio, ghermiva il fianco lasciando, morbida, l’impronta delle dita. Il Bernini di Apollo e Dafne, ventun secoli prima.

Lo studio dei moti sincroni è quasi diventato una disciplina a sé, a studiare fenomeni naturali negli ambiti più disparati, come il lampeggiare simultaneo di milioni di lucciole misteriosamente convenute in un qualche posto dell’Asia tropicale. Un flash pronubo, è una possibile spiegazione. Nella sala, i non molti convenuti cominciarono a girare, lentamente, attorno alla statua. Certo, si trattava di vedere meglio da ogni angolatura. Ma quel moto, sincrono, traduceva, epifanicamente, l’attrazione mentale che ogni grande opera d’arte esercita su chi rende l’intelletto disponibile ad essa. Ma quale sindrome di Stendhal! © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Non ha mai amato la poesia, in particolare quella contemporanea. Archiloco, Saffo, Lucrezio, Dante, Ariosto, Shakespeare e Leopardi, stop. Per questo, forse, si diletta a cimentarsi con racconti brevi, il romanzo non è nelle sue corde e nemmeno alla sua portata. Fascinato dalla Mitteleuropa di Hofmannsthal, Schnitzler, e sì, pure Roth. Ha un sano disprezzo per quell’orda di umanisti — tutti hanno sicuramente scritto poesie anche dopo i vent'anni — che infesta l'amministrazione pubblica ed è colpevole di linguaggio e procedure, che in nome di Sicurezza e Privacy bastonano impietosamente le parti basse degli utenti; e che vanificano gli sforzi per far risalire l’Italia dall’attuale ultimo posto nella Ue per digitalizzazione. Promette di lardellare con excursus scientifici, episodicamente, qualche racconto. Per contribuire a superare il gap che ha la letteratura italiana, fatti salvi Gadda, Calvino e, in parte, Eco 😂. Ma sta anche valutando se non tralignare con un po’ di esoterismo