Almaty, la capitale delle proteste in Kazakistan, dove l’acqua segna il confine della diseguaglianza

Protesta in Kazakistan: “Nursaltan non si mangi la mia patria!”; sotto il titolo, scontri e disordini nelle strade della capitale Nur-Sultan

Iniziata come una crisi interna sulla povertà, con l’intervento delle truppe militari della Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (Csto, una sorta di Nato del blocco asiatico ex sovietico) la geopolitica è divenuta adesso un fattore determinante del conflitto sociale in corso: sarà difficile risolverla senza darle il peso dovuto. In realtà l’unica cosa che vogliono ad Almaty (in kazako significa “Padre delle Mele”) è che la ricchezza del paese venga distribuita equamente. E che l’acqua scorra in tutta la città, non solo nella parte ricca della capitale, riproduzione di una Avenue newyorkese: alberghi, stadio, centri commerciali, fast food e grattacieli


L’analisi di COSIMO GRAZIANI 

OGNI MARCIAPIEDI DI Almaty è fiancheggiato da uno stretto, seppur capiente, canale di scolo. La città, la più grande del Kazakistan, giace alle pendici delle montagne, così vicine che nelle giornate di sole pare di toccarle. Nelle giornate estive i canali si riempiono e l’acqua scorre rapida verso la parte nord della città, lì dove le montagne sembrano più distanti. La città di Almaty, che in kazako significa “Padre delle Mele”, è unita da questo fattore comune: l’acqua. In un paese caratterizzato da una varietà di ambienti naturali tra i quali il deserto e in cui un intero lago esteso come Lombardia, Piemonte e Veneto è scomparso, l’abbondante presenza dell’acqua rappresenta un unicum. Eppure è l’elemento che più di tutti mette a nudo le differenze sociali. 

Abay Avenue, l’arteria “newyorkese” di Almaty, la più grande città kazaka, con i canali d’acqua pieni anche d’estate

Una delle principali vie è Abay Avenue: è un’enorme arteria che taglia in due la città da est a ovest e che prende il nome dal poeta nazionale Abay Kunanbayuly. Pur essendo in pieno continente asiatico, percorrendola a piedi si ha l’impressione di essere in una riproduzione di una avenue newyorkese: alberghi, uno stadio, centri commerciali, fast food e qualche grattacielo. Se la si guarda sulla mappa sembrerebbe il confine tra la zona nord e la zona sud, ma in realtà e solo l’ultimo avamposto dei quartieri confinanti con le montagne. Il vero confine tra nord e sud è in corrispondenza del Panfilov Park, il polmone verde della città che con i suoi alberi nasconde i monumenti che ricordano la Guerra Civile del 1917-1922 e la Seconda Guerra Mondiale.

Superato il parco si entra nella zona popolare. Fuori dai bazar anziane persone vendono cimeli con la falce e il martello, mentre al loro interno i macellai si fanno pagare il conto raccogliendo le monete a pochi centimetri dalla carne per il cliente successivo. Anche qui ci sono i canali di scolo per l’acqua che scende dalle montagne, ma nei giorni estivi (e spesso durante l’anno) difficilmente sono pieni. L’assenza di acqua che scorre ai margini delle strade è l’elemento che salta agli occhi per capire la differenza di ricchezza nella città come in tutto il paese. La prima è figlia dello sviluppo economico del paese dopo l’indipendenza, caratterizzato dai prezzi alti dei combustibili fossili e dallo sviluppo del settore finanziario (che ha visto come centro la capitale Nur-Sultan). La seconda è rimasta al periodo sovietico: gli edifici residenziali sono grigi, disegnati con linee essenziali, i negozi alimentari non hanno copiato lo stile occidentale e se nella parte ricca i viali sono quasi tutti alberati e ombreggiati, qui di albero non ce n’è quasi nessuno.  

Scontri nella capitale kazaka Nur-Sultan, con centinaia di feriti e più di venti morti tra polizia e manifestanti

La situazione è apparsa preoccupante fin dall’inizio. Dopo poche ore dagli scontri, il presidente Qasym-Jomart Qemelevič Tokaev ha dichiarato lo stato di emergenza (definendo i manifestanti “terroristi”), poi è saltato il governo, poi si è dimesso il vecchio presidente Nursultan Ábishuly Nazarbayev, che pur essendosi dimesso nel 2019 continuava a tenere le fila del paese come presidente del Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Dopo le dimissioni Nazarbayev, le agenzie hanno riportato che il clan dell’ex presidente ha lasciato il paese. Infine Tokayev, rimasto l’unico alla guida del paese, ha fatto appello all’Organizzazione del Trattato di Sicurezza Collettiva (CSTO – di cui fanno parte Russia, Bielorussia, Armenia, Tajikistan, Kirghizistan e lo stesso Kazakistan) perché intervenisse per riportare l’ordine nel paese. I feriti sono centinaia, i morti tra i poliziotti più di venti e una trentina i manifestanti “liquidati” su ordine di Tokayev. Questa è iniziata come una crisi interna, ma con l’intervento delle truppe della CSTO anche il fattore geopolitico è divenuto rilevante e sarà difficile che vanga risolta senza considerare questo aspetto. L’unica cosa che ad Almaty vogliono è che la ricchezza del paese venga distribuita equamente. E che magari l’acqua possa scorrere in tutta la città. © RIPRODUZIONE RISERVATA

Aiutateci a restare liberi

Effettua una donazione su Pay Pal

About Author

Dopo la laurea in Scienze politiche e Relazioni Internazionali presso l'Università RomaTre mi sono trasferito prima in Estonia, poi nel Regno Unito e successivamente in Kazakistan per conseguire il Master in Studi Eurasiatici. Mi occupo di politica internazionale e dell'Asia Centrale anche per il Caffè Geopolitico e L'Osservatore Romano. Tra i paesi in cui ho vissuto per studio o per esperienze lavorative ci sono anche gli Stati Uniti, Spagna e Ungheria. In tutti questi paesi, l'obiettivo è stato di immergersi nella cultura locale