«Si spalanchino le porte dei canti»: ex voto di vittorie greche, magnogreche… e romane

Il discobolo Klemelos, Parigi Museo del Louvre; sotto il titolo il tempio di Delfi

Tra il III e il II secolo a.C. il mondo occidentale fu lo scenario della prima “Grande Guerra” imperialistica tra Roma e Cartagine. La rivalità tra le potenze ebbe le sue maggiori ripercussioni su quelle città che di volta in volta si alleavano con una delle due; tra queste ci fu la culturalmente lacedemone Taranto, alleatasi con Cartagine e su cui Roma riversò un’efferata vendetta, schiavizzando cinquantamila tarantini. E, a proposito di vittorie e trionfi, il nostro cronista coglie l’occasione per parlarci degli ex voto che i greci continentali e magno-greci riponevano nei santuari. Ci ricordano quelli dei vincitori di Olimpia o di altri agoni panellenici: per lo storico antico Nikos Yalouris «dei 45 epinici di Pindaro, più di un terzo è dedicato a vittorie di greci-occidentali, fra i quali nove successi colti ad Olimpia»


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

ATTESO CHE LA PRIMA grande guerra geo-economica nella storia dell’umanità fu quella di Troia (altro che le corna di Menelao…), in quanto le poleis greche mal sopportavano gli ingenti pedaggi che la città di Priamo e i suoi alleati dell’Asia Minore costringevano a pagare alle navi mercantili in transito dal mar di Marmara all’Egeo e viceversa, così l’altra grande guerra, stavolta a carattere geo-politico, fu combattuta tra romani e cartaginesi. Una Grande Guerra, si potrebbe affermare a buon diritto, in quanto Roma e Cartagine si contendevano non soltanto il predominio di un mare, il Mediterraneo, che i romani non esitavano a definire “nostrum”, ma anche il loro futuro di potenze colonialistiche (o imperialistiche, se preferite), visto che le loro mire espansionistiche erano pressoché identiche. 

La città di Cartagine con il porto circolare “coperto” in primo piano

Insomma, nel mondo del terzo e secondo secolo avanti Cristo, non c’era posto per punici e romani insieme e il “delenda Carthago” di quell’anima bella di Catone, non era altro che l’affermazione di questo principio squisitamente colonialistico. A fare le spese di questa rivalità armata tra Roma e Cartagine erano tutte quelle città che di volta in volta si alleavano con una di esse, sia che si chiamassero Sagunto, Caserta, Pergamo, Numanzia e anche Taranto. Quando, infatti, Annibale, nel 210 a.C. attraversò inopinatamente le Alpi (che in quel periodo dell’anno si ritenevano invalicabili), forte di un esercito di cinquantamila fanti, seimila cavalieri e una quarantina di elefanti, portò la guerra nel cuore dell’impero romano, cogliendo vittorie su vittorie (Ticino, Trebbia, Trasimeno, Canne) e cercando alleanze con quelle città italiote che mal sopportavano la crescente arroganza di Roma. 

Anche a Taranto il generale punico trovò orecchie ben disposte ad ascoltarlo (si racconta che entrò in città, nel 216 a.C. nottetempo, da porta Temenide, le cui mura furono allargate per far passare gli elefanti), e che ottenne promesse di aiuto da parte degli ottimati della città. Una disponibilità che non mancò di irritare grandemente Roma che già rimproverava alla colonia lacedemone una sospetta condiscendenza nei confronti di un altro nemico dell’urbe, quel Pirro macedone che, guarda caso, aveva sconfitto i romani in Campania, servendosi anch’egli dei nasuti pachidermi. Ce n’era, perciò, a sufficienza per considerare Taranto una città nemica, tanto più pericolosa per la sua raffinata cultura greca (a fronte degli ancora rozzi quiriti), ma soprattutto per la sua strategica posizione geografica nel Mediterraneo (la stessa che molti secoli più tardi convincerà Napoleone Bonaparte a farne una piazzaforte nel bel mezzo del Mediterraneo), vero snodo per il traffico navale da e verso l’Oriente. 

Il genio di Annibale umiliò il mito della legione romana; Roma si vendicò col “delenda Carthago”

Così, quando la stella di Annibale cominciò ad offuscarsi (complice a quel che pare anche una sensuale ragazza di Oria che a Capua gli aveva allietato le notti), e l’azione di guerriglia del console romano Quinto Fabio Massimo (il cunctator, per l’appunto) cominciava a dare i suoi frutti, tanto che il generale cartaginese si vide costretto a levare le vele per la patria, Taranto rimase inerme di fronte alla sete di vendetta di Roma. Che fu davvero efferata, come non hanno mancato di raccontarci archeologi e storici antichi e, prima di loro, Polibio e Tito Livio. Ma questo del saccheggio di Taranto da parte dei romani (209 avanti Cristo), è solo parte della storia che vi voglio raccontare (se volete approfondire l’argomento, basta leggere le belle pagine che vi ha dedicato il grande Filippo Coarelli). Anche perché, per una volta, ho preferito non esserci quando le legioni catturarono e schiavizzarono oltre cinquantamila tarantini, per il timore di ritrovarmi anch’io in ceppi e, quindi, privarvi per sempre del vostro informatissimo cronista… 

Vorrei, invece, raccontarvi dei greci continentali e di quelli della Magna Grecia, che, all’indomani di ogni vittoria, correvano nei santuari di Delfi, di Olimpia, ma anche di Dodona, per dedicare agli dei, cui quei luoghi erano dedicati, i loro thesauroi. Degli ex voto, insomma, “a perenne ricordo”. Qualcuno, Plinio il Vecchio, ci ha sussurrato che anche i romani avessero mutuato questa usanza. Solo che le loro dediche erano o fastosi e spettacolari “trionfi”, archi, od offerte nei templi dell’Urbe e delle provincie assoggettate. Queste offerte votive erano, stranamente, del tutto simili a quelle che, negli stessi santuari, dedicavano agli dei i vincitori di Olimpia, o di altri agoni panellenici, e le loro poleis di appartenenza, qualora si trattasse di atleti magno greci. 

Crotone, Capo Colonna in primavera

Così, se non vi siete ancora stancati di questi salti mortali nel tempo, seguitemi a Crotone. È proprio in questa apoikia, in questa colonia achea, cioè, che incontriamo Daippos. Il primo atleta magno greco in assoluto, a risultare vincitore ad Olimpia, nel 672 avanti Cristo. «Devi sapere — mi racconta lo storico antico (incontrato, naturalmente, per caso) Konig Philipp — che nel VII sec. a.C. i vincitori ad Olimpia sono circa 62 provenienti dal Peloponneso e una dozzina i greci occidentali. Mentre — continua — il secolo dopo, sono ben 30 quelli delle poleis magnogreche, e 52 quelli provenienti dal Peloponneso e da altre regioni della Grecia continentale». E i poeti, rifletto, che cantavano i vincitori ad Olimpia, verseggiano anche per i vincitori greco-occidentali? «Dei 45 epinici di Pindaro tramandati – interviene un altro storico antico, Nikos Yalouris — ben 17, cioè più di un terzo, sono dedicati a vittorie di greci-occidentali, fra i quali nove successi colti ad Olimpia». Così, aguzzando la vista (in certi casi, per l’acutezza delle mie visioni, mi faccio davvero paura) e facendo un salto in Sicilia, riesco a scorgere, tutti insieme, quattro grandi poeti. Il tragico Eschilo (che pare sia morto a Gela), Simonide, suo nipote Bacchilide e, naturalmente, “l’alato” Pindaro. Tutti chiamati dai tiranni di Siracusa, di Akragas o di Gela, per celebrare, con i loro versi, i loro campioni olimpici. 

Busto dell’alato Pindaro, tra i maggiori poeti antichi della lirica corale

Siamo partiti dalla guerra di Troia, da quelle puniche, e dal colonialismo, finendo per parlare di antichi olimpionici. Il fatto è che, vista la distanza tra le colonie magno greche ed Olimpia, erano le poleis ad assumersi le spese per i viaggi e le trasferte. E se poi il loro campione risultava vincitore, oltre agli allori e alle giare di olio (per ungersi), erano anche epinici, “dracme, talenti e mine” per la sua famiglia. «Presto, Finti, aggioga per me il vigore delle mule perché su incontaminato sentiero spingiamo subito il carro… Meglio fra tutte sanno spingersi per questa via, loro che in Olimpia vinsero corone, e dunque si spalanchino le porte dei canti: lungo il corso dell’Eurota oggi è il tempo di giungere a Pitane…». Sono, per chiudere, i versi della Olimpica VI di Pindaro. E Finti è il nome dell’auriga del nobile siracusano Agesia. E le “mule” aggiogate al carro erano rigorosamente originarie della colonia corinzia di Siracusa. A proposito. Quando un atleta vinceva ad Olimpia o in altri giochi panellenici, a festeggiarlo non erano solo i cittadini della colonia magno greca di provenienza, ma anche quelli della madrepatria. Che bella tradizione! © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.