Pessoa: una monumentale biografia del poeta dalle molte vite, tra alter ego e ideati “amici dell’anima”

La copertina del libro edito da Quetzal; sotto il titolo, il poeta lusitano (a destra), al tavolo del ristorante “Martinho da Arcada” a Lisbona

Fernando António Nogueira Pessoa (Lisbona 1888-1935), è una delle figure di poliedrico intellettuale tra le più importanti e rappresentative del Novecento; e non solo nel suo nativo Portogallo. Tanta era la profondità di pensiero del grande poeta modernista e la vastità e varietà dei suoi interessi, quanto la sua esistenza, almeno all’apparenza, sembrava piatta, incolore e trascorsa prevalentemente in solipsistico isolamento. Oltre al dèmone dell’arte, chissà quali fantasmi agitavano la sua mente. La monumentale biografia, scritta un anno fa dallo statunitense Richard Zenith e pubblicata dalla Penguin, con il titolo “Pessoa. An Experimental Life”, è finalmente uscita in Portogallo nella traduzione di Salvato e Vasco Teles de Menezes per i tipi di Quetzal con il titolo: “Pessoa – Uma Biografia”


L’articolo di CARLO GIACOBBE

LISBONA, COME IN un perpetuo gioco di specchi, lo si potrebbe frammentare e ricomporre all’infinito: la sua immagine un tanto caricaturale, di ometto compunto e dignitosamente vestito (lobbia, ancorché frusta, cravatta e tutto) tornerebbe a formarsi, con quell’aria triste come di chi volesse sempre chiedere scusa di essere venuto al mondo. Eppure il mondo avrebbe dovuto essergli grato, di essere nato, perché poeti così, in un secolo, ne nascono che, a contarli, anche le dita di una sola mano avanzano. “Carmina non dant panem” e per questo, se non si hanno i canali giusti e ambizione in dosi elevate, anche filosofia, drammaturgia, pubblicistica socio-politica, traduzioni, pubblicità, astrologia, critica letteraria e saggistica, di denari ne danno pochini. Tanto che lui, per vivere, tolti alcuni tentativi andati a male come piccolo imprenditore, faceva un modesto lavoro di segretario commerciale e corrispondente in lingue (inglese e francese) in una ditta di import-export di Lisbona.

Fernando António Nogueira Pessoa (Lisbona 1888-1935) a passo veloce per le vie di Lisbona 

Fernando Antonio Nogueira Pessoa (Lisbona 1888-1935), è una delle figure di poliedrico intellettuale tra le più importanti e rappresentative del Novecento; e non solo nel suo nativo Portogallo. Harold Bloom, considerato il critico letterario più influente del suo tempo, nel celeberrimo “Canone occidentale” che lo ha reso famoso, includendo Pessoa tra i 26 scrittori e poeti più rappresentativi della civiltà occidentale di ogni tempo, lo definì il Walt Whitman rinato. Tanta era la profondità di pensiero del grande poeta modernista e la vastità e varietà dei suoi interessi, quanto la sua esistenza, almeno all’apparenza, sembrava piatta, incolore e trascorsa prevalentemente in solipsistico isolamento. Oltre al dèmone dell’arte, chissà quali fantasmi agitavano la sua mente. Alcuni di loro erano invisibili eppure esprimevano personalità e nomi ben distinti e delineabili. Álvaro de Campos, Alberto Caeiro, Ricardo Reis, Bernardo Soares i principali tra i “colleghi” di Pessoa, che pure ne annoverava di altri, che però erano sodali dimidiati. Parlo dei tre principali eteronimi e di un altro gruppo, in testa al quale si potrebbe mettere Bernardo Soares, di figure meno risaltanti nell’opera pessoana, chiamati i suoi “semieteronimi”. Nell’ormai imponente e ubiquitario corpus critico riguardante il Nostro, non mancano testi che fanno risalire la questione dell’eteronimia, tra le più complesse di tutta la critica, a una forma di “personalità stratificata”, se mi si passa l’espressione, che da alcuni è stata ricondotta a una forma di schizofrenia almeno latente. Nessuno dei maggiori critici, tra i quali in Italia Antonio Tabucchi è stato forse il più autorevole, hanno mai accolto toto corde e fatto propria la tesi della malattia mentale. Perché né quando dà voce e potere di firma ai suoi alter ego, né quando scrive come Fernando Pessoa, il poeta perde mai di lucidità, spirito critico o consapevolezza autoriale; che sia del suo nome anagrafico o di quello di uno degli “amici dell’anima” da lui stesso ideati. Loro però gli sono indissolubilmente legati da un vincolo liquido, che può essere trasparente come l’acqua o rosso tendente al nerastro. L’acquavite che in Portogallo è chiamata “bagaço”, prodotta per distillazione vinica, e il vino, che il poeta non si faceva mai mancare e che consumava in misura ragguardevole, sebbene non risulti che la sua condizione di dipsomane lo abbia mai ridotto a stati di comprovato ed evidente etilismo. Ciò che non colpiva la mente si sarebbe però rivelato esiziale per la salute fisica, minandone in modo irreparabile il fegato e portandolo alla tomba a 47 anni.

Statua in bronzo di Pessoa realizzata da Lagoa Henriques, posta di fronte al caffè “A Brasileira” (in passato ritrovo di intellettuali e artisti), Chiado, Lisbona (Foto di Nol Aders)

Nel Libro dell’inquietudine, per il cui autore Pessoa inventa Bernardo Soares, in un luogo si legge che “la mia patria è la lingua portoghese”. Una affermazione contraddittoria se si pensa che i primi cimenti del poeta con la scrittura e la poesia sono in lingua inglese, visto che da bambino e adolescente il giovane Fernando trascorre quegli anni così formativi in una scuola di Durban, in Sud Africa, dove la madre, morto il padre del futuro scrittore, sposa in seconde nozze il Console del Portogallo in quella città dell’Africa australe. Forse per questo, dopo un ritardo di qualche decennio rispetto alla critica pessoana in altri paesi non di area lusofona, Francia, Spagna e Italia soprattutto, in Gran Bretagna e negli Stati Uniti si è avuta da una ventina di anni in qua una straordinaria fioritura di studi sul poeta, sul quale si è andato formando un apparato critico davvero ragguardevole, con molti saggi, opere e traduzioni provenienti da autori di cultura anglosassone. Il più importante di questi lavori, che mi è servito da spunto per queste note, è stata una monumentale biografia in inglese, scritta dallo statunitense Richard Zenith, lusitanista e traduttore dal portoghese, e uscita esattamente un anno fa nell’edizione originale Penguin intitolata “Pessoa. An Experimental Life”. Nei giorni scorsi, con un altro sforzo editoriale degno di nota (ma insolito con riferimento a un autore divenuto in Portogallo, e a giusto titolo, una gloria nazionale, la cui biografia originale ci si sarebbe aspettati che fosse prodotta da uno studioso portoghese) è uscito per i tipi di Quetzal “Pessoa. Uma Biografia”, nella traduzione di Salvato e Vasco Teles de Menezes, padre e figlio, noti traduttori dall’inglese. 

In alto, l’ingresso del ristorante dove mangiava Pessoa a Lisbona “Martinho da Arcada”; in basso, il tavolo lasciato perennemente vuoto dal giorno della sua morte (Foto di Giancarlo Alvarez de Castro)

In quasi 1.100 pagine (un centinaio di più nell’edizione portoghese) e una dozzina d’anni di strenuo lavoro, Zenith ci consegna un Pessoa ben oltre l’autore che prende vita solo nella sua opera. Scopriamo, per esempio, che sia pure con una modalità a lui del tutto peculiare Pessoa possedeva una sessualità, il che non conferma né smentisce il dato sulla sua verginità; oppure approfondiamo la conoscenza delle sue convinzioni politiche, che sebbene non avessero affrontato in modo conflittuale la ideologia salazariana erano troppo contraddittorie e poco schematiche per un regime che amava lo stereotipo del popolo portoghese “pequenino” ma dignitoso nella sua modestia, timorato di Dio e rispettoso delle istituzioni, e insieme i notabili, titolati (sebbene ex, dall’avvento della repubblica nel 1910) e titolari di proprietà fondiarie e cattedre universitarie. Un numero estremamente ristretto di privilegiati, ai quali il dittatore chiedeva sostanzialmente di fare tutto ciò che a loro facesse comodo o piacere, purché discretamente, senza troppe esibizioni e senza dare cattivi esempi che avrebbero potuto sviare il “povo miudo” da abitudini virtuose e sacrifici diuturni. Pessoa, ci dice anche questa biografia, non apparteneva a nessuno di questi due “generi”. Malgrado le apparenze, i debitucci che contraeva con parenti e amici, l’abitudinarietà, la sua cifra stilistica era rappresentata da contraddizione e complessità. Con le quali ricopriva le idee monarchiche con una patina di individualismo socialisteggiante; lo intrigavano astrologia ed esoterismo ma insieme era capace di spunti di estrema modernità, compresa l’invenzione di formule pubblicitarie come quella per la Coca Cola, che prima di essere boicottata dal regime che privilegiava cibi e bevande autarchici si era fatta conoscere dal pubblico portoghese grazie a uno slogan ideato dall’omino in nero. Nel mezzo di queste e molte altre nugae, il biografo non dimentica mai di essere uno studioso dell’opera pessoana, di avere avuto, e continuare ad avere, accesso alla famosa arca contenente 25.000 pagine e appunti del poeta, dei quali lo spoglio completo, la decifrazione e la catalogazione non sono stati ancora terminati.

Richard Zenith, autore del libro (Foto di Hanmin Kim)

Contrariamente a una linea critico ermeneutica che vorrebbe una sorta di impermeabilità tra la vita “pratica” degli artisti e la loro opera, credo che grazie a lavori come questo di Zenith si possa fare luce sulle intenzioni, anche inconsce, che stanno dietro all’opera di un autore come Pessoa. Che ora, grazie allo sforzo di questo biografo e traduttore americano, viene da comprendere con maggiore nitidezza rispetto a prima. Questa “vita” di Pessoa, senza voler giocare con un paradosso, mi sembra quasi di poterla accostare – cambiata in parte di segno – con quello che sembra appunto il suo contrario: Gabriele D’Annunzio. Un autore di cui Pessoa, con una superficialità di lettura e di giudizio che non gli era certo connaturata ma dovuta soprattutto alla sommaria conoscenza che aveva dell’opera di lui, aveva causticamente tranciato giudizi fortemente negativi. Eppure i punti di contatto, soprattutto oggi, appaiono con buona evidenza, nonostante tutto. Tanto pareva vòlto all’esteriorità il vate, tanto Pessoa era introverso. Ossessionato e “vincente” col sesso l’italiano e quasi asessuato il portoghese, eppure (sappiamo adesso) per nulla incline a sublimare le pulsioni. Tutti e due, con motivazioni diverse ma analoghe nell’essenza, pieni di disprezzo per dittatori che pure, in ultima analisi, li tolleravano. E per quanto paressero due immagini l’una il negativo dell’altra, a me paiono avere molti punti in comune. Disposto allo sciupio intellettuale e materiale D’Annunzio e parimenti prodigale nell’amministrare le proprie facoltà spirituali Pessoa. Certo non i beni, ché quelli non li possedeva, come del resto non li possedeva neanche D’Annunzio, che però riusciva a farli materializzare e rinnovare quasi dal nulla come l’Araba fenice. E poi entrambi maestri nell’arte dell’infingimento, monarchici eterodossi, superstiziosi, a volte sino ad abbracciare idee neopagane, dediti all’occultismo. Gabriele quasi bilingue col francese, Fernando quasi bilingue con l’inglese. Per rimuovere quel “quasi” si deve andare alla radice della loro arte, di cui erano dotati come i due poli opposti di una stessa carica elettrica. Perché per ciascuno di loro la propria lingua era la propria patria. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio