Lo “hechichero” e quell’imbarazzante abbraccio tra cielo e terra, sul Monte Albán

L’Appeso, XII carta dei tarocchi; sotto il titolo, Tikal (Guatemala) il sito archeologico della più grande fra le città-stato Maya nella giungla di Péten, ricca di monumenti, templi e reperti

…E poi le infinite ore in pullman, alle quali aveva costretto la piccola comitiva per arrivare a Tehuantepec, sul Pacifico, e di lì a Tuxtla Gutiérrez, lungo la “caviglia” del Messico. E, soprattutto, i paesaggi illimitati sugli altopiani della “carretera” messicana. A Oaxaca erano scesi in un alberghetto fatto da poco, inebriati la mattina dall’odore di cioccolato che saliva dalla fabbrica sottostante. Da sogno, la sera, quella trattoria c’erano entrati per caso dove si poteva gustare una tagliata di carne di sapore sublime, seduti su sedie maestose, cuoio e braccioli, da governatore spagnolo dell’antica posesión. Con davanti una parete in maiolica rinfrescata da una lamina d’acqua scorrente


Il racconto di HERR K.

«Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia» (Shakespeare, Amleto)

«L’APPESO. È UNA condizione di attesa, ma anche di illuminazione, e quella posizione a testa in giù è un invito a guardare le cose da un punto di vista radicalmente diverso». Era un’ottima apertura per la lettura degli arcani maggiori dei tarocchi. Se, poi, seguiva il Papa, ancor meglio la Papessa, era ovvio l’invito a non soggiacere a regole rigide ed eteronome per inoltrarsi, invece, nell’arduo ma luminoso cammino della liberazione dai vincoli, soprattutto quelli autoimposti. Quasi un colpo di fortuna, in realtà possibile con un aiutino del tutto discreto, era a quel punto la carta della morte. Superato il piccolo piacere di cogliere un lampo di preoccupazione nel viso dell’interlocutrice, la licitazione era un mini ‘coup de theatre’: «Molti pensano che sia un annuncio di malattie o disastri. Sbagliano, non è così. Questo arcano indica la necessità di una trasformazione profonda della propria esistenza, a noi poi decidere se ci sentiamo, se abbiamo interesse ma anche il coraggio di metterci mano». 

Il fascino del mistero aveva fatto breccia nella sua mente imbottita di razionalità quando gli era stato “letto” il suo passato, con una dovizia di riferimenti che li aveva lasciati, tutti, bouche béante

Era incredibile come quelle quattro cabalette, condite da un po’ di psicanalisi “aùm aùm” fossero, all’epoca, un viatico per il “dopo cena”. Dal momento che funzionava anche con donne intelligenti, la lettura dei tarocchi diventava un accettabile, e condiviso, medium — nelle condizioni storicamente poste, sentenziava il suo Marx interiore — per passare all’ “ordine del giorno”. Una volta però che la “chimica” avesse detto, prima, la sua. E il gioco degli arcani maggiori diveniva allora una conferma, gradevolmente allusiva e anticipatrice.  

Restava però sempre una curiosità, se dietro quei simboli, quelle evocazioni non ci fosse qualcosa di più. In realtà, il fascino del mistero. Così potente da essere alimentato anche da echi assai flebili. Un mistero che aveva fatto breccia nella sua mente imbottita di razionalità quando, vari anni dopo, gli era stato “letto” il suo passato. Sulla predizione del futuro, arcani o meno, sappiamo arrangiarci un po’ tutti. Almeno quelli dotati di un minimo d’attenzione e di un briciolo di fantasia. Ma sul passato … Eppure, in quella serata insieme ad amici quella donna giovane e indubbiamente singolare — un aspetto piacevole, ma un che di inquietante — aveva letto a tutti loro il passato. Con una precisione e una dovizia di riferimenti che li aveva lasciati, tutti, bouche béante.

L’alba sorge sulle rovine dell’antica città Maya di Tikal con “la più alta torre del Centro-America” svettante sulla giungla tropicale

La curiosità per il mistero era stato un piccolo percorso parallelo che si era in realtà intrecciato con vari passaggi della sua esistenza. Poco tempo dopo la “lettura” del suo passato si era recato in Messico e in Guatemala. Un meraviglioso subcontinente. Al contrario dell’impero Azteco, che era stato assoggettato in pochi anni dalla ferocia e dall’astuzia di Hernán Cortés e dei suoi trecento, i Maya dello Yucatan avevano a lungo resistito agli Spagnoli. Dell’antica Tikal — la più grande delle città-stato Maya, le cui origini risalgono addirittura all’VIII secolo a. C. — era rimasta ricca testimonianza di monumenti, templi e reperti, là nella giungla del Petén. La saggezza degli archeologi ne aveva lasciati molti interrati, pena un loro accelerato degrado ove fossero stati esposti. L., poco più che bambina, aveva cercato di inerpicarsi in mezzo agli alberi cresciuti su uno di quegli antichi montarozzi, e le lacrime di disappunto si erano trasformate in un sorriso felice quando era riuscita finalmente a districarsi. Poco lontana, “la più alta torre del Centro-America”. In realtà una settantina di metri, ma famosi perché, non difficile da riconoscere, era la torre da cui i “buoni” osservavano la minaccia della “Morte Nera” nella saga cinematografica di “Guerre stellari”. 

In alto, la Piramide del Giaguaro Maya; in basso, la Pietra del Sole Azteca

Il sole picchiava così forte da far abortire un primo tentativo, ma quando voci femminili erano scese dall’alto e scarpette addirittura con tacchi si erano appoggiate sui pioli giù per la ferrata di accesso alla torre, eh no! Camicia come turbante sulla testa contro quel sole impietoso si era inerpicato insieme al figlio ragazzino per arrivare in cima. L’intenso e rigoglioso verde tropicale sotto di loro, emuli di Obi-Wan Kenobi.

Il patio spagnolo a San Cristóbal de Las Casas, con indosso le stupende huipilli appena comprate. L’aragosta alla catalana, oddio quasi, sulla spiaggia di Puerto Angel, non la turistica Puerto Escondido di Salvatores. E lì, sulla selvosa collina dominante, la “Gringa” aveva allestito proprio in mezzo agli alberi un essenziale ma fascinoso resort con docce approssimative. La ricchezza del museo di Antropologia di Città del Messico, con l’incredibile ripetitività, per secoli, degli Olmechi e dei Toltechi, che, quasi un millennio dopo, avevano inventato Quetzalcoatl, “il serpente piumato”, ma sempre gli stessi vasi e le stesse statuine lì nelle teche. Il grande disco di pietra dove erano incise astronomia e astrologia degli Aztechi, ma nessuno aveva inventato la ruota.

E poi le infinite ore in pullman, alle quali aveva costretto la piccola comitiva per arrivare a Tehuantepec, sul Pacifico, e di lì a Tuxtla Gutiérrez, lungo la “caviglia” del Messico. E, soprattutto, i paesaggi illimitati sugli altopiani della “carretera” messicana. A Oaxaca erano scesi in un alberghetto fatto da poco, inebriati la mattina dall’odore di cioccolato che saliva dalla fabbrica sottostante. Da sogno, la sera, quella trattoria — c’erano entrati per caso — dove si poteva gustare una tagliata di carne di sapore sublime, seduti su sedie maestose, cuoio e braccioli, da governatore spagnolo dell’antica posesión. Con davanti una parete in maiolica rinfrescata da una lamina d’acqua scorrente. Lo zócalo, non certo grande come quello di Città del Messico, era però pieno di vita e la stessa Santo Domingo de Guzmán col suo pesante barocco spagnoleggiante e i suoi ori era, tutto sommato, metabolizzabile. Il tutto, di lì a poco, sarebbe stato proclamato dall’Unesco “patrimonio dell’umanità”.

Lo zócalo di Oaxaca, non certo grande come quello di Città del Messico, era pieno di vita e la stessa Santo Domingo de Guzmán col suo pesante barocco e i suoi ori era metabolizzabile

Aveva perso l’occasione quando erano in Chiapas, a San Cristóbal, per andare a trovare non il subcomandante Marcos, ancora da venire, ma quella piazza in un luogo sperduto della Sierra Madre, dove nei giorni di festa, non tutti, sciamani di antico sapere celebravano riti con prodigiose guarigioni. Altro che Lourdes! E si narrava di turisti con fotocamere pettegole, spariti. Due giorni di jeep, e non certo da portarci i ragazzini. 

Ma lì a Oaxaca si poteva in qualche modo rifare. Dopo un passaggio per Mitla, centro della precolombiana cultura Zapoteca, “luogo delle terre d’oltretomba” secondo la lingua Nahuatl, via su per le rovine di Monte Albán. Tra piattaforme e scale monumentali, pietre scolpite a elencare luoghi conquistati, si staglia la Piazza Principale, area cerimoniale di riti. Decisamente crudeli, a giudicare dai Danzantes, in realtà prigionieri torturati e sacrificati scolpiti in un edificio laterale. Posta a 1900 metri e passa, a lui quell’enorme piazza aveva suggerito l’idea di un antico e stupendo osservatorio astronomico en plein air, con relative “cupole”. 

A Monte Alban, tra piattaforme e scale monumentali, pietre scolpite a elencare luoghi conquistati, si staglia la Piazza Principale, area cerimoniale di riti

Alle pendici, in uscita, tra gli altri venditori di pietre e collanine, una donna coniugava la piccola statura con un aspetto vivacissimo come i colori che indossava, gli occhi di un nero assoluto. Incuriosito, quasi un presque vu, l’aveva fissata fingendo interesse per le collanine e col suo spagnolo carente si era autoproclamato “hechichero, un fattucchiere, un mago. In grado di praticare esperienze di realtà “non ordinaria”. Il sorriso di risposta era andato al di là di un’ironica compassione, mentre gli occhi acuti lo trapassavano. Poi … poi l’aveva sentita prenderlo in una sorta di imbarazzante abbraccio e gli era sembrato che avessero cominciato a ruotare e, ruotando, innalzarsi. Sotto scorrevano persone a piccoli gruppi: Todos son inexistentes, sombras, gli era sembrato dicesse la donna, ora non più piccola. Non ricordava quanto era durato. Fino a quando un vecchio indio dal volto abbronzato da campesino, una cornice di lunghi capelli bianchi, uno sguardo dolce e abissale, aveva interrotto la loro traiettoria.

«Tutti i sentieri sono uguali perché, tutti, non portano da nessuna parte». «Allora, tanto vale scegliere un sentiero che abbia un cuore», mentre il vecchio si allontanava. Ma chi l’aveva detto?

Si era vergognato per lo sgomento provato, e, ancora incerto, gli aveva chiesto quale percorso avrebbe dovuto seguire. «Tutti i sentieri sono uguali», la risposta gli era risuonata nella sua lingua e l’aveva sentito aggiungere: «Perché, tutti, non portano da nessuna parte». «Allora, tanto vale scegliere un sentiero che abbia un cuore», mentre il vecchio si allontanava. Ma chi l’aveva detto? Doveva essere stata una sua conclusione, più simile ad alcuni temi dell’espressionismo tedesco che alla cultura e al pensiero di un indio Nahua© RIPRODUZIONE RISERVATA

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About Author

Non ha mai amato la poesia, in particolare quella contemporanea. Archiloco, Saffo, Lucrezio, Dante, Ariosto, Shakespeare e Leopardi, stop. Per questo, forse, si diletta a cimentarsi con racconti brevi, il romanzo non è nelle sue corde e nemmeno alla sua portata. Fascinato dalla Mitteleuropa di Hofmannsthal, Schnitzler, e sì, pure Roth. Ha un sano disprezzo per quell’orda di umanisti — tutti hanno sicuramente scritto poesie anche dopo i vent'anni — che infesta l'amministrazione pubblica ed è colpevole di linguaggio e procedure, che in nome di Sicurezza e Privacy bastonano impietosamente le parti basse degli utenti; e che vanificano gli sforzi per far risalire l’Italia dall’attuale ultimo posto nella Ue per digitalizzazione. Promette di lardellare con excursus scientifici, episodicamente, qualche racconto. Per contribuire a superare il gap che ha la letteratura italiana, fatti salvi Gadda, Calvino e, in parte, Eco 😂. Ma sta anche valutando se non tralignare con un po’ di esoterismo