Carovane di Sibariti, Colofoni di Siris e le “parole viaggiatrici” sulle vie istimiche verso Roma

Greci ed Etruschi si contesero il dominio sul basso Tirreno; sotto il titolo, frammento di un bassorilievo col tipico rostro etrusco

Partendo dalla madrepatria greca, i lemmi approdavano nelle “Apoikiai”, nelle colonie del Sud della nostra penisola, per poi transitare “coast to coast”, dallo Ionio al Tirreno, imbarcarsi su navi Etrusche e salire la penisola fino al porto di Caere, o Ceres. Nell’incontro tra Ecateo di Mileto (550-476 a.C.) e il prof. Giacomo Devoto (1897-1975), il nostro cronista scopre che le parole in dialetto dorico provenienti dalla Grecia sbarcavano nel porto di Taranto, quelle ioniche nell’area calcidese di Cuma. Poi, tutte, attraverso navi etrusche, transitavano per Roma dal Golfo di Napoli fino a Ceres, a Tarquinia o a Cerveteri


Il racconto di ARTURO GUASTELLA, nostro inviato nella Magna Grecia

Cratere di Aristonothos rinvenuto a Caere (datato 600 a.C. circa) conservato al Museo Capitolino 

IL PITTORE E PAESAGGISTA inglese Edward Lear (1812-1888) con il suo connazionale Arthur John Strutt (1818-1888), pittore e archeologo, li avevo incontrati (nelle mie usuali acrobazie diacroniche) in una tarda mattinata del Settembre del 1847. Rigorosamente a piedi, stavano attraversando le Calabrie (al plurale perché la Calabria inglobava ancora una larga fetta del territorio lucano), in cerca delle cosiddette “vie istimiche” che, nella Magna Grecia, conducevano dalle rive dello Ionio a quelle del Tirreno. Mi pare, ma non ne sono sicuro, che avessi letto il “Pedestuan Tour” di Strutt, nel quale raccontava di questo suo viaggio a piedi per i tratturi della Calabria. La mia incertezza, e invoco la vostra comprensione, era dovuta proprio a questi avventurosi viaggiatori inglesi che non si lasciavano spaventare da briganti, da recessi e balze intricate e a piedi “scandagliavano” il Sud della nostra penisola, lasciandoci preziosissime testimonianze di quello che avevano visto e annotato. 

Difatti, un altro britannico, lo scrittore Norman Douglas (1868-1852), più noto per il suo romanzo Il Vento del Sud, aveva scritto un famoso libro di viaggi, Old Calabria, frutto di due lunghissime scarpinate, nel 1907 e nel 1911, lasciando preziosissime testimonianze ad archeologi, topografi antichi, ma anche storici. «Niente, però, per i glottologi e i linguisti», si era lamentato il prof. Giacomo Devoto (1897-1975), al cui fianco stava trotterellando, quella mattina assolata, il vostro impavido cronista. Solo che egli, il professore, si trovava in quei luoghi, tra Aspromonte e Pollino, non tanto per seguire il percorso di quelle “carovane” di Sibariti o dei Colofoni di Siris che, nel primo quarto del VII sec. a.C., portavano le loro mercanzie dal mar Ionio al Tirreno, per scambiarli con gli Etruschi e, magari, mentre c’erano, fondare, nei pressi, qualche loro colonia, quanto per inseguire il viaggio delle parole. 

Kylix del 520-500 a.C. con un mercantile e una nave da guerra munita di rostro pronta all’abbordaggio

Sì, proprio di quei lemmi che, partendo dalla madrepatria greca, approdavano qui, nelle “Apoikiai”, nelle colonie del Sud della nostra penisola, per poi transitare “coast to coast”, dallo Ionio al Tirreno, imbarcarsi su navi Etrusche e salire la penisola fino al porto di Caere, o Ceres, se preferite. Non stropicciatevi, a questo punto gli occhi, pensando di aver letto male di Etruschi nel Golfo di Napoli, mentre eravate convinti che abitassero soltanto l’Alto Lazio, la Toscana e un lembo di Romagna e Lombardia. Il fatto è che essi, gli Etruschi, come ben sanno storici e archeologi, erano ben presenti nell’odierna Campania, tanto che a Pontecagnano, ad un tiro di schioppo da Salerno, era stato trovato un insediamento addirittura “villanoviano”, di quella civiltà, cioè, proto etrusca, risalente alla prima età del ferro (X sec. a.C.), che si pensava tipica soltanto dell’Italia centro settentrionale. E non basta, perché sembra che Capua, fosse stata fondata proprio dagli Etruschi. «Del resto — era intervenuto nella discussione uno storico e geografo greco, Ecateo di Mileto (550-476 a.C.) — l’etimo di apokia non è forse quello di “casa fuori”? E vuoi che nelle case greche e magno greche non si parlasse e che i marinai non esportassero anche le parole»? 

L’inciso del milesio, era molto piaciuto al prof. Devoto, che si era messo a spiegare come esse, le parole provenienti dalla Grecia, sbarcassero, quelle in dialetto dorico, nel porto di Taranto, mentre quelle ioniche, nell’area calcidese di Cuma e poi, tutte, per navi etrusche, transitare per Roma (dove potevano subire anche radicali modifiche lessicali) fino a Ceres, a Tarquinia o a Cerveteri. Solo che, chiede il vostro frastornato cronista, quelle doriche sbarcate a Taranto, come facevano ad andare ad imbarcarsi nelle navi dei Lucumoni alla fonda nel Tirreno. «Ma per via istmica, naturalmente — rispondono ad una voce, Ecateo, Giacomo Devoto e l’ultimo arrivato, il filologo e archeologo Bronislaw Bilinski (1918-1997) — andando giù fino a Sibari o a Siris, e poi, attraverso la Calabria fino al porto fluviale di Laos, nel Tirreno». Ma se le strade erano quelle che erano, quanti giorni ci mettevano a dorso di mulo, attraversando territori ostili, crepacci e burroni? 

Cartina della Magna Grecia

E, qui, le discussioni sulle antiche strade greche e quelle romane, con il filologo di Varsavia che spiega: «È noto che la via greca utilizza piuttosto la conformazione naturale del terreno. Cioè si adatta alle condizioni fisiche e orografiche imposte dalla natura, mentre la via romana esegue mutamenti del terreno, attraverso arditi lavori di ingegneria». «La via romana — continua Bilinski — spezza le difficoltà, è più ardita, ma anche più corta, avendo quasi sempre uno scopo militare. Mentre le vie greche della Magna Grecia hanno avuto origine proprio dal commercio e, se per i Romani, nelle epoche posteriori, le vie istmiche furono di poca importanza, per i Greci, invece, esse avevano un valore qualche volta fondamentale nella loro vita, collegando le singole colonie sulle coste del mar Ionio, con le colonie sulle sponde del Tirreno». «Strade romane corte? Ma di che va blaterando costui»? Interviene, piccato dall’asserzione dello studioso polacco, il grande geografo latino del primo secolo avanti Cristo, Pomponio Mela. «Forse non conosce la straordinaria lunghezza della via Appia o della via Popilia»? Silenzio. Con tutte le parole che forse si sono già imbarcate sulle navi etrusche. 

E, tuttavia, questa immagine delle parole che viaggiano dalla Grecia in Magna Grecia, si imbarcano su navi etrusche, con alcune di queste ultime fanno scalo a Roma, lasciando che qualche parola ionica e dorica, diventi patrimonio dei Latini, per poi, magari, tornare giù in Italia e in Grecia, con le Aquile romane, e con le antiche parole greche ormai latinizzate, è davvero molto intrigante. E, poi, le vie Istmiche, con l’eccelso Aristotele Stagira (Politica, VII, 1329), che ci informava come il Golfo Scilletico e quello Lametico, distavano soltanto una mezza giornata di marcia e con Strabone stesso (63 a.C.- 23 d.C.) che affermava come per percorrere i 310 stadi (uno stadio, circa 177 metri) tra Taranto e Brindisi, occorresse una giornata di cammino, contengono immagini di uomini arditi che si muovevano incuranti dei rischi e delle asperità del terreno. Se, tuttavia, continuiamo a parlare ancora di “parole viaggiatrici” e di antiche vie istimiche, va a finire che potreste anche trovare il vostro baldo cronista in una antica “casa cantoniera”, nel bel mezzo degli Appennini calabri, con il desco ben apparecchiato di “soppressata calabrese, insalata di peperoncini rosso fuoco, e vino a scelta, Cirò o Aglianico…”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista dal 1971. Ha alternato la sua carriera di biochimico con quella della scrittura. Ha diretto per 14 anni “Videolevante”, una televisione pugliese. Ha tenuto corrispondenze dall’Italia e dall’estero per “Il Messaggero”, “Corriere della Sera”, “Quotidiano”, “La Gazzetta del Mezzogiorno” per la quale è editorialista. Con la casa editrice Scorpione, ha pubblicato “Fatti Così” e, con i Libri di Icaro, “Taranto - tra pistole e ciminiere, storia di una saga criminale”, scritto a due mani con il Procuratore Generale della Corte d’Assise di Taranto, Nicolangelo Ghizzardi. Per i “Quaderni” del Circolo Rosselli, ha pubblicato, con Vittorio Emiliani, Piergiovanni Guzzo e Roberto Conforti, “Dossier Archeologia” e, per il Touring club italiano, i “Musei del Sud”.