L’«inquinamento edilizio» e il disordine edificatorio tolgono spazio necessario al bene pubblico

Il bene pubblico dovrebbe venire prima dell’interesse dei singoli ma da noi la pianificazione urbanistica che tuteli l’interesse generale sembra non esistere. Lo spazio è spesso considerato, anche da tecnici autorevoli, come un “vuoto da riempire”. La cartellonistica abbruttisce le strade ostacolando una guida corretta, tra capannoni disseminati lungo le campagne senza alcuna logica diversa dall’occupazione dei terreni disponibili. L’investimento produce reddito per la speculazione edilizia che mangia ogni metro disponibile ma rende difficile la vita agli abitanti. E le “indecenze edificatorie” non indignano più


L’analisi di FRANCESCO MEZZATESTA

In alto, spazio insufficiente per i servizi; in basso, tipologie affastellate e spazio annullato

SOLITAMENTE VIENE CHIAMATO “consumo di suolo” ma Antonio Cederna, padre storico del giornalismo ambientalista e culturale italiano, lo chiamava “inquinamento edilizio”. E in effetti è così, se si pensa che è soprattutto il disordine edificatorio a far danni nelle nostre città e lungo strade statali e provinciali. In Italia la possibilità di edificare ovunque con semplice avvallo territoriale sembra sia possibile come se il diritto a edificare fosse quasi un permesso naturale connesso indissolubilmente al diritto di proprietà. Il bene pubblico dovrebbe venire prima dell’interesse dei singoli ma da noi la pianificazione urbanistica corretta che tuteli l’interesse generale sembra non esistere perché lo spazio è spesso considerato, anche da tecnici autorevoli, come un “vuoto da riempire”. 

Ed è quasi comico osservare lungo le strade cartelli indicanti la dicitura “Spazio Libero”. Uno potrebbe pensare che la campagna retrostante sia libera da insediamenti. No, si tratta di una pubblicità per riempire a pagamento un cartellaccio lungo le vie che invita gli acquirenti a farsi avanti destinando quel cartello alla pubblicità. Questi cartelli abbruttiscono il paesaggio impedendone l’apprezzamento ma soprattutto confondono i conducenti e nascondono tra troppi avvisi la cartellonistica utile a una guida corretta. Non vengono eliminati nemmeno nei pressi di aree protette. Al contrario, appena si entra in Alto Adige e si percorrono le strade della regione si avverte un senso di benessere visivo e, a parte le costruzioni messe al posto giusto, ci si rende conto che quella sensazione è legata alla mancanza di cartelli pubblicitari. 

In alto, capannone sulla strada in Valtellina; in basso, in vendita anche gli svincoli

Tra le abitudini urbanistiche italiane negative c’è poi la pratica di localizzare capannoni su aree agricole fiancheggianti strade e autostrade, e ancora oggi si continua a permettere di costruire ai lati delle arterie di grande traffico. Questo, oltre a danneggiare il paesaggio italiano, crea difficoltà nella fornitura di servizi energetici, idraulici e di accesso, spingendo poi nella direzione di “rincorrere”  gli insediamenti localizzati in modo improprio. I capannoni andrebbero localizzati in apposite aree artigianali individuando preventivamente il posto giusto e attrezzandole con i servizi necessari. Nelle città poi la speculazione sui terreni ha fatto danni non facilmente rimarginabili. Per anni nelle periferie italiane si è permesso di edificare case a stretto contatto con la strada antistante e con gli edifici vicini. In questi casi non vi è proprio lo spazio di distanza sufficiente dalla via ma non  vi sono nemmeno i metri necessari ad ospitare sia lo spazio verde di rispetto, sia il marciapiede, sia l’area di parcheggio, sia la possibile pista ciclabile. In queste situazioni è difficile trovare anche uno spazio idoneo dove sistemare i bidoni dell’immondizia. 

L’investimento produce reddito per la speculazione edilizia che mangia ogni metro disponibile ma rende difficile la vita agli abitanti. Il fatto è che difficilmente le persone si accorgono  di queste “indecenze edificatorie” accettando le scelte decise più in alto forse dando per scontato che si è sempre fatto così. Il paragone con i paesi del nord Europa è stridente. Anche in nazioni sovrappopolate come l’Olanda si riesce a pianificare lo spazio con localizzazioni corrette di edifici abitativi, capannoni industriali, parcheggi, spazi verdi, marciapiedi e piste ciclabili. In questi paesi del centro nord Europa, però, la condivisione a sostenere l’interesse pubblico è probabilmente più alta rispetto al nostro individualismo mediterraneo. E pone un freno all’“inquinamento edilizio” che danneggia il territorio e abbassa la qualità della vita dei cittadini. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Medico e naturalista, nel 1970 iniziò a promuovere la crescita della Lipu di cui è considerato il “padre fondatore adottivo” occupandosene per oltre vent’anni. Nel periodo in cui il movimento ambientalista italiano era agli albori, creò il “Centro recupero rapaci” di Parma, un particolare “ospedale per uccelli rapaci feriti”, il primo in Italia. Per il suo impegno di “ambientalista storico “ ha ricevuto diversi riconoscimenti e premi tra cui l’”Airone d’oro” (1986) e l’”European Award for the Environment” (1987) ricevuto a Londra dal Principe Carlo. Nel 1991 è stato nominato dal ministro dell’Ambiente presidente della Commissione per la conservazione della natura. Divulgatore naturalista scrive articoli su temi legati alla tutela ambientale e ha pubblicato diversi libri relativi alla conoscenza della biodiversità e in particolare al riconoscimento degli uccelli e al comportamento dei cani. Oggi concentra la propria attività sulla difesa di rondini e rondoni.