Le piazze tornano a riempirsi, le strade diventano terreno di scontro, le vetrine si infrangono non solo nella grande Francia. Mobilitazioni contro gli affitti elevati e la carenza di alloggi, oltre a scioperi e proteste nel settore dell’istruzione si stanno verificando in Spagna. Importanti manifestazioni si sono avute in Italia, a Milano, Torino, Bologna e altre città, con contestazioni contro il carovita, i servizi pubblici e i costi dei carburanti. Proteste del settore agricolo ci sono state a Bari. In Belgio studenti, insegnanti e sindacati scendono in piazza contro i costi dell’istruzione e le misure di bilancio, con scontri che hanno scosso Bruxelles e Liegi. Proteste antigovernative in Albania guidate da studenti si sono sviluppate lungo le vie di Tirana. Manifestazioni per salari più alti, pensioni, costo della vita e difficoltà di accesso alle abitazioni, soprattutto a Lisbona e Porto. Un continente che ha fatto dei diritti sociali e civili un patrimonio universale fatica a riconoscersi nel presente che si è disegnato

◆ L’analisi di ANNALISA ADAMO AYMONE
► Patria della Rivoluzione del 1789, della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino, Parigi è stata per secoli il laboratorio politico d’Europa. Eppure, le proteste dei gilets jaunes, la mobilitazione contro la riforma delle pensioni del 2023 e le rivolte seguite alla morte del diciassettenne Nahel ucciso da un agente di polizia a Nanterre, hanno già mostrato largamente la profondità della frattura tra una parte della popolazione e le istituzioni. Negli ultimi giorni a Limoges, il municipio è stato incendiato; a Lione, l’Ufficio del turismo è andato a fuoco; a Parigi e Marsiglia si sono verificati saccheggi e violenti scontri con la polizia; resta da chiedersi il dialogo è davvero morto?
Albert Camus, scrivendo ne L’uomo in rivolta, cercò di comprendere il momento in cui l’individuo smette di accettare un’ingiustizia e dice no. Ma quel no, nella sua riflessione, porta con sé anche un limite: non può rivendicare una dignità per sé distruggendo quella degli altri. È forse questo il punto più difficile da accettare delle giornate francesi. Una rivolta può denunciare un fallimento reale. Victor Hugo, nei Miserabili, raccontò una Parigi in cui la miseria e l’ingiustizia alimentavano la rivolta, senza trasformare ogni insorto in un santo né ogni rappresentante dell’ordine in un mostro. È una lezione utile anche oggi: una società non si comprende dividendo la strada tra buoni e cattivi. Parigi ha già visto cadere monarchie, imperi e governi. Ha visto barricate costruite in nome della libertà e rovine lasciate da chi non sapeva più che cosa farne. Nessuna di quelle stagioni è identica a questa. Sarebbe facile chiamare rivoluzione ciò che è ancora una crisi, o chiamare ordine ciò che potrebbe essere soltanto una pausa. Per ora, la Francia conta i danni.
Ma non è solo nella grande Francia che le piazze tornano a riempirsi, che le strade diventano terreno di scontro, che le vetrine si infrangono. Mobilitazioni contro gli affitti elevati e la carenza di alloggi, oltre a scioperi e proteste nel settore dell’istruzione si stanno verificando in Spagna. Importanti manifestazioni si sono avute in Italia, precisamente a Milano, Torino, Bologna e altre città, con contestazioni contro il carovita, i servizi pubblici e i costi dei carburanti. Pressanti proteste del settore agricolo ci sono state a Bari. In Belgio le proteste di studenti, insegnanti e sindacati contro i costi dell’istruzione e le misure di bilancio, con scontri segnalati hanno scosso Bruxelles e Liegi. Proteste antigovernative in Albania guidate da studenti si sono sviluppate lungo le vie di Tirana. Manifestazioni per salari più alti, pensioni, costo della vita e difficoltà di accesso alle abitazioni, soprattutto a Lisbona e Porto.

Cambiano le bandiere, gli slogan e le ragioni della protesta, ma si ripete una scena che inquieta: un continente che ha fatto della propria storia, della cultura e dei diritti civili un patrimonio universale fatica a riconoscersi nel presente così come lo si è disegnato. Dietro le manifestazioni contro il caro vita, le riforme del lavoro, le pensioni, le disuguaglianze e le politiche governative, emerge un malessere che non può essere liquidato e trattato come semplice problema di ordine pubblico. Può costringere un governo a guardare ciò che preferiva ignorare. Purtroppo bisogna anche dire che il fuoco non distingue tra il simbolo del potere e un pezzo di memoria storica dell’umanità. Una vetrina infranta non presenta un programma politico. Un edificio incendiato non costruisce una scuola.
Eppure, liquidare tutto come semplice criminalità sarebbe altrettanto insufficiente. Perché il giorno in cui una protesta diventa soltanto un problema di ordine pubblico, le ragioni che l’hanno generata rischiano di scomparire dietro le barricate. Per opportunità politica, per cecità, per mancanza di lungimiranza o per pura fede in ciò che si crede di far bene, tutto questo non ha importanza. Ciò che è più importante in questo momento è riaprire il dialogo con tutte le parti sociali per continuare a costruire l’Europa. © RIPRODUZIONE RISERVATA
