Danilo Tomasetta nasce a Napoli nel 1950, la famiglia si trasferisce prima a Roma poi a Torino e infine a Bologna. In quest’ultima città compie studi universitari (Scienze Politiche e Sociologia) e musicali (studio del flauto traverso al conservatorio e del sax come autodidatta). Nel 1975 conosce Claudio Lolli e collabora con lui fino al 1980 (“Ho visto anche degli zingari felici” e “Extranei”). Nel 2012 riprende la collaborazione col cantautore bolognese per il quale produce e arrangia “Il Grande Freddo”, ultimo album di Lolli, vincitore della Targa Tenco nel 2017. In questa conversazione con “Italia Libera” si sofferma su Francesco Guccini («cantastorie colto, maestro della rima, eccezionale affabulatore»), Lucio Dalla («musicalmente un fenomeno, un talento naturale e istintivo»), Claudio Lolli («un genio incompreso»). Per Tomasetta, il mercato oggi domina la testa di tutti e l’arte musicale «per prosperare ha bisogno di tensioni, quindi inevitabilmente oggi langue»
Danilo Tomasetta con il suo Sax; sotto il titolo, una foto sgranata di Claudio Lolli in una sua esibizione per strada a Bologna
◆ L’intervista di FABIO BALOCCO con DANILO TOMASETTA, musicista
► Danilo, tu operavi all’interno di una radio libera di sinistra (quando il termine sinistra significava qualcosa) nella Bologna degli anni Settanta. Ci puoi parlare di quella esperienza, di Radio Alice, del clima culturale e sociale che si respirava?
Bologna, movimento del ’77
«Sì, anche a Bologna a metà degli anni ’70 ci fu il boom delle radio libere. C’erano quelle di sinistra e quelle commerciali. Poi c’era Radio Alice che era sicuramente una radio sui generis, rivoluzionaria nella forma della comunicazione e anche nell’organizzazione interna, nel senso che non esisteva nessuna organizzazione degna di questo nome. Era una radio movimentista. La radio invece di cui fui cofondatore si chiamava Radio Città 103. Era una strana creatura che vedeva nella redazione alcuni compagni di area Manifesto, qualche collaboratore legato al Pci e una serie di baldi giovanotti di area movimentista, tra i quali il sottoscritto. La radio nacque nell’estate del ’76, ma già a inizio ’77, emersero fratture profonde all’interno della redazione tra la parte movimentista e gli ortodossi “fedeli alla linea”. Fummo noi movimentisti a spuntarla e a mantenere il controllo della radio, ma solo fino a quando non si verificò la spaccatura con la componente legata a Democrazia Proletaria. Quella volta vinsero le “truppe cammellate”, ma noi cani sciolti risorgemmo e in un mese mettemmo su Radio Città del Capo, poi entrata a far parte del Network di Radio Milano Popolare. Quanto al clima che si respirava allora posso dire che Bologna in quegli anni era una città interessante, con uno scontro generazionale a sinistra molto evidente ma decisamente utile alla maturazione politica di noi giovani universitari. Era anche una città culturalmente e musicalmente vivace che favoriva collaborazioni con chi veniva dal centro e dal sud del paese, solitamente per motivi di studio. Tutto questo è finito da tempo ed oggi Bologna è un grande “mangificio” ad uso del turismo mordi e fuggi, senza più alcuna identità».
— Di lavoro hai fatto e fai il musicista, in particolare suoni il sassofono. Hai collaborato con Claudio Lolli. Ci puoi ricordare come vi incontraste e come lavoraste insieme?
Claudio Lolli
«Molto in sintesi un gruppo di musicisti variamente assortiti aveva cominciato a frequentare il centro culturale Tolomelli del Quartiere Irnerio. Così nacque un po’ per caso il Collettivo autonomo musicisti. La scelta del nome preoccupò molto i funzionari del quartiere, ovviamente legati al Pci, ma senza motivo, perché per noi l’adozione dell’aggettivo “autonomo” era solo dettata dalla voglia di sottolineare l’indipendenza delle nostre scelte, nulla a che fare con l’autonomia operaia. Claudio Lolli cominciò a frequentare il centro culturale ed un giorno avvicinò me e il chitarrista Roberto Soldati chiedendoci se eravamo interessati a collaborare con lui per mettere insieme alcuni nuovi brani di sua composizione, da lui ritenuti adatti non ai soliti arrangiamenti cantautorali, ma aperti a nuovi linguaggi musicali, dal folk, al rock e al jazz, e alla creazione di una ballata unica, quello che i critici chiamano concept album. Anche se Roberto Soldati (bravissimo chitarrista rock-blues) ed io non avevamo alle spalle nessuna esperienza del genere, accettammo entusiasti. Claudio ci fornì una cassetta (le k7 di una volta) su cui aveva inciso voce e accompagnamento dei brani che compongono la ballata degli Zingari, Roberto ed io ci sbizzarrimmo nel creare introduzioni musicali, intermezzi, assoli (specie di sax), e così in un paio di mesi nacque la ballata degli Zingari Felici, esattamente nella forma musicale con cui si conosce ora. Era la primavera del 1975. Solo a febbraio del 1976 la Emi pretese e ottenne che diventasse un disco. Ma dettammo noi le condizioni».
— So che stai per pubblicare un saggio su quello che è considerato il capolavoro di Lolli, l’album Ho visto anche degli zingari felici.
«Sì, è un’idea che mi è maturata in testa un po’ alla volta, favorita dal fatto che per promuovere i concerti dedicati al 50° anniversario dalla prima pubblicazione di quel celebre disco (7 aprile 1976) avevo scritto una serie di post su Facebook. Questo libriccino (lo chiamo così perché non supera l’ottantina di pagine) in parte è un racconto su due binari temporali e in parte contiene riflessioni sul valore estetico e socio-politico dei brani che compongono la suite (cioè le otto canzoni) degli Zingari Felici. Il racconto riguarda sia il passato remoto, ovvero la genesi di quell’album, e si compone di ricordi anche curiosi e coinvolgenti su fatti che accaddero allora. Sia il presente e in questo caso racconta come e perché gli stessi musicisti che realizzarono quel disco cinquant’anni fa si sono ritrovati per risuonarlo in pubblico come allora. Come allora vuol dire tutto di un fiato, si attacca e si smette di suonare circa 45 minuti dopo. Faticosissimo alla nostra attuale età! La parte saggistica poi è molto importante, perché quello che ha fatto la fortuna di quel disco, oltre alla freschezza del linguaggio musicale, è il messaggio che i testi dei brani veicolano. Sostanzialmente l’album prefigura una società diversa, rapporti diversi e migliori tra le persone, un’azione collettiva rivolta a riprendersi la vita. È esattamente quello di cui ci sarebbe bisogno oggi».
— Lolli, Guccini, Dalla, incredibilmente originari della stessa regione. Ti spieghi come possa essere e quale il tuo giudizio su ciascuno di loro?
Da sinistra, Umberto Faedi, Il Moschetto, Claudio Lolli, Francesco Guccini
«L’Emilia-Romagna è sempre stata considerata la terra degli orchestrali, che poi sono musicisti e chi più chi meno potenzialmente degli autori. Ma su questa circostanza non mi soffermerei troppo e non riscontro una particolarità nel fatto che Lolli, Guccini e Dalla siano tutti e tre originari dell’Emilia. La Romagna lasciamola stare perché per me è un’altra regione. Anche De André, Tenco, Lauzi, Paoli, Bindi venivano dalla stessa regione (la Liguria) e infatti per loro si parlò di “scuola genovese”. La critica musicale ha sempre sentito il bisogno di circoscrivere e raggruppare, ma quasi sempre queste “scuole” sono un artificio, un’invenzione a tavolino… Preferisco soffermarmi sulle profonde differenze tra i tre cantautori emiliani. Francesco Guccini è il classico cantastorie colto, maestro della rima, eccezionale affabulatore, musicalmente un po’ prevedibile e questo è il suo limite. Comunque estroverso e trascinatore del pubblico. Al mio orecchio i suoi testi risultano a volte appesantiti da un eccesso di retorica. Comunque Guccini ha fatto la storia della canzone d’autore, dunque tanto di cappello. Lucio Dalla era musicalmente un fenomeno, un talento naturale e istintivo, lui si sapeva muovere tra le note come forse nessun altro. Per molti anni non ha scritto le parole delle sue canzoni, ovvero non era un cantautore. Poi a partire dall’album Come è profondo il mare lo è diventato ed ha scritto anche ottimi testi. Del mio grande amico Claudio Lolli che dire? Questo: che Claudio è stato un genio incompreso. In parte si potrebbe dire che la colpa di tale incomprensione sia stata anche sua, troppo schivo, troppo distante da qualsiasi compromesso commerciale. Ma lui era così, voleva difendere la sua integrità artistica anche a prezzo dell’impopolarità. Claudio, pur non avendo una formazione musicale accademica, è stato un ottimo chitarrista e la sua vena compositiva ha sempre mantenuto un’indubbia originalità. Anche sulla poeticità dei suoi testi non si discute, del resto il primo a riconoscergli tutti i meriti fu proprio Francesco Guccini».
— Tu attualmente gestisci un sito sulla decrescita. Come ti sei deciso a fare questo passo?
La lumaca in discesa (dalla home page del blog Decrescita Felice Social Network)
«Credo che alla base di ogni interesse culturale o politico ci sia sempre qualcosa di istintivo. Dopo l’adolescenza ho sviluppato un’attrazione naturale per la natura, amavo muovermi in una campagna armoniosa o in un sentiero di alta montagna o su una spiaggia bagnata da un mare cristallino. Se vedevo un paesaggio deturpato da abusi edilizi o anche solo da rifiuti abbandonati lo avvertivo come un’offesa alla natura. Insomma ero istintivamente un’ambientalista. Su questo sottofondo spontaneo si è inserita la lettura dei principali testi di Serge Latouche sulla Decrescita. Poi circa vent’anni fa ho scoperto il primo blog DFSN (Decrescita Felice Social Network) e ho cominciato a collaborare inviando ogni tanto un mio contributo. Quando questo blog si stava spegnendo per mancanza di partecipazione e per forte calo dei lettori mi hanno chiesto se volevo subentrare nella proprietà del dominio e provare a rilanciare il blog. Ho accettato perché mi sembrava, e ancora mi sembra, che le fondamentali questioni connesse alla Decrescita meritassero ancora attenzione e risposte. Sul piano teorico sono ancora convinto che la Decrescita sia l’unica teoria filosofica e socio-economica compatibile col futuro dell’umanità e del pianeta. Sul piano pratico riscontro che oggi c’è pochissimo interesse attorno ai temi della Decrescita, molto meno di quanto ce ne fosse vent’anni fa».
— Tu hai una certa età e puoi fare un paragone tra l’Italia degli anni Sessanta/Settanta e quella odierna. Lo stesso per la musica. Cosa mi puoi dire al riguardo?
Assemblea al Dams di Bologna negli anni Settanta
«Negli anni ’60 vivevo a Torino (ho vissuto lì con la mia famiglia dal 1958 al 1964). Eravamo in pieno boom economico. La gente aveva un sacco di problemi, anche economici, ma si intravedevano possibilità di miglioramento. Per gli uomini di sinistra come mio padre, un socialista di formazione marxista, il partito era un luogo di confronto che arricchiva la testa e la vita. Il conflitto sociale esisteva e talvolta sfociava in scontro aperto, ma esisteva anche una sana utopia che vedeva come possibile un cambiamento nei rapporti sociali, collegandolo al superamento del modo di produzione capitalistico. Dall’autunno del 1964 ci trasferimmo a Bologna, una città allora molto diversa da Torino, più paciosa e amministrata da una sinistra inevitabilmente moderata e imborghesita proprio dal ruolo amministrativo che svolgeva. Tuttavia anche a Bologna si respirava aria di possibili cambiamenti. A questo contribuiva molto il ruolo dell’Università, cuore pulsante di idee all’interno di una città solitamente sonnolenta. Questa sommaria ricostruzione per dire che negli anni ’60 e ’70 esisteva sotto traccia una tensione palpabile verso un nuovo, tutto indefinito e tutto da costruire, ma diverso rispetto ad un mondo che non ci piaceva, o che almeno non piaceva a molti di noi. Oggi questa tensione non c’è più, è stata sostituita da un’accettazione dell’attuale modello sociale (liberista e globalista) come fosse l’unico possibile nel regolare i rapporti tra gli uomini. Oggi il mercato occupa un posto centrale nella testa della maggior parte delle persone. Uscire da questa gabbia non è per niente facile. Sulle differenze musicali c’è poco da dire. La musica è lo specchio del contesto sociale, a volte contribuisce a descriverlo meglio dei testi sociologici, rarissimamente è in grado di cambiarlo. In ogni caso l’arte musicale per prosperare ha bisogno di tensioni, quindi inevitabilmente oggi langue».
Nato a Savona, risiede in Val di Susa. Avvocato (attualmente in quiescenza), si è sempre battuto per difesa dell’ambiente e problematiche sociali. Ha scritto “Regole minime per sopravvivere” (ed. Pro Natura, 1991). Con altri autori “Piste o pèste” (ed. Pro Natura, 1992), “Disastro autostrada” (ed. Pro Natura, 1997), “Torino, oltre le apparenze” (Arianna Editrice, 2015), “Verde clandestino” (Edizioni Neos, 2017), “Loro e noi” (Edizioni Neos, 2018). Come unico autore “Poveri. Voci dell’indigenza. L’esempio di Torino” (Edizioni Neos, 2017), “Lontano fa Farinetti” (Edizioni Il Babi, 2019), “Per gioco. Voci e numeri del gioco d’azzardo” (Edizioni Neos, 2019), “Belle persone. Storie di passioni e di ideali” (Edizioni La Cevitou, 2020), "Un'Italia che scompare. Perché Ormea è un caso singolare" (Edizioni Il Babi, 2022). Ha coordinato “Il mare privato” (Edizioni Altreconomia, 2019). Collabora dal 2011 in qualità di blogger in campo ambientale e sociale con Il Fatto Quotidiano, Altreconomia, Natura & Società e Volere la Luna.