Momenti diversi delle manifestazioni di Torino nei giorni scorsi e uno dei ragazzi feriti dalla polizia

Centomila studenti hanno urlato la loro rabbia contro il ritorno degli scritti alla maturità, contro la morte di un loro compagno diciottenne in fabbrica. E hanno protestato contro le cariche della polizia: nei giorni scorsi aveva ferito decine di manifestanti a colpi di manganello. Principali bersagli della contestazione il ministro Bianchi e il premier Draghi. «Stiamo raccogliendo referti e testimonianze, si è raggiunto un punto intollerabile», dicono. Le loro sono lacrime di coccodrillo, complici della morte di Lorenzo Parelli: «quel modello scolastico uccide, toglie ore alla formazione e ci sfrutta». Al ministro chiedono di ripensare il rapporto della scuola col mondo del lavoro


L’analisi di ANNA MARIA SERSALE

Carabinieri davanti alla Burimec, l’azienda in cui ha perso la vita Lorenzo Parelli (a destra)

«NON SI PUÒ morire di tirocinio, non si può morire in fabbrica», «Di scuola-lavoro non si può morire». Gli striscioni in ricordo di Lorenzo erano in testa ai cortei che il 4 febbraio hanno invaso le piazze in quaranta città. «Lorenzo vive», «Gli immaturi siete voi», hanno scritto i ragazzi sui cartelloni. Centomila studenti hanno urlato la loro rabbia contro il ritorno degli scritti alla maturità, contro l’alternanza scuola-lavoro dopo la morte di un loro compagno in fabbrica. E hanno protestato contro le cariche della polizia, che nei giorni scorsi aveva ferito decine di manifestanti a colpi di manganello. Principali bersagli della contestazione il ministro Bianchi e il premier Draghi. A Roma il movimento della “Lupa”, il più oltranzista, promette che continuerà la mobilitazione. Così il Coordinamento degli studenti medi e tutti i Collettivi. «Lorenzo è morto, quel modello scolastico uccide, toglie ore alla formazione e ci sfrutta», dice una biondina del Mamiani.

Quelle manifestazioni dei ragazzi erano un grido d’allarme, dopo due anni di pandemia esprimono rabbia ma anche il bisogno di essere ascoltati, di essere presi sul serio. E  manifestano il disagio causato da una scuola in cui le disuguaglianze sono aumentate e che, con cinquantamila classi ancora in Dad, non riesce a dare le stesse opportunità a tutti. Per questo i ragazzi chiedono risposte ai loro problemi e invocano la semplificazione dell’esame di maturità: «È impensabile tornare al vecchio sistema dopo mesi di emergenza». La precarietà, la mancanza di futuro e il senso di abbandono sono la molla che li spinge a protestare. E dopo la morte di Lorenzo chiedono di ripensare il sistema dell’alternanza scuola-lavoro.

Uno dei tanti cortei studenteschi respinto dalla polizia nelle manifestazioni della settimana scorsa

Invece niente dialogo, i ragazzi si sono trovati difronte un muro, fatto di repressione e silenzi. Ministero dell’Istruzione e istituzioni per giorni hanno taciuto, anche dopo i feriti e le cariche della polizia. Soltanto domenica scorsa il ministro dell’Istruzione Patrizio Bianchi ha scritto una lettera a “Repubblica”, per dire che «ai temi che pongono i ragazzi tutti noi dobbiamo garantire ascolto, soprattutto dopo questa lunga pandemia, che ha segnato la vita di tutti». Un imput partito dal presidente Mattarella, che nel giorno della sua seconda investitura aveva lanciato un monito sulla necessità di «prestare ascolto ai ragazzi». Ora il ministro ha promesso che incontrerà le Consulte studentesche, ma sugli scritti non torna indietro «dopo avere riflettuto a lungo sulle modalità dell’esame». Bianchi dice anche che sta lavorando per «costruire la nuova scuola», puntando su sei riforme strutturali finanziate dal Pnrr. «Promesse — ribattono gli studenti — già in passato disattese. Il ministro sull’esame di maturità diceva che ci avrebbe coinvolto, invece non siamo stati neppure convocati».

La distanza con i ragazzi resta. I video con le immagini scioccanti degli studenti feriti (tutti minorenni) raccontano di due mondi lontani. Da un lato i giovani, che manifestano per la morte di un compagno, Lorenzo Parelli, 18 anni, ucciso da una trave in una fabbrica vicino Udine durante il suo ultimo giorno di stage. Sul versante opposto le istituzioni e le forze di polizia, che non capiscono quel grido d’allarme e rispondono con cariche e colpi di manganello. È accaduto a Torino quando in piazza Arbarello il sit-in è diventato un corteo forzando i divieti. E a Milano, in piazza Missori; a Roma, in piazza del Pantheon; e a Napoli, in piazza dei Martiri. I ragazzi lo hanno denunciato nei loro slogan, al megafono, cantando nei cori, lungo le gradinate di viale Trastevere, davanti al ministero. Ma dopo le violenze è sceso il silenzio, dalle Questure non è arrivata una parola di scuse per quei minorenni feriti. 

Volantino della manifestazione nazionale degli studenti il gennaio 2022

Resta l’amarezza per una gestione dell’ordine pubblico che lascia sgomenti. Anche se ora qualche cosa si sta muovendo. La ministra per le Politiche giovanili, Fabiana Dadone, per giorni dice di non essere riuscita a chiudere gli occhi di fronte alle immagini delle cariche della polizia contro gli studenti che manifestavano in piazza. Racconta di essere «molto scossa» e si dice sicura che la ministra dell’Interno Luciana Lamorgese avrà modo di «chiarire quanto accaduto».

Tra i ragazzi sconforto e delusione. Ma la generazione Dad non molla, mentre il Paese progetta la “ripresa” i ragazzi denunciano le cose che non vanno e sull’impiego dei fondi per la riforma vogliono essere consultati. «La scuola non è un’azienda, i presidi non sono manager e il sapere non è profitto», grida nel megafono un liceale milanese. «Gli immaturi siete voi», recita uno striscione. Intanto a Torino un gruppo di ragazzi feriti dalle manganellate stanno valutando se presentare un esposto in Procura. «Stiamo raccogliendo referti e testimonianze, si è raggiunto un punto intollerabile», dicono: le loro sono lacrime di coccodrillo, sono complici della morte di Lorenzo. Faremo di tutto perché questo febbraio e questa primavera diventino il febbraio e la primavera calda degli studenti»© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.

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