Il sindaco Gualtieri butta il cuore oltre l’ostacolo, prendendo spunto da quanto è stato fatto a Parigi per la Senna. Del Tevere sappiamo tutto sin dal 1970 quando una inchiesta della Pretura di Roma accertò un pesante inquinamento del Tevere e di parte del litorale, mettendo in evidenza, oltre allo stato di inquinamento del fiume di Roma dovuto a scarichi selvaggi, anche il pesantissimo apporto dovuto alla confluenza dell’Aniene, una vera fogna a cielo aperto. I nuovi gruppi di lavoro (qualità delle acque, ecosistema e scarichi) possono consentire di porre fine all’assurdo  intreccio di “competenze” istituzionali sul fiume con cui si eludono le responsabilità, e non da oggi: già nel 15 d.C. Tiberio fu costretto a creare un coordinamento di competenze sul Tevere attraverso un collegio di cinque senatori. Serve, piuttosto, ricominciare daccapo indagini reali sul territorio (lavoro di gambe non di computer), rivedendo tutti i collettori fognari in cui far confluire gli scarichi nel Tevere e nell’Aniene


L’analisi di GIANFRANCO AMENDOLA, giurista

Tevere balneabile entro cinque anni: lo ha annunciato trionfalmente il sindaco Gualtieri, prendendo ad esempio quanto fatto per la Senna in Francia; ed ha istituito un gruppo di lavoro con Regione Lazio e ministero dell’Ambiente per definire gli investimenti necessari nonché quattro tavoli tecnici per studiare qualità delle acque, ecosistema e scarichi. Sarebbe bello poterci credere dopo tanti anni di inerzia vergognosa verso un patrimonio storico dell’umanità in una città che sembra aver “rimosso” il suo fiume considerandolo troppo spesso solo un pericoloso ingombro di cui fare volentieri a meno. Purtroppo è, e probabilmente rimarrà, solo un annuncio di immediato effetto mediatico di cui nessuno si ricorderà tra cinque anni quando il Tevere continuerà a restare lo stesso di oggi, con l’unica conseguenza di avere speso soldi pubblici per studiare quello che, in gran parte, già si sa. 

Del Tevere sappiamo tutto sin dal 1970 quando una inchiesta della Pretura di Roma accertò un pesante inquinamento del Tevere e di parte del litorale, mettendo in evidenza, oltre allo stato di inquinamento del fiume di Roma dovuto a scarichi selvaggi anche il pesantissimo apporto dovuto alla confluenza dell’Aniene, una vera fogna a cielo aperto. Conclusioni puntualmente confermate in tutti questi anni, oltre che dalle ricorrenti morie di pesci (ormai ne sono rimasti ben pochi) anche e soprattutto dalle tante indagini pubbliche (specie Arpa Lazio e Cnr) e di associazioni private che non hanno rilevato alcun miglioramento nonostante la costruzione di alcuni depuratori, peraltro più volte oggetto di indagini per superamento dei limiti di legge. Anzi, si può dire che, per alcuni aspetti, il “risanamento” del Tevere ha paradossalmente peggiorato la situazione in quanto, per fare presto, spesso le fognature sono state ricavate coprendo con cemento fossi e marrane diventati ricettacolo di scarichi abusivi (v. fosso dell’Acqua Traversa) che non possono essere neutralizzati da depuratori studiati per acque di fogna e non per marrane intubate.

Insomma, per sperare di avere un Tevere balneabile, ci vuole ben altro di quanto si propone oggi: occorre ricominciare tutto da capo iniziando, in primo luogo, a creare, con indagini reali sul territorio (lavoro di gambe non di computer), un vero e completo catasto degli scarichi nel Tevere e nell’Aniene e rivedendo tutti i collettori fognari in cui far confluire questi scarichi, separandoli dalle marrane. Anche se c’è un dato positivo in quanto i tavoli istituzionali proposti possono consentire di porre fine all’assurdo  intreccio di “competenze” istituzionali sul fiume che consente di eludere le responsabilità, e non da oggi: già nel 15 d.C. Tiberio fu costretto a creare un coordinamento di competenze sul Tevere attraverso un collegio di cinque senatori. Ma, detto questo, altro che cinque anni! Giovenale, nella satira sesta, racconta di una dama romana, piuttosto viziosetta, che, essendosi pentita, andò a purgarsi nel Tevere, secondo l’antico rito di immergere tre volte la testa nel fiume. Oggi (e fra cinque anni) farebbe bene a tenersi i suoi vizi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dal 1967 Pretore a Roma, inizia ad occuparsi di normativa ambientale dal 1970. Dal 1989 al 1994 parlamentare europeo, vice presidente della commissione per la protezione dell’ambiente. Dal 2000 al 2008 Procuratore aggiunto a Roma con delega ai reati ambientali, poi Procuratore della Repubblica a Civitavecchia fino al pensionamento (2015). Ha ricoperto numerosi incarichi pubblici partecipando a tutte le vicende che hanno visto nascere ed affermarsi il diritto dell'ambiente in Italia. Ha insegnato diritto penale dell’ambiente in varie Università scrivendo una ventina di libri fra cui “In nome del popolo inquinato” (7 edizioni). Attualmente fa parte del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare ed è docente di diritto penale ambientale presso le Università “La Sapienza” e Torvergata di Roma.