Le principali analisi internazionali mostrano che i tempi di realizzazione delle nuove centrali nucleari superano il decennio e spesso si avvicinano ai vent’anni se si considerano progettazione, autorizzazioni, costruzione, collaudi e connessione alla rete. A ciò si aggiungono costi di investimento elevati, ritardi e sforamenti finanziari di miliardi di euro. Ad oggi, non esistono in Occidente impianti commerciali operativi in grado di dimostrarne la sostenibilità economica su larga scala dei piccoli reattori modulari (Smr) che il governo presenta come la soluzione tecnologica del futuro. Anziché fantasticare su innovazioni tecnologiche che non sono all’orizzonte, fotovoltaico, eolico, accumuli elettrochimici, reti intelligenti e comunità energetiche possono aumentare significativamente la produzione nazionale nell’arco di pochi anni. Una centrale nucleare, invece, produrrebbe energia non prima della metà degli anni Quaranta. Mentre la crisi climatica richiede interventi immediati, l’Italia sceglie, oltretutto, di calpestare la volontà popolare espressa contro l’energia atomica con due referendum in vent’anni

Manifestazione di Avs contro il disegno di legge del governo Meloni che rilancia le centrali nucleari

◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

L’approvazione da parte di un ramo del Parlamento della legge sul ritorno del nucleare, fortemente voluta dal governo guidato da Giorgia Meloni, rappresenta una delle scelte più controverse e paradossali della politica energetica italiana degli ultimi decenni. Paradossale perché arriva nel momento in cui il mondo sta accelerando la transizione verso le energie rinnovabili e verso sistemi energetici distribuiti, intelligenti e sempre più competitivi dal punto di vista economico. Controversa perché interviene ignorando non solo i limiti tecnologici e industriali delle nuove opzioni nucleari, ma anche una precisa volontà popolare espressa per ben due volte attraverso lo strumento referendario.

Una tecnologia che continua a inseguire il futuro senza raggiungerlo

La narrazione governativa si fonda sull’idea che il nucleare di nuova generazione rappresenti una soluzione moderna, sicura ed economicamente sostenibile. La realtà è molto diversa. Le principali analisi internazionali mostrano che i tempi medi di realizzazione delle nuove centrali nucleari superano abbondantemente il decennio e spesso si avvicinano ai vent’anni se si considerano progettazione, autorizzazioni, costruzione, collaudi e connessione alla rete. A ciò si aggiungono costi di investimento estremamente elevati, frequentemente soggetti a ritardi e sforamenti finanziari di miliardi di euro. Anche i più avanzati reattori di terza generazione hanno accumulato ritardi significativi e costi molto superiori alle stime iniziali. Le esperienze europee e statunitensi mostrano una costante difficoltà nel rispettare tempi e budget. Ancora più incerta appare la prospettiva dei reattori di quarta generazione che, nonostante oltre vent’anni di ricerca e sviluppo, non hanno ancora superato la fase dei prototipi.

Particolarmente emblematico è il caso degli Small Modular Reactors (Smr), i piccoli reattori modulari che il governo presenta come la soluzione tecnologica del futuro. In realtà, ad oggi, non esistono in Occidente impianti commerciali operativi in grado di dimostrarne la sostenibilità economica su larga scala. I principali progetti sono basati su tecnologie ad acqua pressurizzata già note da decenni e diversi programmi hanno registrato incrementi dei costi tali da determinarne il ridimensionamento o la cancellazione. L’idea che gli Smr possano garantire in tempi rapidi una quota significativa del fabbisogno elettrico italiano appare quindi più una promessa politica che una prospettiva industriale concreta. A ciò si aggiunge un elemento raramente discusso: diversi studi evidenziano come gli Smr possano produrre, a parità di energia generata, quantità di rifiuti radioattivi superiori rispetto ai grandi reattori tradizionali, a causa di una minore efficienza nell’utilizzo del combustibile e della necessità di moltiplicare il numero delle unità operative.

Giorgia Meloni e Gilberto Pichetto Fratin durante il dibattito alla Camera sul nucleare
Centralismo energetico e conflitto istituzionale

La legge introduce inoltre procedure autorizzative fortemente centralizzate che riducono il ruolo delle Regioni e degli enti territoriali. Si tratta di una scelta problematica non soltanto sul piano politico ma anche su quello costituzionale. Gli impianti nucleari incidono profondamente sul territorio, sull’ambiente, sulla pianificazione urbanistica e sulla sicurezza delle comunità locali. Per questa ragione la giurisprudenza costituzionale ha più volte richiamato il principio di leale collaborazione tra Stato e Regioni nelle decisioni relative alle infrastrutture strategiche. Ignorare questo principio significa aprire un inevitabile terreno di conflitto istituzionale. La contraddizione appare ancora più evidente se si considera che nessuna Regione italiana ha mai accettato di indicare un sito destinato ad accogliere il deposito nazionale dei rifiuti radioattivi. Dopo decenni, il nostro Paese non è ancora riuscito a individuare una soluzione condivisa per le scorie prodotte in passato. Pensare di rilanciare una nuova stagione nucleare senza aver risolto questo problema appare quantomeno avventato.

L’occasione perduta della transizione energetica

Nel 2007 il Consiglio europeo fissò gli obiettivi “20-20-20”: ridurre del 20% le emissioni climalteranti, portare al 20% la quota di energia da fonti rinnovabili e migliorare del 20% l’efficienza energetica entro il 2020. Quegli obiettivi sono stati raggiunti e superati dall’Unione Europea. La differenza l’hanno fatta i Paesi che hanno interpretato la transizione energetica come una politica industriale e non soltanto come una politica ambientale. Germania, Spagna e Danimarca hanno investito nella ricerca, nella manifattura e nelle filiere produttive del fotovoltaico e dell’eolico, creando occupazione qualificata, innovazione tecnologica e leadership internazionale.

Depositi di scorie nucleari sparsi in Italia
L’Italia ha scelto una strada diversa

Mentre altri costruivano un’industria delle rinnovabili, il nostro Paese continuava periodicamente a inseguire il ritorno al nucleare, rinunciando a costruire una strategia industriale nazionale nelle tecnologie pulite. Così, pur disponendo di alcune delle migliori condizioni climatiche d’Europa per la produzione solare, siamo diventati soprattutto un mercato per produttori stranieri di pannelli, turbine, inverter e componentistica. Negli ultimi anni la crescita delle rinnovabili è stata comunque rilevante. Il fotovoltaico e l’eolico hanno raggiunto livelli record di installazione e contribuiscono in misura crescente alla produzione elettrica nazionale. Tuttavia, il valore industriale di questa crescita viene in larga misura catturato da altri Paesi che hanno saputo investire per tempo nelle filiere produttive.

Un ritorno al passato mentre il mondo cambia

La vera contraddizione della legge sul nucleare è temporale. Le energie rinnovabili sono oggi tecnologie mature, economicamente competitive e rapidamente installabili. Fotovoltaico, eolico, accumuli elettrochimici, reti intelligenti e comunità energetiche possono aumentare significativamente la produzione nazionale nell’arco di pochi anni. Una centrale nucleare, invece, produrrebbe energia non prima della metà degli anni Quaranta. In altre parole, mentre la crisi climatica richiede interventi immediati e il sistema energetico globale evolve rapidamente, l’Italia sceglie di concentrare risorse economiche, attenzione politica e capacità amministrativa su una tecnologia che, nella migliore delle ipotesi, arriverebbe quando il quadro energetico sarà già radicalmente cambiato. È difficile non vedere in questa scelta la prosecuzione di uno storico “strabismo energetico” italiano: da un lato si proclamano gli obiettivi della decarbonizzazione; dall’altro si continua a privilegiare modelli centralizzati e ad alta intensità di capitale, più coerenti con gli interessi consolidati dei grandi operatori energetici (Eni e Enel) che con le esigenze della transizione ecologica.

La mobilitazione del 2011 che sfociò con la vittoria del No al nucleare voluto da Berlusconi nel secondo referendum dopo quello della fine degli anni Ottanta seguito all’incidente nella centrale di Chernobyl
Contro due referendum, contro la memoria democratica del Paese

Vi è però un aspetto ancora più grave. I referendum del 1987 e del 2011 non rappresentano soltanto due consultazioni popolari. Costituiscono due pronunciamenti inequivocabili della sovranità popolare sul medesimo tema. A distanza di anni, milioni di cittadine e cittadini italiani hanno espresso la stessa volontà: il rifiuto dell’opzione nucleare. Ignorare questo dato significa indebolire il rapporto di fiducia tra istituzioni e democrazia. E allora permettetemi di dirlo con le parole che probabilmente avrebbero scelto insieme Gianni Mattioli e Massimo Scalia, due protagonisti straordinari della battaglia ambientalista italiana.

Questo Parlamento ha appena approvato una legge che tenta di reintrodurre il nucleare nel nostro Paese. Una legge che passa sopra non uno ma due referendum popolari. Due mandati espliciti espressi dalla sovranità del popolo italiano. Un fatto senza precedenti nella storia repubblicana.

Non è soltanto una questione energetica. È una questione democratica. La domanda fondamentale resta sempre la stessa: chi decide? Il popolo quando si esprime con chiarezza o chi governa quando ritiene di sapere meglio? Se Gianni Mattioli e Massimo Scalia fossero oggi tra noi, probabilmente risponderebbero con la semplicità e la determinazione che li hanno sempre contraddistinti: 

si torna nelle piazze, si raccolgono le firme, si costruisce un nuovo referendum.

Perché la democrazia non vive soltanto nel momento del voto. Vive nella capacità dei cittadini di difendere la propria sovranità quando qualcuno tenta di svuotarla dall’interno. Il movimento antinucleare italiano ha già vinto due volte. Può vincere ancora. E forse, oggi più che mai, deve farlo. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Sociologo dell’Ambiente e del Territorio. È presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità Agenda 2030. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. È stato professore ordinario di Sociologia dell'Ambiente e del Territorio presso l'Università Kore di Enna, preside di facoltà e coordinatore del Dottorato di ricerca in "Contesti, ambienti e stili di vita per la salute e il benessere". Ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana; Ecologia; Diritto dell’Ambiente; Politiche di Tutela dell’Ambiente; Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente; Ambiente e sviluppo sostenibile. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. Dirige la Collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute e la rivista scientifica Culture della Sostenibilità.