I temi ambientali sono sempre più sentiti, soprattutto dai giovani. Eppure manca ancora la forza di costruire, su questi temi, «un movimento realmente ampio e trasversale, capace di travalicare i confini ristretti dei partiti», scrive la professoressa Maria Lodovica Gullino. Lo spunto è il dibattito innescato dalla sintesi dell’intervento di Aurelio Angelini alla conferenza programmatica organizzata a Roma da Avs pubblicato su “Italia Libera”. E indica quattro temi su cui le forze sociali e intellettuali possono — anzi, dovrebbero — convergere: produzione alimentare, sostenibilità produttiva, la forza dei consumatori, rivoluzione verde socialmente sostenibile. L’invito, ai nostri collaboratori, è di provarci, con un tema alla volta
◆ L’intervento di MARIA LODOVICA GULLINO
► Seguo con molto interesse il dibattito che si sta originando sulle pagine di Italia Libera in seguito alla presentazione delle proposte del Movimento Ecologista da parte di Aurelio Angelini. Intervengo come persona che non ha legami diretti con la politica o con il movimento ambientalista, ma che si occupa quotidianamente di ricerca in agricoltura, un ambito intrinsecamente legato alla tutela del territorio. Trovo estremamente utile che esistano spazi di confronto su temi che dovrebbero coinvolgere ogni cittadino. Tuttavia, mi chiedo perché queste tematiche restino spesso relegate a discussioni che faticano a tradursi in soluzioni corali. Credo che manchi ancora la forza di costruire, sui temi ambientali, un movimento realmente ampio e trasversale, capace di travalicare i confini ristretti dei partiti.
L’ecologia dovrebbe essere un terreno comune, specialmente per i giovani, che si trovano a ereditare un mondo dalle risorse brutalmente consumate. Proprio per questo, ritengo che alcuni dei temi discussi da Angelini [leggi qui] e Balocco [leggi qui] meritino un approccio più ampio e pragmatico. Mi soffermo, per ragioni di competenza, sui settori che conosco meglio: l’agricoltura e l’alimentazione.
«Non tutta l’agricoltura è colpevole»
Gli interventi citati offrono spunti innegabili, ma rischiano di cadere in un errore strategico: la criminalizzazione indiscriminata di interi settori produttivi. Etichettare l’alimentazione moderna come pura fonte di “malattia e morte” è una semplificazione che non rende giustizia a milioni di agricoltori e allevatori che operano nel rispetto delle regole. Non tutti gli allevamenti sono intensivi: esistono modelli zootecnici che integrano il benessere animale con la rigenerazione del suolo. Invece di una condanna generica, la politica dovrebbe incentivare la riduzione delle emissioni in ogni realtà, premiando chi investe in economia circolare. Criminalizzare il settore significa alienarsi proprio quegli attori che devono essere i protagonisti della transizione.
«Oltre la dicotomia tra piccolo e industriale»
La sostenibilità non è una prerogativa esclusiva della piccola scala. Molte medie e grandi imprese stanno già attuando una transizione significativa grazie all’agricoltura di precisione, riducendo l’uso di agrofarmaci e fertilizzanti. La sfida non è l’abolizione del sistema agroalimentare, ma la sua evoluzione. Un ambientalismo che nega il ruolo dell’innovazione tecnologica rischia di restare nostalgico e, in ultima analisi, inefficace.
«L’educazione come leva di mercato»
Piuttosto che una “guerra alle multinazionali”, serve una massiccia operazione di educazione dei consumatori. La leva più potente per il cambiamento è la domanda: un consumatore informato e consapevole è il vero motore che spinge le grandi aziende a migliorare i propri processi produttivi per restare competitive. Le grandi realtà hanno la forza logistica per scalare le soluzioni sostenibili; guidarle attraverso la pressione del mercato è più utile che tentare di abbatterle per via ideologica.
«Una visione semplicemente umana»
Infine, ogni politica ambientale deve fare i conti con la realtà umana: lavoro, sussistenza e tradizioni. Una rivoluzione verde che non sia socialmente sostenibile e che non offra alternative percorribili a chi lavora la terra è destinata a fallire. Il mio lavoro mi porta a interagire costantemente con i giovani. Vedo in loro un desiderio profondo di occuparsi del futuro, ma anche una grande stanchezza verso le polarizzazioni. Un’ecologia pragmatica, che unisca scienza e produzione senza pregiudizi, potrebbe essere la chiave per riportarli alla partecipazione attiva e al voto. Mi piacerebbe vedere questa discussione aperta a tutti, da destra a sinistra, perché non esiste argomento più urgente e trasversale della salute del nostro pianeta. © RIPRODUZIONE RISERVATA
