Dell’impegno civile ha saputo fare una forma alta di responsabilità morale. In coppia quasi sempre con Massimo Scalia, è stato uno dei padri dell’ambientalismo scientifico nel nostro Paese: quell’ambientalismo fondato sul metodo scientifico e sulla ragione, che non si accontentava di denunciare ma pretendeva di capire, di dimostrare, di convincere per costruire una società equa e sostenibile. Era un intellettuale raffinato e un oratore straordinario. Chiunque abbia avuto la fortuna di ascoltarlo nelle aule universitarie, nei corridoi del Parlamento, in un’assemblea dei Verdi o in un convegno scientifico, ricorda la sua capacità di rendere comprensibili questioni complesse senza mai banalizzarle, di unire il rigore scientifico alla passione civile, l’analisi critica alla capacità di immaginare un futuro diverso. Tra tutte le battaglie che ha combattuto, quella contro il nucleare è forse quella che meglio incarna il metodo Mattioli: scienza, etica e coraggio civile fusi in un’unica voce. Per Gianni Mattioli l’atomo non è né civile né militare: è potere sulla materia, e come ogni potere chiede di sapere chi lo controlla, a quale scopo, con quale legittimità democratica. Chi dice che il nucleare civile non ha nulla a che fare con quello militare o non conosce la fisica – sosteneva Gianni – o sceglie deliberatamente di non conoscerla. In entrambi i casi non può guidare le scelte di un popolo

◆ Il ricordo di AURELIO ANGELINI
► Con la scomparsa di Gianni Francesco Mattioli, l’Italia perde uno dei suoi intellettuali più rigorosi, uno degli ambientalisti più autorevoli e una delle coscienze civili più limpide della Repubblica. Ma chi lo ha conosciuto sa che nessuna di queste definizioni riesce davvero a restituirlo per intero. Perché Gianni era, prima di tutto, una presenza: quella di un uomo che entrava in una stanza e portava con sé qualcosa di raro, la capacità di pensare con chiarezza e di sentire con profondità, senza che l’una escludesse l’altra.
Fisico, docente universitario alla Sapienza di Roma, fondatore dei Verdi italiani, parlamentare, capogruppo, ministro della Repubblica: gli incarichi ricoperti raccontano una biografia eccezionale. Ma sarebbe riduttivo fermarsi lì. Gianni Mattioli è stato soprattutto un uomo che ha saputo fare della conoscenza uno strumento di emancipazione collettiva, e dell’impegno civile una forma alta di responsabilità morale. Insieme a Massimo Scalia, è stato uno dei padri dell’ambientalismo scientifico nel nostro Paese: quell’ambientalismo fondato sul metodo scientifico e sulla ragione, che non si accontentava di denunciare ma pretendeva di capire, di dimostrare, di convincere per costruire una società equa e sostenibile.

La sua storia attraversa alcune delle stagioni più importanti e convulse della vita democratica italiana. Dagli anni del movimento studentesco del Sessantotto nell’Università di Roma, all’esperienza nel Pdup, poi in Dp e nei Cristiani per il Socialismo, fino alla costruzione dell’ambientalismo politico italiano, Mattioli ha sempre cercato di tenere insieme sapere e azione, scienza e politica, libertà e giustizia sociale. Non era un uomo di parte nel senso angusto del termine: era un uomo di princìpi, il che è cosa assai più esigente e scomoda. Possedeva un senso etico dell’impegno pubblico che oggi appare quasi anacronistico, e che invece dovrebbe essere la norma. In un tempo in cui la politica tende sempre più spesso a ridursi a comunicazione e propaganda, a slogan e a gestione del consenso, Gianni Mattioli rappresentava l’esempio opposto: la politica come servizio, come studio, come responsabilità verso le generazioni future. Le sue parole non cercavano l’applauso facile; cercavano la verità dei fatti, la forza degli argomenti, la coerenza delle idee.
Sull’impegno pubblico, Mattioli era convinto che chi “entra in politica” portando con sé una competenza scientifica ha un dovere doppio: verso i cittadini, che meritano la verità anche quando è scomoda, e verso la scienza stessa, che non può essere piegata alle convenienze del potere. La politica che non si fonda sulla conoscenza è solo gestione dell’esistente, non costruzione del futuro. Era un intellettuale raffinato e un oratore straordinario. Chiunque abbia avuto la fortuna di ascoltarlo nelle aule universitarie, nei corridoi del Parlamento, in un’assemblea dei Verdi o in un convegno scientifico, ricorda la sua capacità di rendere comprensibili questioni complesse senza mai banalizzarle, di unire il rigore scientifico alla passione civile, l’analisi critica alla capacità di immaginare un futuro diverso. Non semplificava per compiacere: semplificava per includere, perché credeva profondamente che ogni cittadino avesse il diritto e la capacità di capire.
La sua autorevolezza non derivava dal ruolo ricoperto, ma dalla credibilità conquistata attraverso una vita intera spesa al servizio del bene comune. E questa credibilità si sentiva. Si sentiva nel modo in cui ascoltava con attenzione vera, non per cortesia e nel modo in cui rispondeva, senza mai trincerarsi dietro il gergo tecnico o l’autorità accademica. Da parlamentare e da ministro per le Politiche Comunitarie cercò di tradurre quella visione in leggi, programmi e scelte di governo concreti. Lo fece senza rinunciare mai ai propri principi, dimostrando che è possibile esercitare il potere senza esserne conquistati, mantenendo intatta la propria autonomia di giudizio e la propria libertà intellettuale. In un ambiente che spesso logora e corrode, Gianni rimase sé stesso.
Per molti di noi, che abbiamo condiviso battaglie ambientaliste, campagne elettorali, notti di assemblea e mattine di manifestazione, Gianni Mattioli è stato anche un compagno di strada. Una presenza discreta ma fondamentale, capace di indicare la direzione senza pretendere di imporla, di ascoltare senza rinunciare alle proprie convinzioni, di costruire ponti tra mondi diversi, tra il mondo della ricerca e quello dell’attivismo, tra i valori della sinistra e il nuovo ecologismo, tra l’accademia e la piazza. Il suo ambientalismo non è mai stato separato dalla questione sociale, e su questo punto era inflessibile. Aveva compreso prima di molti altri e lo diceva con quella chiarezza che era il suo marchio che non può esistere giustizia ambientale senza giustizia sociale, che la difesa della natura coincide con la difesa dei diritti delle persone e la lotta alle diseguaglianze, che la crisi climatica non è una questione tecnica ma una grande questione democratica e, prima ancora, morale.
Mattioli, era fermamente convinto che la crisi ecologica non è uguale per tutti. Chi vive ai margini della società nei quartieri inquinati, nelle periferie abbandonate, nei Paesi più poveri paga il prezzo più alto di un modello di sviluppo dal quale ha ricevuto il meno. Combattere per l’ambiente significa combattere per loro, prima che per i ghiacciai o per le foreste. Significa scegliere da che parte stare. Tra tutte le battaglie che ha combattuto, quella contro il nucleare è forse quella che meglio incarna il metodo Mattioli: scienza, etica e coraggio civile fusi in un’unica voce. Non fu una posizione ideologica o emotiva. Fu la conclusione razionale di un fisico che conosceva dall’interno la materia di cui parlava, che aveva studiato i dati, che aveva valutato i rischi e che proprio per questo si sentiva in dovere di dirlo ad alta voce, anche quando non era popolare farlo.
La sua battaglia contro il nucleare civile in Italia non fu di pancia, ma di testa: fu la battaglia di chi sa esattamente di cosa parla, e che proprio per questo sente il peso della responsabilità più degli altri. Insieme a Massimo Scalia con la Federazione delle Liste Verdi contribuì a costruire quella coscienza collettiva che portò l’Italia al referendum del 1987, e a tenere viva quella vigilanza nei decenni successivi, quando la questione sembrava sopita ma non risolta. Per Gianni Mattioli l’atomo non è né civile né militare: è potere sulla materia, e come ogni potere chiede di sapere chi lo controlla, a quale scopo, con quale legittimità democratica. Chi dice che il nucleare civile non ha nulla a che fare con quello militare o non conosce la fisica – sosteneva Gianni – o sceglie deliberatamente di non conoscerla. In entrambi i casi – chiosava – non può guidare le scelte di un popolo.

Ci lascia un’eredità preziosa che non si misura soltanto nei libri pubblicati, nelle ricerche scientifiche, nelle leggi approvate o nelle istituzioni che ha contribuito a costruire. La sua eredità è soprattutto un metodo e un esempio umano. Affrontare le grandi crisi del presente con gli strumenti della ragione, con il rigore della conoscenza e con il coraggio delle proprie convinzioni. Senza cedere alla disperazione, ma senza nemmeno cedere alle illusioni comode. La sua scomparsa avviene in prossimità del giorno in cui l’Italia celebra la Festa della Repubblica. In questo 2 giugno, che ricorda la scelta democratica del popolo italiano, la fine della guerra, la lotta di Liberazione e la nascita di una nuova stagione fondata sui valori della Costituzione, il ricordo di Gianni Mattioli assume un significato ancora più profondo. Perché tutta la sua vita è stata un’espressione concreta di quei valori repubblicani: libertà, giustizia, solidarietà, partecipazione democratica, tutela del bene comune. Valori che egli ha saputo incarnare con coerenza e passione rara, contribuendo a costruire un’Italia più consapevole dei limiti ambientali dello sviluppo e più attenta ai diritti delle generazioni future.
Oggi lo salutiamo con commozione e gratitudine. Sapendo che il modo migliore per onorarne la memoria non è soltanto ricordare ciò che è stato, ma continuare le battaglie che ha combattuto, coltivare il pensiero critico che ci ha insegnato, mantenere viva quella speranza razionale mai ingenua, sempre conquistata che ha guidato tutta la sua esistenza.
Ciao Gianni. Continueremo a camminare lungo il sentiero che hai contribuito ad aprire, con la stessa passione civile, lo stesso rigore morale e la stessa fiducia nella forza delle idee che hanno illuminato la tua vita.
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