Il caso della Città di Catanzaro: sindaco e funzionari condannati per colpa. La suprema Corte ha ribadito che la tutela della salute e dell’ambiente devono essere tutelate come priorità assoluta verso cui indirizzare in via primaria tutte le risorse finanziarie disponibili. Se i soldi non ci sono il comune ha l’obbligo di intervenire anche con ordinanze contingibili ed urgenti per consentire il ricorso temporaneo a speciali forme di gestione dei rifiuti, anche in deroga alle disposizioni vigenti, nel rispetto delle disposizioni contenute nelle direttive dell’Unione europea. Una bella sentenza da far conoscere e rispettare


◆ L’analisi di GIANFRANCO AMENDOLA, giurista

Rifiuti abbandonati accanto ai cassonetti della raccolta differenziata

Brutte notizie per i sindaci. Se la loro città è sporca non ci sono scuse. Con una bella sentenza, la Cassazione (sez. 3, n. 24718 del 7 luglio 2025) ha recentemente ribadito tassativamente che «la gestione dei rifiuti costituisce per i Comuni una assoluta priorità, in quanto incide su interessi di rango costituzionale, come la salute dei cittadini e la protezione delle risorse naturali, sicché non ha rilievo giuridico la insufficienza delle risorse, dovendo le stesse essere destinate in via prioritaria al soddisfacimento delle anzidette esigenze, rispetto ad altre». E pertanto, in caso contrario, sindaci e funzionari di settore possono essere chiamati in giudizio a rispondere, quanto meno per colpa, dei reati ambientali eventualmente riscontrati. 

La polizia municipale di Catanzaro coglie sul fatto e multa alcuni cittadini che abbandonano per strada i loro rifiuti

Ma andiamo per ordine: nella specie, si trattava del sindaco e del responsabile tecnico del Comune di Catanzaro cui si rimproverava di non aver provveduto ad eliminare scarichi inquinanti, adducendo, come principale giustificazione, la impossibilità di esecuzione dei lavori di realizzazione dei depuratori per mancanza delle necessarie risorse finanziarie. Tesi, come si è detto, decisamente bocciata dalla Cassazione, la quale, richiamando alcuni precedenti, ribadiva che la tutela della salute e dell’ambiente devono essere tutelate come priorità assoluta verso cui indirizzare in via primaria tutte le risorse finanziarie disponibili. Ed aggiungeva che, comunque, si poteva e si doveva, intanto, intervenire in tutti i modi possibili previsti dalla legge, emettendo, ad esempio, ordinanze contingibili ed urgenti per consentire il ricorso temporaneo a speciali forme di gestione dei rifiuti, anche in deroga alle disposizioni vigenti, nel rispetto, comunque, delle disposizioni contenute nelle direttive dell’Unione europea, garantendo un elevato livello di tutela della salute e dell’ambiente. 

In caso di inerzia, quindi – conclude la suprema Corte – occorre considerare che, secondo il nostro codice penale (art. 40), non impedire un evento che si ha l’obbligo di impedire equivale a cagionarlo; e pertanto anche il sindaco ed i funzionari competenti possono essere condannati per avere, con la loro inerzia, consentito che si verificasse un illecito ambientale. Tipico esempio – aggiungiamo noi – abbandono o deposito incontrollato di rifiuti qualora, ciò avvenga per carenze della raccolta o assenza di cassonetti disponibili. Tanto più che, come sempre, in tal caso si innesca una spirale perversa per cui la inadempienza pubblica favorisce comportamenti illeciti anche da parte dei cittadini.  Insomma, una bella sentenza che vale la pena di far conoscere e rispettare. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Dal 1967 Pretore a Roma, inizia ad occuparsi di normativa ambientale dal 1970. Dal 1989 al 1994 parlamentare europeo, vice presidente della commissione per la protezione dell’ambiente. Dal 2000 al 2008 Procuratore aggiunto a Roma con delega ai reati ambientali, poi Procuratore della Repubblica a Civitavecchia fino al pensionamento (2015). Ha ricoperto numerosi incarichi pubblici partecipando a tutte le vicende che hanno visto nascere ed affermarsi il diritto dell'ambiente in Italia. Ha insegnato diritto penale dell’ambiente in varie Università scrivendo una ventina di libri fra cui “In nome del popolo inquinato” (7 edizioni). Attualmente fa parte del comitato scientifico dell’Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare ed è docente di diritto penale ambientale presso le Università “La Sapienza” e Torvergata di Roma.