Per la prima volta nella storia dell’umanità convergono tre crisi sistemiche: quella climatica, quella democratica e quella tecnologica. Il cambiamento climatico mette in discussione i limiti fisici del pianeta; le disuguaglianze erodono la coesione sociale; l’intelligenza artificiale e la concentrazione del potere digitale nelle mani di pochi grandi gruppi privati stanno ridefinendo gli equilibri economici e politici del mondo. La Generazione Z è la prima ad aver compreso che queste sfide sono inseparabili. Sa che la transizione ecologica non può esistere senza giustizia sociale, che l’innovazione tecnologica deve essere governata nell’interesse collettivo e che il progresso non coincide con la sola crescita economica. Per molti giovani, la transizione ecologica non rappresenta soltanto una risposta all’emergenza climatica, ma anche un progetto per democratizzare l’economia e l’energia. E il passaggio dalle fonti fossili alle rinnovabili significa ridefinire i rapporti di potere, rafforzare l’autonomia delle comunità e restituire ai cittadini la sovranità su una risorsa essenziale come l’energia


◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA

C’è un momento nella storia in cui una società deve avere il coraggio di riconoscere che il mondo è cambiato e che gli strumenti del passato non bastano più. Quel momento è arrivato. Come sostiene Jeremy Rifkin, è tempo di affidare il pianeta alla Generazione Z. Non per inseguire il mito della giovinezza, ma perché è la prima generazione chiamata a governare una trasformazione senza precedenti. Per la prima volta nella storia dell’umanità convergono tre crisi sistemiche: quella climatica, quella democratica e quella tecnologica. Il cambiamento climatico mette in discussione i limiti fisici del pianeta; le disuguaglianze erodono la coesione sociale; l’intelligenza artificiale e la concentrazione del potere digitale nelle mani di pochi grandi gruppi privati stanno ridefinendo gli equilibri economici e politici del mondo. In questo scenario emerge una domanda decisiva: chi governerà il futuro? Gli Stati, espressione della sovranità popolare, o un ristretto numero di oligarchie economiche e tecnologiche che dispongono di risorse finanziarie e capacità di influenza superiori a quelle di molti governi?

La Generazione Z è la prima ad aver compreso che queste sfide sono inseparabili. Sa che la transizione ecologica non può esistere senza giustizia sociale, che l’innovazione tecnologica deve essere governata nell’interesse collettivo e che il progresso non coincide con la sola crescita economica. Per questa generazione la cooperazione non è un’utopia, ma una necessità. Affidare il pianeta ai giovani non significa sostituire una classe dirigente con un’altra. Significa restituire centralità alla politica come luogo in cui si costruisce il bene comune, riaffermando che il patto sociale appartiene ai cittadini e alle istituzioni democratiche, non ai mercati né alle piattaforme tecnologiche. La Generazione Z rappresenta forse l’ultima occasione per invertire una traiettoria che sembra condurre verso un mondo più caldo, più diseguale e più concentrato nelle mani di pochi. Ma questa possibilità dipende anche dalla disponibilità delle generazioni precedenti a cedere spazio, responsabilità e fiducia. Il futuro non si eredita: si costruisce. E ogni generazione ha il dovere di consegnare alla successiva un mondo più giusto di quello che ha ricevuto. Se sapremo farlo, la Generazione Z non sarà ricordata come quella che ha raccolto le macerie del passato, ma come quella che ha inaugurato una nuova stagione di responsabilità, democrazia e speranza per l’intera umanità. 

A rendere ancora più difficile questa transizione è il conflitto tra due modelli di potere. Da un lato vi sono gli interessi consolidati legati all’economia dei combustibili fossili, che per decenni hanno tratto forza da un sistema energetico fortemente centralizzato. Dall’altro emerge un paradigma completamente diverso, fondato sulle fonti rinnovabili, che per loro natura possono essere prodotte in modo diffuso: il sole, il vento, l’acqua e altre risorse sono presenti, con intensità diverse, in gran parte del pianeta e consentono una maggiore partecipazione di cittadini, comunità e territori alla produzione di energia. Al riguardo nel dibattito pubblico sono emerse prove che alcune organizzazioni e alcuni soggetti economici legati all’industria dei combustibili fossili hanno finanziato, in diversi contesti e periodi, campagne di disinformazione o di minimizzazione dei rischi del cambiamento climatico, contribuendo a rallentare il consenso verso la transizione energetica. Non si tratta soltanto di una disputa economica, ma di uno scontro tra due visioni della società: una fondata sulla concentrazione del controllo delle risorse strategiche, l’altra orientata verso una maggiore diffusione del potere energetico, grazie a comunità energetiche, autoconsumo e produzione distribuita.

È proprio in questa prospettiva che la Generazione Z può svolgere un ruolo decisivo. Per molti giovani, la transizione ecologica non rappresenta soltanto una risposta all’emergenza climatica, ma anche un progetto di democratizzazione dell’economia e dell’energia. Il passaggio dalle fonti fossili alle rinnovabili non significa semplicemente sostituire una tecnologia con un’altra: significa ridefinire i rapporti di potere, rafforzare l’autonomia delle comunità e restituire ai cittadini una parte della sovranità su una risorsa essenziale come l’energia: la cosiddetta “democratizzazione dell’energia”, secondo cui un sistema basato su milioni di piccoli produttori di energia rinnovabile può favorire una distribuzione del potere economico più ampia rispetto al modello storicamente dominato dai grandi operatori delle fonti fossili.

Un esempio emblematico delle tensioni che attraversano la transizione energetica è rappresentato dalla decisione dell’Unione europea di includere, a determinate condizioni, il gas naturale e l’energia nucleare nella tassonomia delle attività economiche sostenibili. La scelta, approvata dal Parlamento europeo con uno scarto di voti relativamente contenuto, ha suscitato un acceso dibattito, anche perché si è discostata dall’orientamento espresso in precedenza da alcune commissioni parlamentari, tra cui la Commissione per l’ambiente, che aveva manifestato forti riserve. Quel voto ha mostrato quanto sia intenso il confronto tra interessi economici, sicurezza energetica, obiettivi climatici e strategie industriali. Per molti osservatori, l’inclusione di gas e nucleare (seppure in forma temporanea) ha rappresentato un compromesso politico dettato dalle esigenze della transizione e dalla sicurezza degli approvvigionamenti; per altri, invece, ha rischiato di rallentare lo sviluppo delle fonti rinnovabili, convogliando capitali verso tecnologie considerate non pienamente coerenti con l’obiettivo della decarbonizzazione.

In definitiva la  vicenda dimostra che la transizione ecologica non è soltanto una questione tecnologica o ambientale: è anche un confronto sul modello di sviluppo e sulla distribuzione del potere economico. È in questo terreno che la Generazione Z sarà chiamata a compiere scelte decisive, affinché gli interessi di breve periodo non prevalgano sul bene comune e sul diritto delle future generazioni a vivere in un pianeta sostenibile. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È presidente di Confimpresa Euromed e di Confidi per l’impresa, Imprenditore agrigentino, si batte da anni contro il rigassificatore, in buffer zone Unesco e il metanodotto in area archeologica: che definisce un “progetto folle”, a pochi passi dalla Valle dei Templi, a ridosso della casa di Luigi Pirandello in contrada Kaos.