Produrre elettricità con il sole e il vento è ormai più conveniente che generarla bruciando carbone o gas naturale. Eppure, anche quando una parte crescente dell’elettricità proviene da fonti rinnovabili, il prezzo continua spesso a seguire le oscillazioni del gas. Perché? Gli impianti vengono chiamati a produrre energia secondo un ordine crescente dei rispettivi costi marginali: prima le fonti meno costose, poi quelle progressivamente più care, fino a soddisfare l’intera domanda. Il prezzo riconosciuto a tutti i produttori è però quello richiesto dall’ultimo impianto necessario a coprire il fabbisogno. Un impianto solare che genera elettricità a un costo indicativo di 20-40 euro per megawattora può così ricevere un prezzo di 100 o 150 euro, perché nello stesso momento una centrale a gas è entrata nel mercato come unità marginale. Disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas è necessario, ma non basta. Occorre accelerare le rinnovabili attraverso una pianificazione territoriale trasparente. Servono reti intelligenti, accumuli, interconnessioni europee e investimenti industriali nella produzione di pannelli, turbine e batterie. Le comunità energetiche devono essere accessibili anche alle famiglie prive del capitale necessario per installare un impianto


◆ L’analisi di AURELIO ANGELINI

Negli ultimi quindici anni il costo industriale dell’energia solare ed eolica è diminuito in misura straordinaria. In molti contesti, produrre elettricità con il sole e il vento è ormai più conveniente che generarla bruciando carbone o gas naturale. Eppure, questa trasformazione tecnologica non si riflette pienamente nelle bollette. Anche quando una parte crescente dell’elettricità proviene da fonti rinnovabili, il prezzo continua spesso a seguire le oscillazioni del gas. Non si tratta di un errore contabile. È l’effetto di un’architettura di mercato progettata negli anni Novanta, quando il sistema elettrico europeo era dominato dalle centrali termoelettriche e le rinnovabili occupavano una posizione marginale. Oggi quella stessa regola opera in un ambiente tecnologico, economico e geopolitico profondamente diverso. Il problema non riguarda soltanto l’efficienza del mercato: investe la distribuzione della ricchezza, la povertà energetica, la competitività industriale e la qualità democratica della transizione ecologica.

Una regola costruita per il Novecento

Il mercato elettrico europeo si basa prevalentemente sul marginal pricing, detto anche sistema pay-as-clear. Per ogni fascia oraria, gli impianti vengono chiamati a produrre secondo un ordine crescente dei rispettivi costi marginali: prima le fonti meno costose, poi quelle progressivamente più care, fino a soddisfare l’intera domanda. Il prezzo riconosciuto a tutti i produttori è però quello richiesto dall’ultimo impianto necessario a coprire il fabbisogno. Nel sistema termoelettrico del secolo scorso questa regola aveva una sua razionalità. Centrali alimentate con combustibili diversi presentavano costi marginali relativamente comparabili; un prezzo uniforme incentivava l’efficienza e favoriva l’impiego degli impianti meno costosi.

Con la diffusione delle rinnovabili, la struttura dei costi è radicalmente cambiata. Sole e vento non richiedono l’acquisto quotidiano di combustibile e presentano costi marginali prossimi allo zero. Tuttavia, nelle ore in cui una centrale a gas è necessaria per soddisfare l’ultima quota di domanda, il suo costo determina il prezzo di tutta l’elettricità scambiata. Anche quella prodotta da impianti fotovoltaici ed eolici già ammortizzati. Un impianto solare che genera elettricità a un costo indicativo di 20-40 euro per megawattora può così ricevere un prezzo di 100 o 150 euro, perché nello stesso momento una centrale a gas è entrata nel mercato come unità marginale. Questa differenza produce una rendita infra-marginale: un guadagno che non deriva da maggiore innovazione o produttività, ma dalla posizione occupata all’interno del meccanismo di formazione del prezzo.

Ciò non significa che ogni ricavo superiore al costo marginale sia illegittimo: gli investimenti devono remunerare capitale, manutenzione e rischio. Il problema nasce quando il prezzo del gas trasferisce automaticamente la propria volatilità all’intero sistema, indipendentemente dai costi effettivi delle altre tecnologie. Esiste anche un effetto opposto. Nelle ore di abbondante produzione solare o eolica, il prezzo può diminuire drasticamente, riducendo proprio i ricavi delle rinnovabili. È il cosiddetto “effetto cannibalizzazione”: più cresce la generazione rinnovabile, più diminuisce il suo valore di mercato nelle ore in cui essa si concentra. Per questo la transizione richiede contratti di lungo periodo, accumuli e una riforma complessiva del mercato, non una semplice sostituzione degli impianti.

La lezione della penisola iberica

La crisi energetica del 2022 ha reso visibile questa distorsione. Dopo l’invasione russa dell’Ucraina, l’impennata del gas ha trascinato verso l’alto i prezzi dell’elettricità europea, sebbene i costi di produzione di sole, vento, acqua e nucleare non fossero aumentati nella stessa misura. Spagna e Portogallo ottennero allora dalla Commissione europea una deroga temporanea: il “meccanismo iberico”, che introduceva un tetto al prezzo del gas utilizzato per formare il prezzo elettrico. Le centrali termoelettriche ricevevano una compensazione, contabilizzata separatamente e in modo trasparente. Le valutazioni disponibili indicano che, durante l’applicazione del meccanismo, i prezzi all’ingrosso iberici furono sensibilmente inferiori a quelli che si sarebbero presumibilmente determinati senza l’intervento. Le stime variano in base ai periodi e alle metodologie adottate: non è quindi corretto presentare un’unica percentuale come risultato definitivo. L’esperienza dimostra però che la trasmissione del prezzo del gas all’elettricità può essere attenuata senza interrompere il funzionamento del mercato.

Nel 2024 l’Unione europea ha approvato una riforma che promuove i contratti per differenza a due vie per i nuovi impianti sostenuti con risorse pubbliche. Questi contratti garantiscono al produttore un prezzo stabile: se il mercato scende sotto la soglia concordata, interviene il sistema pubblico; se sale oltre quella soglia, il produttore restituisce la differenza. È un passo importante, perché riduce il rischio finanziario e limita le rendite eccessive. Ma la riforma lascia sostanzialmente intatto il mercato del giorno prima e riguarda soprattutto i nuovi investimenti. Si delinea così un sistema a doppio regime: una parte della produzione regolata da contratti stabili e un’altra ancora esposta alla vecchia logica marginalista.

L’Italia nella trappola del gas

L’Italia è particolarmente vulnerabile perché ha costruito una parte rilevante del proprio sistema elettrico intorno al gas naturale, Eni docet et imperium. Questa configurazione è il risultato di decisioni industriali e infrastrutturali assunte tra gli anni Novanta e Duemila, quando il metano veniva presentato come combustibile di transizione rispetto a carbone e petrolio. La dipendenza dal gas non è soltanto una caratteristica tecnica del mix energetico: è un vincolo economico e geopolitico. Un paese importatore trasferisce nelle proprie bollette l’instabilità dei mercati internazionali, le tensioni militari, le decisioni dei paesi produttori e i costi delle infrastrutture di approvvigionamento. I dati Arera relativi al 2025 segnalano che i prezzi finali italiani restano superiori alla media dell’area euro, soprattutto nella componente energia. Per le famiglie il divario indicato è del 13%; per i consumatori non domestici risulta ancora maggiore. Non tutto questo differenziale può essere attribuito al solo marginal pricing: incidono anche contratti commerciali, strategie degli operatori e struttura della domanda. Il dato rimane però coerente con la particolare esposizione italiana al gas.

La questione diventa sociale quando si osserva la geografia della povertà energetica. Oltre due milioni di famiglie incontrano difficoltà nell’accedere a servizi energetici adeguati. Il fenomeno assume maggiore intensità nel Mezzogiorno, dove bassi redditi, precarietà occupazionale e inefficienza degli edifici si sovrappongono. La bolletta non è quindi soltanto un prezzo: è un dispositivo che può amplificare disuguaglianze economiche e territoriali già esistenti. Anche le imprese, soprattutto quelle piccole e quelle appartenenti ai settori energivori, subiscono un deterioramento della competitività. Il costo dell’energia agisce come una variabile strutturale che redistribuisce opportunità tra paesi, territori e sistemi produttivi.

Dalla riforma del prezzo alla democrazia energetica

Disaccoppiare il prezzo dell’elettricità da quello del gas è necessario, ma non basta. Una riforma isolata potrebbe ridurre alcune rendite senza risolvere i problemi fisici e sociali del sistema. Occorre accelerare le rinnovabili attraverso una pianificazione territoriale trasparente, senza trasformare la semplificazione autorizzativa in deregolazione ambientale. Servono reti intelligenti, accumuli, interconnessioni europee e investimenti industriali nella produzione di pannelli, turbine e batterie. Le comunità energetiche devono essere accessibili anche alle famiglie prive del capitale necessario per installare un impianto. La protezione dei consumatori vulnerabili deve inoltre superare la logica emergenziale dei bonus e diventare una politica strutturale di riqualificazione degli edifici e garanzia dei servizi essenziali.

La transizione energetica è, in definitiva, una trasformazione dei rapporti sociali. Riguarda chi possiede gli impianti, chi controlla le reti, chi partecipa alle decisioni territoriali e chi beneficia delle rendite prodotte dal cambiamento tecnologico. È qui che la questione del prezzo incontra quella della democrazia energetica. Continuare a pagare l’elettricità del sole al prezzo del gas significa lasciare che un’infrastruttura istituzionale del Novecento governi la transizione ecologica del XXI secolo. Cambiare quella regola non risolverà ogni problema, ma renderà finalmente visibile ciò che oggi la bolletta nasconde: l’energia non è soltanto una merce. È un bene essenziale, un fattore di cittadinanza e uno dei principali terreni sui quali si decide la distribuzione futura del potere economico. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Già ordinario di Sociologia dell'Ambiente, ha insegnato all'Università di Palermo: Sociologia Urbana, Ecologia, Diritto dell’Ambiente, Sociologia delle Migrazioni. Nell'università Iulm di Milano: Politica del territorio e dell’ambiente, Ambiente e sviluppo sostenibile. Nel l'Università Kore di Enna è stato preside di facoltà e coordinatore di un dottorato di ricerca in ambiente e stili di vita. Coordinatore Nazionale di Movimento Ecologista. In ambito UNESCO ha redatto diversi dossier di candidatura e Piani di gestione è stato direttore della Fondazione Patrimonio UNESCO, ed è presidente del Comitato Nazionale per l’Educazione alla Sostenibilità - Agenda 2030. In Sicilia, fa parte del Comitato scientifico dell’Autorità di Bacino ed è stato presidente della Commissione Tecnica Specializzata per le valutazioni ambientali. È autore di oltre 200 pubblicazioni accademiche, è condirettore della rivista scientifica Culture della Sostenibilità e dirige la collana della FrancoAngeli: Benessere Ambiente e Salute.