Raccontato come il primo esempio concreto di una “catastrofe migratoria” per l’intera Europa, se ne è attribuita la responsabilità alla politica del presidente Sanchez e del suo governo a guida socialista. In particolare, sotto accusa è finita la legge di regolarizzazione per centinaia di migliaia di migranti già presenti sul territorio spagnolo varata nel febbraio 2026 e, insieme, alla sentenza della Corte Suprema di Madrid che ha stabilito il divieto del “respingimento immediato” dei migranti che raggiungono Ceuta a nuoto, in linea con precedenti decisioni della Corte Costituzionale. Quasi il 90% degli “invasori” è tornata indietro quando si sono resi conto che era del tutto fasulla la notizia, ampiamente diffusa in rete, che la Spagna avrebbe offerto accoglienza e lavoro a chiunque si fosse presentato entro 24 ore a partire, appunto, dal 30-31 luglio. Un’orchestrazione che riporta a galla antiche questioni del passato coloniale, come ricostruisce il dossier pubblicato dal sito “Nuovi Desaparecidos”

◆ L’analisi di EMILIO DRUDI *
► Tra giovedì 30 e venerdì 31 luglio si sono riversate in massa a Ceuta dal Marocco, superando il confine meridionale dell’enclave spagnola nella zona del Tarajal, circa 70 mila persone. In massima parte marocchini molto giovani (ma persino intere famiglie con i bambini) ai quali si sono aggiunti anche numerosi profughi/migranti subsahariani bloccati da mesi sulle colline dei dintorni in attesa di trovare il modo di superare la frontiera. Un’invasione senza precedenti: 70 mila in meno di due giorni a fronte degli 80 mila ceutini, già “stretti” nel loro territorio di appena 18 chilometri quadrati. Ma superata la fase iniziale di sorpresa e panico insieme, già la sera di venerdì circa il 90 per cento degli “invasori” sono rientrati in Marocco. […]
Non mancano motivi di critica. In particolare le condizioni di buona parte dei migranti rimasti – sia marocchini che subsahariani – ai quali hanno assicurato assistenza solo la Croce Rossa, gruppi di volontari e, molto spesso, semplici cittadini che hanno offerto cibo, ospitalità, indumenti. Nel complesso, però, appare innegabile che la gestione dell’emergenza da parte delle autorità spagnole a tutti i livelli si sia mostrata efficiente. Non è esplosa, insomma, nessuna “crisi migratoria”. Eppure in quasi tutti i paesi Ue (per non dire del presidente Trump negli Usa) si è gridato proprio alla “crisi migratoria”, prospettando il rischio di uno sbarco in massa e incontrollato in Europa di migranti provenienti da Ceuta, quasi come “avanguardia” di altre invasioni simili.
“Catastrofe migratoria”?
Insomma, il primo esempio concreto di una “catastrofe migratoria” per l’intera Europa. E se ne è attribuita la responsabilità alla politica del presidente Sanchez e del suo governo a guida socialista. In particolare, alla legge di regolarizzazione per centinaia di migliaia di migranti già presenti sul territorio spagnolo varata nel febbraio 2026 e, insieme, alla sentenza della Corte Suprema di Madrid che ha stabilito il divieto del “respingimento immediato” dei migranti che raggiungono Ceuta a nuoto, in linea con precedenti decisioni della Corte Costituzionale. Salvo poi scoprire – come è emerso dalle dichiarazioni rese da loro stessi a vari giornali – che la grande maggioranza degli “invasori” nemmeno era a conoscenza della legge di regolarizzazione e meno ancora della sentenza.
Alla testa di questa specie di crociata si è posta l’Italia, che è arrivata addirittura a sospendere nei confronti della Spagna gli accordi di Schengen sulla libera circolazione all’interno dell’Unione Europea ed ha sollecitato, presto spalleggiata dalla Danimarca e da altri 20 Stati Ue, una riunione d’urgenza tra i vari ministri degli interni per martedì 4 agosto. Quasi una “riunione-processo”, verrebbe da dire. Il “processo”, ovviamente, non è stato possibile. Tanto più che la “crisi” a cui si gridava era già rientrata. Ma quella riunione è servita comunque a mettere in agenda ulteriori misure restrittive sulle politiche migratorie, con un rafforzamento della sorveglianza ai confini e dell’agenzia Frontex, un potenziamento delle espulsioni, l’incremento della “collaborazione a pagamento” con gli Stati essenziali per la “difesa” delle frontiere Ue esternalizzate sempre più a sud, in Africa o nel Medio Oriente, l’avvio di hub di rimpatrio fuori dal territorio dell’Unione Europea.
Tutte cose che, in realtà, non hanno nulla che fare con la pretesa “crisi di Ceuta”. Quello che è accaduto il 30 e 31 luglio, infatti, è da considerare una “fiammata” magari collaterale al grande, strutturale problema delle migrazioni, ma che nasce da cause diverse. O, per meglio dire, da una strumentalizzazione, scrivendo un altro capitolo della “costruzione della paura del diverso”, e quindi del migrante, cavalcata ormai da anni in tutta Europa come base delle politiche migratorie. Chi c’è, allora, dietro l’assalto del Tarajal? In Spagna i sospetti si appuntano sul Marocco. Sarebbe stato un tema da affrontare nella riunione del 4 agosto. Invece a Bruxelles l’ipotesi di un coinvolgimento, più o meno attivo, delle autorità marocchine, non è stata nemmeno sfiorata. Vale la pena, invece, riflettere molto su questo aspetto. Il breve dossier pubblicato di seguito mira appunto ad aprire questa discussione.
Rivalità antica

Le enclave di Ceuta e Melilla, ultimo residuo del dominio coloniale spagnolo in Marocco, sono rivendicate da sempre da Rabat. Non a caso, in tutti i documenti governativi ufficiali non vengono citate solo per nome ma accompagnate dalla dicitura “città occupate” dalla Spagna. La rivendicazione marocchina si è accentuata negli ultimi anni e in particolare negli ultimi mesi (specie dove il riavvicinamento politico-diplomatico tra Spagna e Algeria). Rabat ha il sostegno del presidente Trump e, in definitiva, dell’intero governo degli Stati Uniti. Non è un caso che nel disegno di legge americano sulla spesa estera – come ha rivelato il senatore repubblicano Thomas Massie, unico contrario – ci sia un rapporto ufficiale relativo alle due città, descritte non come “territorio spagnolo” a tutti gli effetti quali risultano nella realtà e nel contesto della politica internazionale ma come zone “sotto amministrazione spagnola in territorio marocchino”, oggetto da anni di rivendicazione da parte di Rabat, specificando, anzi sottolineando, il sostegno a qualsiasi iniziativa diplomatica promossa dal Dipartimento di Stato per discutere sul futuro di entrambe le enclave.
Questione Saharawi e rapporto Spagna-Algeria
La Spagna non si è mai schierata dalla parte delle rivendicazioni/occupazioni della regione Saharawi (ex Marocco Spagnolo annesso per 2 terzi al Marocco e 1 terzo alla Mauritania) da parte di Rabat, sostenendo sempre la vecchia proposta Onu di autodeterminazione: un referendum sotto il controllo internazionale attraverso il quale la popolazione possa liberamente decidere il destino di quella regione. Referendum approvato più volte e poi “sepolto” di fatto dal Marocco, che lo ha rinnegato pur essendo già stato fatto il “censimento” degli elettori ammessi al voto. Anche l’adesione spagnola nel 2022 al “progetto di autonomia” del territorio saharawi proposto da Rabat – adesione con la quale di fatto Madrid abbandona la posizione favorevole all’autodeterminazione – è stata giustificata dal governo Sanchez come una “scelta del male minore” e, in sostanza, della via attualmente più concreta per trovare finalmente una soluzione.
In questo contesto si inserisce la decisa ostilità di Rabat nei confronti dei rapporti più stretti sottoscritti tra Madrid (spinta anche dalla necessità di accedere più facilmente al gas algerino) e il governo di Algeri, che è da sempre schierato a sostegno della lotta di indipendenza del popolo saharawi contro il Marocco e che ospita decine di migliaia di profughi fuggiti dopo il 1975: la maggior parte dei 75 mila saharawi censiti nel 1974 quando la regione era ancora occupata dalla Spagna. Un capitolo di questa questione particolarmente contestato da Rabat è la legge che Madrid si è impegnata ad approvare subito dopo l’estate 2026 per concedere la cittadinanza spagnola a tutti i saharawi nati sotto amministrazione spagnola prima del 1977 e ai loro discendenti: secondo le stime, tra 50 e 100 mila persone. Una concessione che vuol essere un riconoscimento/ammissione da parte della Spagna delle sue “responsabilità coloniali” nei confronti del popolo saharawi e che di per sé cambia di poco il problema della sovranità sulla regione, ma evidentemente Rabat è comunque preoccupata di poter avere a che fare con decine di migliaia di saharawi che sono anche cittadini spagnoli. L’impegno è stato ribadito ufficialmente dalla presidente della Camera Francina Armengolo il 14 luglio in occasione della visita al Congresso di un gruppo di bambine e bambini saharawi ospitati da famiglie spagnole nell’ambito del tradizionale progetto “Vacanze di Pace” che si ripete da anni. Da notare le date: il 14 luglio la visita e appena due settimane dopo, 30-31 luglio, l’invasione di Ceuta. È solo un caso? […]
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(*) Il testo integrale del dossier è pubblicato sul sito “Nuovi Desaparecidos” diretto da Emilio Drudi. Questo il link: https://nuovidesaparecidos.net/2026/08/05/migranti-il-ruolo-del-marocco-nella-crisi-di-ceuta/
