La Calabria ha uno dei sistemi sanitari più disastrati d’Italia. Programmate da sei anni, le terapie intensive per l’infanzia non sono state realizzate. E la piccola Virginia, nata a Mesoraca (in provincia di Catanzaro), ci ha rimesso la vita poche ore dopo il ricovero al Bambin Gesù di Roma. Una tragica odissea durata ore, centinaia di chilometri in ambulanza e poi un aereo militare per la capitale. «Da noi si muore di sanità», è il grido di allarme di Emanuela Neri, madre coraggio da sempre in prima linea: «Non abbiamo strutture e la politica è sorda, se hai bisogno di interventi urgenti qui sei spacciato. Ma siamo stanchi, vogliamo gli stessi diritti del resto d’Italia: accesso alle cure, ospedali, posti letto, pronto soccorso attrezzati. Basta viaggi della speranza, basta rassegnazione»


L’inchiesta di ANNA MARIA SERSALE

PROGRAMMATE DA SEI anni, le terapie intensive per l’infanzia in Calabria non sono mai state realizzate. Virginia, due anni, malata di Covid, è morta la notte del 30 gennaio poche ore dopo il ricovero al Bambin Gesù di Roma, dove è arrivata in condizioni disperate. La piccola non ha avuto le stesse opportunità di cura degli altri bambini, nata in una Regione che ha uno dei sistemi sanitari più disastrati d’Italia. Giuseppe Raiola, primario di Pediatria dell’ospedale di Catanzaro, racconta: «I medici si erano subito resi conto che serviva l’Ecmo, che da noi non c’è». È una sorta di polmone a membrana extracorporea che supporta le funzioni vitali, utilizzabile in terapie intensive di terzo livello.

L’ambulanza su cui è stata trasportata la piccola Virginia sotto l’aereo militare che la porterà nella capitale, purtroppo senza poterla salvare

Virginia era nata a Mesoraca, paese alle pendici delle serre calabre, dove nel raggio di 50 km non c’è un presidio di pronto soccorso e dove il primo ospedale dista poco meno di cento chilometri. Colpita dal virus, per lei inizia il calvario dei trasferimenti: le prime cure alla postazione del 118 di Campizzi, nel Crotonese; poi di corsa in ambulanza altri 70 km per raggiungere l’ospedale Pugliese-Ciaccio a Catanzaro. Lì viene intubata, i medici fanno tutto il possibile, ma la ventilazione artificiale di quella terapia intensiva non è sufficiente. Si decide il ricovero a Roma e viene coinvolto il prefetto, che mette a disposizione un aereo militare. Di nuovo viene trasportata in ambulanza, altri 40 km per essere messa sul volo che da Lamezia la porterà a Ciampino. Poi, finalmente, raggiunge il Bambin Gesù. Il padre Giuseppe e la mamma Rossella sperano. che la loro bimba si salvi. Ma è troppo tardi. Virginia non ce la fa, morirà poco dopo. L’insufficienza respiratoria grave aveva compromesso tutte le funzioni vitali.

Ora la gente si chiede che fine abbiano fatto le terapie intensive neonatali programmate sei anni fa. Il presidente dei pediatri calabresi Domenico Minasi intervistato dai giornali locali spiega che non è stata realizzata «alcuna intensiva pediatrica complessa», nonostante l’accordo Stato-Regioni che ne prevedeva l’attivazione, accordo rimasto sepolto nei cassetti. Anche il commissariamento della sanità regionale si è dimostrato un fallimento: dal 2010 si sono succeduti ben otto commissari, chiamati a mettere ordine nei conti e a risanare il sistema, ma ciascuno di loro si è bruciato nel volgere di un anno o poco più. Risultato: i problemi gravi non sono risolti.  

Ne è la dimostrazione la storia di Virginia, ora diventata il simbolo della mobilitazione delle madri coraggio, che da anni si battono per il rispetto dei diritti: servizi territoriali, asili, scuole, parità, e tutela della salute. «Da noi si muore di sanità — è il grido di allarme di Emanuela Neri, una delle madri coraggio da sempre in prima linea —. Non abbiamo strutture e la politica è sorda, se hai bisogno di interventi urgenti qui sei spacciato. Ma siamo stanchi, vogliamo gli stessi diritti del resto d’Italia: accesso alle cure, ospedali, posti letto, pronto soccorso attrezzati. Basta viaggi della speranza, basta rassegnazione».

Ai mali storici della Calabria si affianca un quadro sanitario nazionale che presenta carenze gravi anche ora che la curva del Covid è in discesa. Un paziente su due denuncia difficoltà di accesso alle diagnosi e alle cure, il dato è contenuto nel XIX Rapporto di Cittadinanzattiva presentato a dicembre, che ha coinvolto 64 associazioni di malati con patologia cronica e rara. Inoltre, tre associazioni su quattro denunciano pesanti differenze territoriali, relativamente alla gestione e alla presa in carico dei pazienti. Al momento abbiamo una mole incredibile di esami, visite specialistiche e interventi in sala operatoria ancora bloccati. I numeri sono agghiaccianti: 13 milioni le visite specialistiche sospese a causa della pandemia; 300 mila i ricoveri non effettuati; 500 mila gli interventi chirurgici rimandati e ben 4 milioni gli screening oncologici posticipati. La Società italiana di chirurgia fa sapere che è saltato tra il 50 e l’80% degli interventi programmati. Solo in Campania negli ultimi mesi sono saltati più di 100 mila ricoveri. Non è tutta colpa del Covid, nel nostro Paese le liste di attesa sono un male endemico. E se uno non può permettersi la clinica privata non si cura, è accaduto a milioni di italiani: esattamente un paziente su cinque ha rinunciato per motivi economici anche perché i costi della sanità privata sono aumentati.

Prestazioni negate e liste di attesa non risparmiano nessuno, neppure le donne malate di tumore al seno: il 38% di visite specialistiche sono state annullate nella prima ondata di Covid, poi si è toccato il picco con l’89% nella seconda ondata. Purtroppo le prestazioni sono state riprogrammate solo parzialmente, intorno al 50%. Per legge le pazienti malate di tumore alla mammella avrebbero diritto a un’operazione entro trenta giorni. Ma ci sono donne costrette ad aspettare di più rischiando la vita. All’ospedale Ruggi di Salerno, per esempio, a causa della carenza di personale, i tempi si sono allungati. Ma tutta la sanità italiana perde i colpi. Al Vannini di Roma, quartiere Torpignattara, pochi giorni fa, una donna di 67 anni è morta dopo dieci ore sulla barella. La Regione Lazio ha aperto un’inchiesta. Secondo l’ultima indagine dell’associazione Cittadinanzattiva, presentata l’8 febbraio scorso, sono ancora tanti i ritardi delle Regioni nel recupero delle prestazioni sanitarie, nonostante i fondi cospicui destinati a tale scopo: cinquecento milioni con la manovra di bilancio del 2020 e altri cinquecento con l’ultima manovra del dicembre scorso.

«Non siamo più disposti ad attendere, ora che la pandemia allenta la sua morsa dobbiamo passare subito ad un “piano di emergenza” per la sanità ordinaria e garantire a tutti i cittadini i livelli essenziali di assistenza — sostiene Anna Lisa Mandorino, segretaria generale di Cittadinanzattiva —. I Lea (Livelli essenziali di assistenza) approvati nel 2017 sono rimasti bloccati perché mancava il Decreto tariffe, ma ora che è stato approvato dalla Conferenza Stato-Regioni non può restare fermo: da anni le persone malate aspettano l’aggiornamento dei “livelli” per ottenere quelle prestazioni che sono state riconosciute essenziali. Tra l’altro i Lea al momento sono la modalità più stringente per ridurre le disuguaglianze fra i vari territori». La Mandorino chiede anche «piani regionali di recupero delle liste di attesa post-covid, con informazioni trasparenti sulle procedure adottate». A sostegno di tali iniziative si stanno mobilitando tutte le associazioni dei malati cronici e rari, che aderiscono al Coordinamento nazionale (CnAMC – Coordinamento nazionale delle Associazioni dei Malati Cronici).

Tuttavia, per recuperare i ritardi e far partire la rivoluzione sanitaria prevista dal Pnrr (missione 6) (Il piano nazionale di ripresa e resilienza ndr) c’è un problema gigantesco da affrontare. In Italia mancano 17 mila medici e 350 mila infermieri. È previsto perfino l’infermiere “di famiglia”. Ma ad oggi non c’è un piano di assunzioni, né una previsione di spesa, se non quella di sempre, per colpa della politica che negli ultimi decenni ha disinvestito e tagliato senza pietà. Ora l’Europa non sente ragioni, dice che i soldi del Pnrr – 20 miliardi di euro da spendere per la sanità del futuro, digitale, innovativa e tecnologicamente avanzata – non possono essere utilizzati per il personale, a quello dobbiamo provvedere con i fondi del bilancio ordinario. La soluzione? Per ora non c’è, ma i sindacati si preparano a dare battaglia nell’incontro che hanno in programma con il ministro della Salute.

Dunque, si parla di ammodernare il sistema. Centinaia di nuovi ospedali e presidi territoriali da costruire; assistenza domiciliare integrata; case di comunità; centrali operative territoriali; e anche ospedali di comunità. Si farà ricorso alla telemedicina, alle piattaforme digitali e dovranno nascere team multidisciplinari per le cure e l’assistenza. È un nuovo modello di sanità che richiede un macro investimento, per una nuova geografia dei servizi, che, se non sarà accompagnata dall’assunzione dei 17 mila medici e dei 350 mila infermieri mancanti, sarà dal tutto inutile. Anche perché il buco nero del personale aumenta. Molti medici di base stanchi dei livelli di stress durante la pandemia e avanti con l’età si affrettano ad andare in pensione: si calcola che in pochi anni altri 27 mila lasceranno il camice bianco.

Nel frattempo la macchina del Pnrr va avanti, almeno sulla carta. Sono stati tracciati i profili delle nuove strutture. Qualche esempio. Ogni “Casa della comunità” costerà a livello strutturale e tecnologico circa 1,6 mln di euro. Sarà dotata di 10-15 sale di consulenza ed esame, punto di prelievo, servizi diagnostici di base (ecografia, elettrocardiografia, radiologia, spirometria, ecc.), e sarà dotata di un innovativo sistema di interconnessione dati. All’interno dovrà avere 5 unità di personale amministrativo, 10 medici di medicina generale e 8 infermieri.

Programmi ambiziosi. Ma senza personale corriamo il rischio di avere sul territorio tante “cattedrali” vuote e inutilizzate. Per tutto questo (e altro ancora) dal primo febbraio sono in agitazione i medici di medicina generale aderenti alla maggior parte delle sigle sindacali: Smi, FpCgil, Simet, Federazione Cipe, Sispe e Sinap. Incontreranno il ministro al tavolo delle trattative, decisi a ottenere impegni concreti. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.

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