Era l’8 maggio 1986, Francesco Bigazzi, il corrispondente dell’Ansa da Mosca, viene invitato a visitare, con altri 18 giornalisti, la zona di Chernobyl, in Ucraina, a 13 giorni dal più grave incidente nucleare della storia, avvenuto il 26 aprile. Il racconto di quella esperienza, che qui riproduciamo quasi per intero, è contenuto nel libro “Pezzi di Storia”, a cura di Cesare Protettì e Stefano Polli, pubblicato nel 2021, che raccoglie testimonianze dirette di una quarantina di reporter di varie agenzie di stampa


Panorama di una piazza di Pripyat, Ucraina, maggio 2010 (credit Bo Nielsen, aprile 2011)

◆ Il reportage di FRANCESCO BIGAZZI, da Chernobyl

L’incidente nella centrale atomica di Chernobyl, nonostante il mondo intero sia già in subbuglio, in Urss è ancora coperto da un manto di mistero quando ricevo una telefonata che mi lascia di stucco. L’ufficio stampa del ministero degli Esteri mi annuncia solennemente che faccio parte di un gruppo di 19 giornalisti, 11 sovietici e otto stranieri (7 occidentali ed uno arabo), invitati a Chernobyl per «rendersi conto della situazione». È la mattina dell’8 maggio 1986. C’è solo il tempo di una corsa forsennata all’aeroporto Vnukovo, da dove partono i voli diretti nel sud dell’Urss, incontrarsi con gli altri colleghi prescelti e gli incaricati del potente ufficio stampa che avranno l’ingrato compito di tenerci a bada e «impedire di metterci nei guai». 

Ingresso di un ufficio della centrale atomica (credit foto Bo Nielsen, aprile 2011)

Nel breve tragitto da Mosca a Kiev, la capitale dell’Ucraina a 134,5 chilometri da Chernobyl, resto sorpreso dall’atmosfera, a tratti goliardica, che regna nel nostro gruppo improvvisato e variopinto. Non conosciamo il programma, dove andremo esattamente, quali precauzioni dobbiamo prendere e quanto durerà il nostro reportage. Atterrati a Kiev i corrispondenti occidentali sono trasferiti nell’albergo Dniepr, il più prestigioso hotel della capitale, dove ci rendiamo subito conto delle difficoltà del lavoro che ci attende. Il primo incontro ufficiale, con il Premier ucraino Oleksandr Liashko, svela subito che cosa si aspettano le autorità repubblicane dal nostro reportage a Chernobyl. 

La Glasnost, intesa da Mikhail Gorbachev come «la massima trasparenza nel fornire l’informazione», stenta a realizzarsi negli organi periferici, ad adeguarsi ai cambiamenti epocali in corso nell’Unione Sovietica. Lo dimostra il fatto che i mass media Occidentali sono ancora accusati di essere «sensazionalisti» e «allarmisti». Eppure non è difficile scorgere che questa volta sta affiorando, anche se con estrema prudenza, una sincera autocritica per il fatto che «è mancato il coraggio di informare non solo la stampa, ma anche gli operatori del settore e le autorità competenti, della gravità della situazione».

Pripyat, Chernobyl. La città dei bambini dove 40 anni fa è morta l’infanzia

L’iniziale euforia scompare del tutto la mattina dopo, il 9 maggio, quando saliamo sul minibus che ci è stato assegnato per fare la spola tra l’albergo Dnepr e la zona della centrale atomica di Chernobyl. Un collega russo ha in mano una copia del quotidiano “Pravda Ucraina” dove, in prima pagina, a caratteri cubitali, si annuncia che il ministro della Sanità dell’Ucraina Romanenko ha decretato la chiusura dell’anno scolastico e l’evacuazione di 250 mila ragazzi e ragazze in età tra i sette e i 14 anni della regione di Kiev. Molti di questi ragazzi e ragazze, negli anni successivi, saranno ospitati da famiglie italiane per trascorrere le vacanze e passare lunghi periodi di degenza in strutture specializzate. Nel decreto s’invitano anche i due milioni e mezzo di abitanti di Kiev, terza metropoli dell’Urss dopo Mosca e Leningrado (attuale San Pietroburgo), a tenere chiuse le finestre di casa, a lavarsi tutti i giorni i capelli, a cambiare i vestiti ed a lavare le scarpe quotidianamente. I bambini, in attesa di essere evacuati, «non possono giocare fuori di casa più di un’ora e mezzo-due ore e devono evitare i luoghi polverosi». 

Segnale stradale sui banchi impolverati di una scuola (credit Bo Nielsen, aprile 2011)

Per la prima volta, 13 giorni dopo l’esplosione del blocco n. 4 della centrale nucleare Lenin di Chernobyl, ci troviamo di fronte alla vera drammaticità della situazione. E pensare che meno di un’ora prima il Presidente della Regione e il Sindaco di Kiev, incontrando i corrispondenti stranieri nella prestigiosa sede del Soviet Supremo (parlamento) dell’Ucraina, non avevano esitato a ripetere il solito ritornello, rassicurandoci: tutto è sotto controllo. Domandiamo se per noi sono stati preparati accorgimenti particolari, tute contro la radioattività, protezioni per le mani, scarpe speciali etc. Non otteniamo nessuna risposta, sembrava quasi che chiedessimo chissà che cosa.

D’altronde non tardiamo molto a renderci conto che la centrale Lenin di Chernobyl sta diventando un vero e proprio miraggio. Il nostro minibus sgangherato comincia a girare tra il verde della bellissima regione di Chernobyl senza mai raggiungere l’obiettivo del nostro viaggio: la centrale atomica Lenin. All’inizio sembra di girovagare a casaccio, ma non è difficile scoprire l’arcano. Le ciminiere minacciose della centrale atomica si allontanano ed avvicinano a seconda del distretto, della fattoria, del villaggio che hanno deciso di farci visitare, arricchito d’immagini idilliache composte da belle ragazze elegantemente agghindate con i costumi tradizionali ucraini della zona, da scene di contadini che continuano a vivere sorridenti, fino a quando non saranno precettati per andare a farsi controllare il livello delle radiazioni nei laboratori specializzati. Naturalmente non poteva mancare la degustazione dei prodotti locali con l’immancabile bicchierino di vodka che, sostenevano gli “esperti”, è un ottimo antidoto contro le radiazioni.

Lettini e bambole in un asilo vicino Chernobyl, abbandonato dopo il disastro di 40 anni fa (credit Reuters)

Un breve consulto con gli altri colleghi, prima di esclamare: «Allora i Villaggi Potyomkin esistono veramente!». Il termine è legato alla storia dei falsi villaggi portatili costruiti esclusivamente per impressionare Caterina II, dal suo ex amante, il principe Grigory Potyomkin durante il viaggio dell’Imperatrice in Crimea nel 1787. I villaggi fittizi, dopo il passaggio dell’imperatrice, erano smontati e successivamente ri-assemblati più volte nelle successive tappe sul percorso previsto per ispezionare le nuove terre sottratte all’impero Ottomano. E la Storia è ricca di episodi simili. 

Chiediamo ai nostri accompagnatori di visitare uno dei villaggi evacuati. Ma per colpa del Direttore generale della Aiea (Agenzia internazionale per l’energia atomica), Hans Blix, di due vice-direttori, uno americano e l’altro sovietico, il sindaco di Kiev, senza nascondere una certa insofferenza, ci comunica che non ci sono più scafandri e tute speciali. L’unica concessione è visitare un villaggio al confine con il distretto di Chernobyl dove sono state evacuate alcune persone che si trovavano all’interno della “zona di sicurezza”. 

Hall di ingresso dell’ospedale di Pripyat (credit Bo Nielsen, aprile 2011)

Il minibus arriva al villaggio di Kopyliv dove ci accolgono un gran numero di agricoltori incuriositi. La gente ha voglia di parlare. Per la prima volta leggiamo negli occhi degli sfollati la tragedia. La gente si avvicina ai giornalisti raccontando come hanno dovuto lasciare le loro abitazioni. Molti sono emozionati, qualche persona anziana ha le lacrime agli occhi. Scopriamo che a Kopyliv, come in moltissimi altri villaggi delle zone limitrofe, si è verificata una situazione unica, del tutto insolita: le autorità dell’Ucraina hanno deciso di trasferire ogni villaggio, l’intera comunità, in un altro villaggio del distretto vicino. Per questo motivo in ogni villaggio esistono due sindaci, due consigli comunali, come se due villaggi vivano in uno. 

La meta successiva è un edificio amministrativo all’interno della “zona di sicurezza” dove è stato organizzato un servizio sanitario per accertare i livelli delle radiazioni. L’edificio è stato trasformato in un ospedale dove ogni cittadino viene controllato tutti i giorni. Davanti all’edificio, due militari hanno organizzato una tenda e controllano il livello delle radiazioni di ogni abitante con speciali apparecchi geiger. Si controlla il livello delle radiazioni ai capelli, alla tiroide ed ai piedi. Quando la radioattività supera lo 0.7 milliroentgen, la persona viene trasferita in un piccolo centro di prelievo del sangue. 

La fila di fronte alla tenda improvvisata dai militari è lunga e nei volti si scorge la preoccupazione. Uno dei corrispondenti stranieri del nostro gruppo decide, con malcelata spavalderia, di sottoporsi al test per sperimentare il funzionamento del misuratore di radioattività. Si avvicina sorridente e con determinazione alla tenda, ma quando l’apparecchio infernale comincia ad emettere uno stridulo fastidioso, il sorriso si trasforma in una smorfia e il volto diventa immediatamente pallido. Non nascondo che per la prima volta abbiamo avuto la consapevolezza dei pericoli che stavamo correndo.

Il nostro peregrinare continua per due giorni nei villaggi della “Zona di sicurezza”, negli ospedali e nelle altre infrastrutture create dall’esercito, nelle aziende agricole. Incontriamo specialisti, politici, amministratori e infermieri, ma i contatti con la popolazione locale sono stati ridotti al minimo. 

Qualche anno dopo, quando sono tornato a Chernobyl e questa volta sono entrato veramente nella centrale, la nostra guida, il prof. Vladimir Shikalov dell’Istituto Kurciatov di Mosca, mi ha confessato: «Se non ci fosse stata la Glasnost voluta da Gorbachev, Chernobyl sarebbe rimasto un semplice incidente come quelli, altrettanto gravi, accaduti sia in Oriente che in Occidente». © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Nella sua lunga carriera giornalistica, il suo primo incarico di rilievo è stato a capo dell'ufficio dell'agenzia di stampa italiana Ansa in Polonia dal 1980 al 1985, quindi capo dell'ufficio Ansa a Mosca dal 1985 al 1991. Dal 1990 al 1996 è stato corrispondente del quotidiano italiano "Il Giorno" per la Russia e l'Europa dell'Est, quindi, fino ad oggi, corrispondente del settimanale "Panorama". Ha svolto inoltre l'attività di consulente editoriale per la casa editrice Mondadori in Russia e nell'Europa dell’Est.