“Le cose cadono a pezzi; il centro non può tenere”. Con i versi del poeta irlandese W.B. Yeats, la scrittrice Joan Didion, scomparsa a New York lo scorso 23 dicembre, apriva la sua prima raccolta di saggi di critica sociale “Verso Betlemme”, pubblicata nel 1968, che la fece conoscere al grande pubblico statunitense. “Il centro non reggerà” è anche il titolo del documentario realizzato nel 2017 dal nipote Griffin Dunne, che ripercorre l’esistenza e le opere dell’intellettuale americana, sulla scia di quei pezzi di mondo che Joan Didion ha visto cadere, sia nella California degli anni Sessanta e Settanta, e ancor di più nella sua vita privata. Pezzi da lei raccolti, osservati, analizzati con occhio quasi scientifico, a volte rimasti incompresi, ma sempre raccontati con lucidità e uno stile asciutto, austero, preciso

Joan Didion riceve dal presidente Barack Obama la National Humanities Medal; sotto il titolo, la scrittrice scomparsa a 87 anni

L’articolo di SILVIA PIETRANGELI

PER LEI SCRIVERE, diceva, è scendere a patti con il disordine. E lei da quel disordine non si è mai tirata indietro, sia che si trattasse di un reportage, un romanzo, un memoir, anche quando quel che vedeva erano «inquadrature in sequenza variabile», «immagini senza alcun significato», montaggi senza trame, storie senza copioni. La sua arma contro il caos sono state le parole, sin dall’infanzia, sin da quando sua madre le regalò un quaderno «per smetterla di lamentarsi e per scrivere i suoi pensieri». Minuta, leggera, seduta nel suo soggiorno di New York, l’ottantaduenne Joan Didion, nel documentario, si racconta al nipote nascosto dietro la telecamera, sfoglia album di famiglia, apre scatole di ricordi con le mani nodose, trasparenti, ricoperte di vene e capillari.

Joan Didion in una foto giovanile quando i computer erano ancora di là da venire

Sono nata a Sacramento nel 1934, racconta. Mi sono laureata in lettere alla Berkley. La sua carriera inizia grazie alla vittoria di un concorso di saggistica sponsorizzato da “Vogue”, di cui diventa presto redattrice, e che la porta a trasferirsi a New York. Il suo primo articolo “Self-respect; Its source, its power” rivela la sua voce fresca, sicura, autorevole. Ma sarà a Los Angeles, dove si trasferirà con lo scrittore John Gregory Dunne, sposato nel 1964, che Joan Didion inizia la sua ricerca di decodificazione della realtà, di analisi rigorosa del periodo storico che attraversa, nel vano tentativo di «ricondurre la vita a un significato incrollabile». La struttura che troverà più congeniale sarà quella del New Journalism, quella forma di giornalismo narrativo, una commistione tra letteratura e saggistica, nella quale il racconto di avvenimenti sociali s’intreccia con una narrazione personale, intima.

Il suo sguardo crudo, impietoso, si sofferma sulle contraddizioni della controcultura Hippie (Verso Betlemme), scava nel profondo abisso della sua California, che per lei rimarrà sempre «un enigma sfiancante, qualcosa di impenetrabile»; esplora le voragini della Los Angeles degli anni Sessanta che portò, tra le altre cose, alla strage di Cielo Drive, compiuto da Charles Manson e nella quale perse la vita Sharon Tate Polanski (The White Album); indaga le vite degli esuli cubani (Miami), si spinge sino a El Salvador per testimoniare l’orrore della guerra civile.

Joan Didion e sua figlia Quintana Roo

Qualunque sia il suo oggetto di studio, sono i piccoli dettagli della quotidianità quelli che vengono illuminati dalla sua scrittura scarna, e trasformati in emblema, in esperienza universale. E questo rigore chirurgico sarà quello che applicherà molti anni dopo, molti libri e sceneggiature e riconoscimenti dopo, quando con la stessa freddezza e lucidità indagherà il dolore. Perché «il dolore risulta essere un posto che nessuno conosce finché non ci arriva». Perché «la vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita».

Nel dicembre del 2003 infatti, pochi mesi dopo essersi spostata, la figlia adottiva Quintana viene ricoverata per una polmonite e il conseguente shock settico la trascinano in coma. Pochi giorni dopo, nella loro casa di New York, al ritorno da una visita in ospedale alla figlia, John Dunne muore a causa di un infarto davanti alla moglie, mentre erano entrambi seduti a tavola a cenare. I funerali saranno celebrati soltanto tre mesi più tardi, quando Quintana si sarà ripresa. Tuttavia, il successivo viaggio della figlia a Malibù, che pareva alla madre un’occasione per distrarsi e trovare serenità nei luoghi d’infanzia, si trasforma in un’altra tragedia: Quintana, poco dopo l’atterraggio, cadrà all’aeroporto e l’ematoma la costringerà a una complessa chirurgia. Morirà nel 2005, a trentanove anni, senza mai essersi ripresa completamente, per una pancreatite fulminante. 

Travolta dal lutto, in una vita che ha perso il suo centro, Joan Didion si rifugia nella scrittura, e lo fa nell’unico modo che conosce: quello del reporter. Con rigore e senza autocommiserazione scava nei significati della morte, nella vecchiaia che avanza, nella sua stessa malattia, nel senso di colpa, nei fallimenti. Fruga tra i ricordi, che ripulisce da ogni patina di sentimentalismo e li restituisce crudi per quello che sono: pezzi di vita, il cui senso sta a noi trovare. «Ho sempre pensato – dice – che se esamino una cosa è meno spaventosa. Se il serpente rimane visibile, non può morderti. È così che affronto il dolore. Voglio sapere dov’è».

Joan Didion fotografata accanto a una Corvette Stingray

Da questa devastante esperienza prendono quindi vita i suoi ultimi due libri: “L’anno del pensiero magico”, con il quale nel 2005 vince il National Book Award e la fa conoscere al pubblico internazionale, e “Blue Night” (Notti azzurre). Entrambi incentrati sul tema del ricordo, del marito e della figlia, della loro vita in California, dei viaggi, degli anni trascorsi a Malibù a scrivere libri e sceneggiature, a tuffarsi nell’oceano, a sentire «la marea che cambia». Pezzi di vita a cui aggrapparsi per prolungare le notti azzurre, quei crepuscoli lunghi e fulgidi, in cui pensi che «la fine del giorno non arriverà mai». E adesso, che Joan Didion ci ha lasciati, restano le sue parole ad arginare il disordine, il caos, al quale si è sempre voluta opporre: «In quel mattino fallito – ci dice un’ultima volta davanti alla telecamera – aprirò il mio quaderno e ci sarà un conto dimenticato con gli interessi accumulati. Il passaggio per tornare là fuori, nel mondo. Tutto ritorna. Ricordare cosa significa essere me. È sempre questo il punto». E forse anche il centro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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È nata a Cagliari, cresce tra i libri, la danza e la ginnastica, nel cui mondo si affaccia sin da giovanissima. Nel 1992 entra a far parte della squadra nazionale di ginnastica ritmica e partecipa ai mondiali di Bruxelles, dove vince con la squadra una medaglia d’argento e una di bronzo. Per questi risultati riceve la medaglia d’argento al valore atletico del Coni. Successivamente fonda la Compagnia di Danza Contemporanea Varitmès, con la quale porta in scena numerosi spettacoli in Italia e in Europa, ospite di prestigiosi festival di danza e rassegne teatrali. Laureata in Giurisprudenza all’Università degli studi di Cagliari, consegue l’abilitazione all’esercizio della professione forense. Ha vissuto a Berlino, Leeds (Regno Unito) e attualmente risiede a Barcellona, dove si dedica alla scrittura.

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