La medicina di base smantellata al Nord e sfilacciata nel Mezzogiorno. Il coronavirus accresce le distanze fra le aree del Paese

L’analisi 

di VITTORIO EMILIANI

Quanto sta succedendo soprattutto a Napoli non è un segno di civiltà antica né fa onore alla città. La camorra è chiaramente alla radice dei torbidi più violenti e rischia di costituire un esempio per altre grandi città dove si vive largamente di lavori precari legati a traffici illeciti. Tutto ciò non deve, non può ripetersi, né nel capoluogo campano né in altre grandi o piccole città. Anche dal punto di vista strettamente della governabilità del Paese è disastroso assistere in diretta tv ad un attacco preordinato alla Regione perché il suo presidente ha assunto la linea più dura e un sindaco che, invece di stigmatizzare la ribellione (o di lanciare subito un appello severo), continua a parlare della cultura di Napoli. Come del resto qualche noto scrittore.

Purtroppo questa forte ripresa del Coronavirus colpisce più violentemente che in primavera il Mezzogiorno. È un dato di fatto. Ed è pure un dato di fatto che sia la rete dei medici di base sul territorio, sia quella degli ospedali anche generici dove ricoverare i malati più gravi è infinitamente più debole e sfilacciata di quella del Nord e anche del Centro (dove ci sono regioni fra le meglio attrezzate come la Toscana). Mi occorse una trentina di anni fa di svolgere per Rai 2  la rete delle inchieste, allora, un reportage paragonando la razionalizzazione degli ospedali (numerosissimi) in Umbria e nelle Marche.

Dobbiamo ricordarlo: sin dal Medio Evo e poi soprattutto dalla Controriforma, confraternite religiose, fondazioni nobiliari e cardinalizie, avevano ereditato un territorio appenninico, e non solo, pieno di presidii ospedalieri Ai Castelli Romani c’era un ospedale per ogni “feudo” papale o cardinalizio. Ristrutturare si doveva. Ma con razionalità e buon senso. La riforma ospedaliera attuata dal socialista Luigi Mariotti mise ordine in questo groviglio storico e preparò la strada al Servizio Sanitario Nazionale firmato poi da Rosy Bindi. Nella tanto sbeffeggiata (ora) Prima Repubblica.

Nel caso dell’Umbria si era operato con criteri più severi nei confronti dell’inesorabile campanilismo, in quello marchigiano c’erano state maggiori difficoltà poiché il fenomeno era pure recente: storico divenne il caso grottesco di due nuovi ospedali “completi” sorti a Macerata Feltria e a Sant’Agata Feltria, cioè a pochissimi chilometri di distanza.

La ristrutturazione regionale degli ospedali è così risultata spesso inadeguata, insufficiente. Resa più negativa dallo squilibrio preesistente fra Nord e Sud: infatti, prima della riforma ospedaliera, la sanità era prevalentemente pubblica al Nord, diveniva fifty-fifty pubblico-privato a Roma, si privatizzava nel Sud dove gli ospedali pubblici funzionavano talmente male che a Palermo gli utenti si dovevano portare da casa le lenzuola, la biancheria (notizie di cronaca vera, quotidiana). Dopo la faticata riforma ospedaliera, il centrosinistra vara dunque quella sanitaria col Servizio Nazionale. Ma con l’avvento del berlusconismo si fa strada, con Roberto Formigoni e poi con Bobo Maroni, la privatizzazione della sanità teorizzando pure la graduale smobilitazione della rete territoriale dei medici di base invece fondamentale. Fra il 2012 e il 2018 i medici di famiglia lombardi sono passati ad avere fino a 1400 pazienti a carico. Record nazionale e se ne sono visti gli effetti pratici.

Nel contempo i governi di centrodestra – e non solo quelli, purtroppo – tagliavano con l’accetta i finanziamenti statali alla sanità italiana, sacrificando soprattutto il Mezzogiorno che già aveva problemi enormi di copertura efficace del territorio. Ecco perché a Napoli non c’è da scherzare, oggi, non c’è da imbonire nessuna piazza. Tanto più quando la camorra muove la massa. Risarcimenti ai commercianti sono doverosi, ma – come dice giustamente l’ex presidente dell’Istat e ministro Enrico Giovannini – a fronte della loro dichiarazione al fisco e non come regalia. La risposta deve essere seria e data coi fatti, cioè con investimenti immediati in strutture fisse e mobili, in medici, in infermieri e non soltanto con diktat. E in risarcimenti a quanti possono documentare tasse e spese.

Abbiamo perso parte del vantaggio oggettivo acquisito in primavera ascoltando le istanze dei discotecari anziché quelle di presidi e direttori scolastici. Chi non ricorda in Tv la voce piagnucolosa della per solito combattiva on. Santanché implorare la riapertura di locali e discoteche: «I nostri poveri ragazzi chiusi in casa…». Già, i nostri poveri ragazzi.

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Direttore onorario - Ha cominciato a 21 anni a Comunità, poi all'Espresso da Milano, redattore e quindi inviato del Giorno con Italo Pietra dal 1961 al 1972. Dal 1974 inviato del Messaggero che ha poi diretto per sette anni (1980-87), deputato progressista nel '94, presidente della Fondazione Rossini e membro del CdA concerti di Santa Cecilia. Consigliere della RAI dal 1998 al 2002. Autore di una trentina di libri fra cui "Roma capitale Malamata", il Mulino.