Il diritto all’istruzione al tempo del Covid: «La formazione in presenza è essenziale al ruolo educativo della scuola»

Per ridurre gli affollamenti sui mezzi pubblici, un milione e 875 mila ragazzi dovranno studiare da casa. Tre quarti degli studenti delle scuole superiori costretti alle video lezioni. Una lesione per l’autonomia scolastica, a giudizio dei docenti, ma due studenti su tre sono favorevoli alle lezioni on line / Un’indagine scientifica sulla didattica a distanza nel lockdown: «Per metà degli insegnanti coinvolti è un’esperienza positiva utile anche in futuro». Piero Lucisano de La Sapienza a Italia Libera


di ANNA MARIA SERSALE

Una scelta sofferta, che ha diviso il governo. Dopo soli 40 giorni di didattica in presenza, bisogna organizzare le lezioni a distanza. Nelle scuole superiori di tutta Italia, frequentate da 2,5 milioni di studenti, la didattica on line, oggi ribattezzata “integrata e digitale”, dovrà coprire «almeno il 75% delle attività». Le scuole dovranno anche rimodulare gli orari, e gli ingressi non potranno avvenire prima delle ore 9. Nel caso di video-lezioni al 75% migliaia di studenti, tre su quattro, resteranno a casa. In pratica un milione e 875 mila ragazzi. Ma la tele-didattica potrà anche superare il tetto indicato fino a coprire il 100% del monte ore (come già accade in alcuni territori, Lombardia in testa). In questo caso resterà a casa l’intera popolazione studentesca, dunque 2,5 milioni di ragazzi.

Lo stabilisce il nuovo Decreto del presidente del Consiglio dei ministri, dopo la crescita esponenziale dei numeri del contagio da Coronavirus. La norma, che prevede anche possibili turni pomeridiani, per ora è destinata a rimanere in vigore fino al 24 novembre. Ma si scopre che l’applicazione di tali misure non è automatica. Dunque, il passaggio alla didattica a distanza per il 75% (o più) potrebbe non essere immediato. E, mentre aumentano contestazioni e lo scontro politico, nella scuola c’è un clima di grande

Molti governatori regionali, interessati a ridurre l’affollamento su autobus, pullman e treni locali, stanno già pensando di sfruttare al massimo la didattica on line, dunque al 100%. Le scuole non sono d’accordo. A cominciare dall’estate, professori e presidi hanno lavorato sodo per garantire le misure di sicurezza anti Covid, e luoghi adeguati per le lezioni in presenza, che «sono fatte anche di coinvolgimento con il gruppo classe, di partecipazione, di sguardi e tanto altro». Antonello Giannelli, presidente dell’Anp (Associazione nazionale dirigenti pubblici), difende «l’importanza delle scuole aperte e in presenza». E parla di «lesione dell’autonomia scolastica». Aggiungendo che si doveva lasciare ogni istituto libero di calibrare l’offerta formativa in base alle diverse esigenze del territorio.

Se gli istituti ad indirizzo umanistico potranno cavarsela meglio con le lezioni on line, saranno più penalizzati gli istituti con attività di laboratorio, per esempio professionali, tecnici, artistici e musicali. Tutti questi avranno difficoltà oggettive non recuperabili con le lezioni digitali. Inoltre, non è ben chiaro come verranno garantiti gli studenti con bisogni educativi speciali, Bes, con disturbi specifici dell’apprendimento e con disabilità. Nel Decreto si dice che per loro le novità dovranno essere attuate privilegiando, ove possibile, le lezioni in presenza. Ma non sarà facile. Infine, c’è un problema tempo. Tutti gli istituti superiori in teoria hanno avuto un solo giorno, quello di lunedì 26 ottobre, per adeguare la propria organizzazione alle nuove misure. Rispetto a quanto già disposto a settembre, per non finire “tutti in remoto” occorre «rimodulare» programmi, sistemi di verifica, mezzi didattici e soprattutto riorganizzare gli orari di ingresso e uscita degli studenti. 

E i ragazzi, che cosa pensano del ritorno alle lezioni digitali? Secondo un sondaggio effettuato dal portale www.skuola.net, su 3mila alunni di licei, istituti tecnici e professionali, più di due studenti su tre reagiscono positivamente a un incremento delle lezioni on line: il 37% le preferisce addirittura a quelle frontali. In agitazione le famiglie alle prese con un’organizzazione della vita domestica sempre più complessa. Soprattutto per chi ha figli di età diversa e uno dei genitori lavora in smart working. Nessun cambiamento, invece, per gli altri ordini di scuola. Materne, elementari e medie proseguiranno le lezioni in presenza, rispettando le regole sanitarie.  

C’è un altro dato inquietante. Il diritto all’istruzione nell’era tecnologica passa anche attraverso internet. Però il nostro Paese non è in grado di garantire a tutti un collegamento efficiente. Una scuola su tre non ha un accesso a internet adeguato alle esigenze della didattica a distanza. Molti rischiano di restare indietro. Nonostante il ministero abbia stanziato negli ultimi tre anni circa 180 milioni di euro e le scuole abbiano acquistato 300 mila tra tablet e computer. Ma la banda larga non ha raggiunto ogni zona del Paese. Secondo i dati Istat, in Italia una famiglia su quattro non dispone di un accesso internet in grado di sostenere i flussi di dati necessari alla didattica on line. 

Che cosa accade allora se un ragazzo può seguire le lezioni da casa e uno no? Se in una zona geografica si può contare sulla didattica on line e in una no? La risposta è che il diritto all’istruzione rischia di non essere più «uguale per tutti», soprattutto nel Meridione. In Calabria e Basilicata, per esempio, nel 41% delle famiglie manca un collegamento veloce. Analoga la situazione nelle isole. C’è poi il problema delle grandi periferie urbane, segnate dalla precarietà, spesso da situazioni di degrado e da una maggiore crisi economica. ♦ © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista professionista, ha lavorato al “Messaggero” dal 1986 al 2010. Prima la “gavetta” in Cronaca di Roma, fondamentale palestra per fare esperienza e imparare il mestiere, scelto per passione. Si è occupata a lungo di degrado della città, con inchieste sugli abusi che hanno deturpato il centro storico. Dal 1997 ha lavorato alle Cronache italiane, con qualifica di vice caposervizio, continuando a scrivere. Un filo rosso attraversa la sua carriera professionale: scuola, università e ricerca per lei hanno sempre meritato attenzione, con servizi e numerose inchieste.