Il “Green-pass”? C’era già nel 1500 e anche prima: si chiamava “attestato di sanità”

“Fede di sanità”, Ravenna 1777; sotto il titolo lasciapassare di Venezia 1611-1612

La celebrazione dell’Anno Santo 1750 aperto da Benedetto XIV all’insegna delle missioni popolari, aveva portato a Roma un numero di pellegrini mai raggiunto da nessun precedente Giubileo. Una parte di quei pellegrini provenivano da esotici paesi come l’Armenia e le Antille. Ma a far paura erano quelli ben più numerosi provenienti dagli altri Stati italiani e da tutta Europa. E cosa spunta? L’“Attestato di sanità”, chiamato anche “Passaporto marittimo”, “Patente sanitaria” o più semplicemente “Fede di partenza”. Temendo che i nuovi arrivati oltre ai soldi portassero malattie contagiose, il papa ordinò che osti, locandieri e altri affittacamere dessero notizia «de’ forestieri che si fossero infermati nelle loro case», depositando la delazione in un’apposita buca (tuttora esistente), fatta murare nel 1749 sulla parete alla sinistra della chiesa di San Salvatore alle Coppelle


L’articolo di PINO COSCETTA

ASSISTERE ALLE MANIFESTAZIONI di piazza contro il “green pass”, animate da coloriti personaggi d’incerta e varia estrazione ma di sicura e salda malafede, mi ha fatto tornare alla mente una ricerca d’archivio a margine di un libro, “Tre secoli nel Tridente”, che qualche anno fa stavo scrivendo su come si viveva a Roma tra il 1600 e il 1900. Per esempio, la celebrazione dell’Anno Santo 1750, aperto da Benedetto XIV all’insegna delle missioni popolari, aveva portato in città un numero di pellegrini mai raggiunto da nessun precedente Giubileo. Per di più una parte di quei pellegrini provenivano da esotici paesi come l’Armenia e le Antille. Ma a far paura erano quelli ben più numerosi provenienti dagli altri Stati italiani e da tutta Europa. 

Giubileo 1750, censimento dei pellegrini al Giubileo 1750

Nella quindicina che precedeva la Pasqua del 1750, come ogni anno le parrocchie avevano effettuato il censimento di tutti i parrocchiani presenti: gli Stati delle Anime (così si chiamava il censimento), in quell’occasione ne contarono 157.882: di questi 88.807 erano maschi e 69.075 femmine. Temendo che i nuovi arrivati oltre ai soldi portassero malattie contagiose, il papa ordinò che osti, locandieri e altri affittacamere dessero notizia «de’ forestieri che si fossero infermati nelle loro case», depositando la delazione in un’apposita buca (tuttora esistente), fatta murare nel 1749 sulla parete alla sinistra della chiesa di San Salvatore alle Coppelle. Una diffusa delazione di Stato.

All’inizio di quest’anno per lanciare la campagna vaccinale il governatore della Campania Vincenzo De Luca, annunciò tramite Facebook  una novità assoluta: “Abbiamo una novità tutta Campana… daremo una card di avvenuta certificazione a tutti i vaccinati dopo il richiamo”. La novità “tutta Campana” del Governatore De Luca, in effetti era già normale prassi fin dal 1500. A quei tempi non imperando anglismi di sorta, le certificazioni non si chiamavano “Green pass” ma più semplicemente “Attestati di sanità” e riguardavano persone, merci e animali, restanti in vigore  fino a tutto il 1800.

Nei porti commerciali gli “Attestati di sanità” cambiavano nome conservandone la sostanza: “Passaporto marittimo”, “Patente sanitaria” o più semplicemente  “Fede di partenza”; in tutti i casi si trattava di un certificato comune contenente nome, cognome e colore del “pelo” di ogni passeggero o componente l’equipaggio, tipo di merci imbarcate e stato di sanità del porto di partenza. Il documento era rilasciato dalle autorità sanitarie locali, scritto nella lingua nazionale con tutte le difficoltà di lettura connesse, basti pensare a navigli provenienti dalla vicina Grecia, dalla Turchia, dalle lontane Russie e via dicendo. Per gli stati europei facevano fede i Certificati consolari di salute, rilasciati negli Stati di partenza nella lingua dello Stato d’arrivo. Ma questo dal 1700; prima di allora a facilitare le cose provvedeva il latino. 

Per i No vax il Green pass è uguale al nazismo: avranno mai letto un libro di storia?

Epidemie di peste, colera e febbri gialle erano all’ordine del giorno. Spesso le portavano gli eserciti, come i Lanzichenecchi accampati alla Farnesina; ma il più delle volte entravano in città attraverso i commerci. Calce viva attorno alle mura e davanti alle porte d’accesso indicavano i “cordoni sanitari” da rispettare; falò, lavacri e altre minime accortezze non servivano ad arginare le tante pandemie di allora. L’unica vera medicina sicura era rappresentata dall’assenza di contatti. Ieri come oggi. Con buona pace dei no-vax, dei no-green-pass e dei troppi “terrapiattisti” che senza mascherine e senza ragionare, scendono in piazza chiedendo libertà di mortePer loro e per chi non la pensa come loro. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Caporedattore - Giornalista e scrittore, è entrato al “Messaggero” a 22 anni e ha concluso la sua carriera lavorativa con la qualifica di caporedattore centrale. Durante la lunga permanenza nella redazione di via del Tritone, ha ricoperto per molti anni i ruoli di caposervizio delle province e di caporedattore delle Regioni. Da scrittore inizia con una raccolta di racconti giovanili, “Scirocco” (1966), e si dedica per un lungo periodo a saggistica, libri di storia locale e viaggi. Tra le più recenti pubblicazioni: “Viaggio in Abruzzo con Giorgio Manganelli”; “Il mistero di Tomar”; “Palazzo Podocataro, la casa-museo del cardinale di papa Borgia”; “Tre secoli nel Tridente”; “Divieto d’Orvieto”; e, con Vittorio Emiliani, “La discesa del Tevere e altre storie di fiumara”.