È per le sue fragilità interne, l’irrisolta “Questione meridionale” da sempre, che l’Italia ha potuto accedere a una quota di risorse del Pnrr fino a cinque volte superiore rispetto a Paesi con economie più equilibrate. Non un trionfo diplomatico, ma il riflesso di queste fragilità, in gran parte concentrate al Sud: la bassa crescita del Pil, i tassi di disoccupazione elevati, la persistente disuguaglianza di genere. Condizioni sostanzialmente e in gran parte ignorate nell’utilizzo dei fondi europei. Il 70% delle risorse del Pnrr doveva essere destinato al Mezzogiorno (il “Paese senza figli”), proprio per ridurre i divari territoriali e sociali. Una clausola precisa, pensata per rendere effettivo il principio di coesione economica e per promuovere uno sviluppo equilibrato del Paese. La disoccupazione giovanile e femminile continua a crescere, il Pil del Mezzogiorno resta sostanzialmente fermo ai livelli del 2008, e la parità di genere — sbandierata come uno degli obiettivi cardine del Pnrr — rimane una lontana chimera. Nato per colmare i divari, il Pnrr rischia di diventare il simbolo della più grande occasione perduta dell’Italia repubblicana
◆ L’intervento di ALESSIO LATTUCA, Movimento per la Sostenibilità
► Risulta davvero insopportabile, e profondamente contraddittorio, sentire ancora oggi esponenti politici vantarsi del presunto merito di aver “ottenuto” dall’Unione Europea oltre 190 miliardi di euro per il Pnrr. È una narrazione ingannevole, una falsità, o forse una deliberata e sistematica violazione della verità. L’Italia, infatti, non ha ricevuto una simile quantità di risorse per capacità negoziale o abilità politica, ma perché i parametri fissati dall’Ue – quelli che hanno determinato la ripartizione dei fondi – evidenziavano un quadro nazionale critico, aggravato in modo decisivo dal ritardo strutturale del Mezzogiorno. Proprio la “Questione meridionale”, mai risolta e troppo spesso rimossa, ha inciso in modo determinante sugli indicatori europei: la bassa crescita del Pil, i tassi di disoccupazione elevati, la persistente disuguaglianza di genere. È a causa di questi fattori che l’Italia ha potuto accedere a una quota di risorse fino a cinque volte superiore rispetto a Paesi con economie più equilibrate. Dunque, non un trionfo diplomatico, ma il riflesso di fragilità interne, in gran parte concentrate al Sud.
Ciò che appare oggi gravissimo è che le condizionalità previste dall’Unione Europea siano state sostanzialmente ignorate. Le norme europee stabilivano che il 70% delle risorse del Pnrr dovesse essere destinato al Mezzogiorno, proprio per ridurre i divari territoriali e sociali. Era una clausola precisa, pensata per rendere effettivo il principio di coesione economica e per promuovere uno sviluppo equilibrato del Paese. Mentre il Paese “senza figli” continua a registrare una ulteriore, pericolosa contrazione delle nascite, spopolamento, emigrazione giovanile. Nonostante il buon senso (e la buona politica) avrebbe dovuto considerare che la denatalità causata dall’assenza di adeguate politiche sociali avrebbe richiesto e richieda urgenti investimenti sull’infanzia e un approccio che guardi lontano (come insegna l’esperienza tedesca), alle “strutture demografiche” e, finalmente, metta al centro le donne e i giovani. Eppure, nel corso dell’attuazione, questa condizione è stata totalmente disattesa (anche per gli asili nido). Le risorse, anziché seguire i criteri territoriali indicati, sono state spesso dirottate altrove, in nome di un malinteso “interesse nazionale” (oppure perché tanto al sud sono cialtroni e non sono in grado di spendere) che, di fatto, ha perpetuato lo squilibrio.

Mai come in questa fase storica, l’Italia aveva avuto la possibilità concreta di sanare le proprie ferite strutturali. Un’occasione così significativa, concepita per risanare i danni economici e sociali prodotti dalla pandemia, poteva e doveva essere colta da una classe dirigente attrezzata, consapevole e lungimirante, non da un ceto politico egoista, provinciale e incapace di visione. Il Pnrr, se ben gestito, avrebbe potuto rappresentare un progetto di ricomposizione nazionale, in grado di restituire dignità e prospettive a quelle aree del Paese che da decenni subiscono marginalità, emigrazione e impoverimento. Il Mezzogiorno aveva bisogno — e continua ad avere bisogno — di infrastrutture materiali e immateriali: reti ferroviarie e logistiche moderne, connessioni digitali, servizi pubblici efficienti, scuole e università in grado di trattenere i giovani, politiche di genere realmente inclusive. In sintesi effettive strategie per identificare i punti deboli e i bisogni, per valorizzare il capitale umano e per limitare la fuga di cervelli. Invece, nonostante l’enormità delle risorse disponibili, al Sud è arrivato ben poco. Le promesse di riequilibrio si sono dissolte in una gestione burocratica e in un uso frammentario dei fondi, spesso incapace di incidere sulle reali priorità territoriali.
I risultati sono oggi sotto gli occhi di tutti: la disoccupazione giovanile e femminile continua a crescere, il Pil del Mezzogiorno resta sostanzialmente fermo ai livelli del 2008, e la parità di genere — sbandierata come uno degli obiettivi cardine del Pnrr — rimane una lontana chimera. Persino l’“empowerment femminile”, parola tanto abusata nei documenti ufficiali, non ha trovato applicazione concreta, né nelle politiche del lavoro né nella governance dei progetti. Così, il Pnrr, nato per colmare i divari e rilanciare il Paese, rischia di diventare il simbolo della più grande occasione perduta dell’Italia repubblicana. Un’occasione che avrebbe potuto riscrivere la geografia dello sviluppo, e che invece ha finito per riprodurre le stesse distanze e le stesse disuguaglianze che da decenni frenano la crescita collettiva. La verità, dunque, è semplice e amara: il Pnrr non è stato “ottenuto”, ma assegnato perché l’Italia era in ritardo. E oggi quel ritardo, anziché ridursi, si è ampliato, mentre la politica continua a celebrarsi per meriti che non ha avuto, e a dimenticare — ancora una volta — quella parte del Paese che doveva essere la prima a risorgere. © RIPRODUZIONE RISERVATA
