Nella prima decade del secolo in corso e ancor più dopo la Brexit, la relazione tra i due Paesi sembra rinvigorirsi. Con un’economia britannica in cerca d’ossigeno, David Cameron inaugura la cosiddetta “golden era” dei rapporti con Pechino. La City di Londra si riempie di capitali orientali: Pechino investe nel nucleare civile, nelle infrastrutture e in progetti strategici. Londra, in cambio, diventa l’hub finanziaria cinese d’Europa. Ma la luna di miele finisce nel 2020, quando l’esclusione di Huawei dalla rete 5G segna la fine della fiducia cieca per paura che Pechino possa penetrare nei settori chiave della tecnologia, dell’energia e dell’istruzione. Il caso di Yang Tengbo, un imprenditore poi identificato come figura collegata all’United Front Work Department di Xi Jinping e il risveglio tremebondo del gabinetto Starmer
◆ L’analisi di SAMUEL CAMPANELLA, da Londra

► Raccontare l’inizio delle relazioni tra Londra e Pechino sarebbe complicato in poche righe. Ma se dovessimo cogliere il filo teso che unisce i due Paesi fin dalla metà del XIX secolo, il punto di partenza sarebbe il 1839, anno in cui scoppiò una delle più famose guerre commerciali della storia: la prima guerra dell’oppio. L’Impero britannico costrinse allora la Cina ad aprire i propri porti al commercio occidentale e a cedere Hong Kong, genesi di un rapporto squilibrato, fondato sulla coercizione economica e sull’ambiguità diplomatica. Dopo oltre un secolo di dominio coloniale, nel 1997 Hong Kong tornò sotto l’influenza di Pechino, con la promessa, basata sul principio di “un Paese, due sistemi”, di mantenere autonomia e libertà per cinquant’anni. Un accordo rispettato sulla carta, ma presto divenuto terreno di frizioni politiche e simboliche.
Nei primi anni 2010 e ancor più dopo la Brexit, la relazione tra i due Paesi sembra rinvigorirsi. Con un’economia britannica in cerca d’ossigeno, David Cameron inaugura la cosiddetta “golden era” dei rapporti con Pechino. La City di Londra si riempie di capitali orientali: Pechino investe nel nucleare civile, nelle infrastrutture e perfino nei progetti strategici di Hinkley Point e Bradwell. Londra, in cambio, diventa l’hub finanziaria cinese d’Europa. Ma la luna di miele finisce nel 2020, quando l’esclusione di Huawei dalla rete 5G segna la fine della fiducia cieca. I servizi di sicurezza britannici iniziano allora a temere che l’influenza di Pechino si estenda ben oltre l’economia, fino a penetrare nei settori chiave della tecnologia, dell’energia e dell’istruzione.

Nel 2024 il nome del principe Andrew torna a scuotere il Regno Unito, questa volta non più per i rapporti con Epstein ma per qualcosa di molto più pericoloso per la sicurezza britannica. Il duca di York avrebbe intrattenuto rapporti d’affari con Yang Tengbo, un imprenditore poi identificato come figura collegata all’United Front Work Department, l’organo del Partito Comunista cinese dedicato all’influenza all’estero. Yang avrebbe sfruttato il legame con il principe per accedere a circoli politici e finanziari britannici di alto livello, ottenendo inviti e lettere di raccomandazione. Lo stesso dicembre il governo britannico gli revoca il diritto di soggiorno, definendolo “rischio per la sicurezza nazionale”. Sir Andrew nega ogni coinvolgimento e dichiara di aver interrotto ogni contatto “su consiglio del governo”, ma la vicenda alimenta i timori di infiltrazioni cinesi nei vertici della società britannica.
Mentre la tensione cresce, Pechino consolida la propria presenza diplomatica nel cuore della capitale britannica. L’apertura della nuova ambasciata cinese a Londra, la più grande d’Europa, diventa un simbolo del suo radicamento strategico. Ufficialmente raccontata come un segno di amicizia, ma per molti osservatori una vera e propria dichiarazione di potere e di avamposto europeo del potere cinese. Evento che ha fatto storcere il naso anche al presidente Trump che ha espresso “forte preoccupazione” per la crescente influenza di Pechino nel Regno Unito.
Un lungo excursus che ci porta alla fine del nostro filo, con il “China spy row”, la recente inchiesta che ha dimostrato ancora una volta quanto gli strati e substrati britannici siano permeati e permeabili dal suo antagonista orientale. Una doccia fredda o un madido risveglio per le varie forze di sicurezza britanniche, alla notizia della collusione di diversi funzionari britannici i quali vengono accusati di aver passato informazioni sensibili a intermediari cinesi. Tuttavia, molti dei procedimenti giudiziari vengono stranamente archiviati o “ammorbiditi” per non compromettere le relazioni diplomatiche, con l’amico Xi. Il premier Keir Starmer salito al governo con la promessa di un approccio “realista” verso Pechino, si ritrova intrappolato in una rete fatta di necessità endogene e sicurezza nazionale. In un Paese alle prese con una profonda crisi economica e identitaria, Londra non può permettersi di chiudere le porte agli investimenti cinesi, anche se significa vulnerabilità.

Dalle guerre dell’oppio alle spie di Westminster, la parabola si chiude con un paradosso: l’imperialista che un tempo costrinse la Cina ad aprirsi al mondo ora si trova a dover aprire sé stesso all’influenza cinese ammettendo la sua sconfitta. Sembra quasi una piccola parabola morale, la Storia che in fondo ritorna sempre, come avrebbe detto Giambattista Vico, con i suoi corsi e ricorsi. © RIPRODUZIONE RISERVATA
