Eutanasia e Corte Costituzionale: di «inammissibile» c’è solo la limitazione della libertà personale

Giuliano Amato, presidente della Consulta eletto alla terza carica dello Stato il 29 gennaio; sotto il titolo, una espressione eloquente di Emma Bonino storica leader dei radicali

Con tono professorale assai compiaciuto, il presidente della Corte Costituzionale Giuliano Amato ha “bacchettato” quegli ‘ignoranti’ di referendari che non saprebbero scrivere il quesito sostenuto da un milione e duecentomila cittadini, il cui titolo è stato scritto dalla Corte di Cassazione. Per la terza carica dello Stato, se avessero prevalso i «sì», si sarebbe arrivati alla non punibilità di chi aiutasse un ragazzo maggiorenne depresso, «magari un po’ ubriaco», che chiedesse di essere ucciso. Un attacco respinto dall’Associazione Coscioni: il consenso non sarebbe stato valido se l’omicidio del consenziente «è commesso contro una persona inferma di mente, o che si trova in condizioni di deficienza psichica, per un’altra infermità o per l’abuso di sostanze alcooliche o stupefacenti», restando in vigore il comma 3 dell’articolo 579 del Codice penale. Errore madornale del “dottor Sottile” della politica o malafede?


L’articolo di CARLO GIACOBBE

NELL’ITALIA POST-BELLICA e repubblicana, la Corte per antonomasia è quella Costituzionale, fondata nel 1948 come principale organo di garanzia per tutti i diritti e, specularmente, i doveri che i cittadini hanno e a cui sono chiamati. Ci sono però questioni e accadimenti che farebbero propendere, piuttosto, per una Corte come poteva essere quella pontificia al tempo del Papa-Re. Direi, magari esagerando un po’, dell’ultima fase dell’ultimo monarca detentore del potere temporale, Pio IX, che da Papa liberale fino al 1848 si trasformò in quello della restaurazione liberticida culminata con il Sillabo. Mi riferisco alla recentissima decisione della Consulta di dichiarare inammissibile il referendum parzialmente abrogativo dell’Art. 579 del Codice penale, articolo che considera l’eutanasia un “omicidio del consenziente”. 

Manifestazione davanti alla Corte di cassazione dei promotori del referendum sul Fine vita; l’ultima carezza prima di andarsene

Già il termine “consenziente” appare fuori luogo. Consenziente è chi accetta, di buon grado, qualcosa che gli viene proposto o prospettato da altri. Qui il caso potrebbe essere addirittura opposto; anzi, lo è nella stragrande maggioranza dei casi. Al di là della precisione “tecnica” della parola eutanasia, qui si chiama in causa la volontà di mettere fine alle proprie sofferenze e a un’esistenza che un individuo percepisce come ormai destituita di senso, ma che, quasi sempre, non è in grado di far cessare autonomamente. Altrimenti non si chiamerebbe eutanasia ma, semplicemente, suicidio. Che il soggetto sia affetto da una patologia degenerativa che ne impedisce qualsiasi movimento, compresa la respirazione che infatti avviene con una macchina, o che sia tetraplegico o malato terminale e privo della capacità di mettere in atto la sua scelta di morire, è evidente che non ce la farà mai senza un aiuto esterno. Un aiuto che viene da una persona spiritualmente attrezzata per compiere un gesto così nobile e difficile, in aiuto di un altro essere umano che soffre irreparabilmente.

Marco Cappato, tesoriere della “Associazione Luca Coscioni“, ha commentato amaramente la decisione della Corte Costituzionale, che negando la possibilità di indire un referendum «ha in pratica preferito non decidere». Infatti sono una quarantina d’anni che nessuna delle proposte di legge sulle varie tematiche attinenti al fine-vita è mai passata in Parlamento alla fase attuativa, a causa essenzialmente dell’impossibilità di superare lo scoglio posto dai cattolici. Eppure le iniziative presentate soprattutto dai radicali e dai partiti laici sono state decine. Per questo motivo, risultando insuperabile l’ostruzionismo soprattutto di certi ambienti della Chiesa, si era intanto pensato all’istituto referendario, possibilmente come apripista per mettere a punto una legge complessiva in materia, come è stato fatto da svariati anni in molti altri Paesi avanzati. Inoltre, una legge-bradipo che attualmente figura in discussione a Montecitorio, lentezze a parte, sempre secondo Cappato «rischia di essere ancora più restrittiva rispetto a quanto già indicato recentemente dalla Corte sul caso di Dj Fabo, poiché è stato introdotto un meccanismo rigido di obiezione di coscienza che rischia di portare a una paralisi della struttura sanitaria, che invece deve essere obbligata a rispettare le volontà del malato». Simile rammarico per la non ammissione del referendum lo ha espresso Beppino Englaro, il padre di Eluana, sebbene abbia precisato che «la vicenda di Eluana non c’entra con l’eutanasia, la sua è stata una storia diversa, di rispetto delle sue volontà». Eppure, sull’esito finale di questa battaglia è ottimista quest’uomo che, dopo 17 anni di stato puramente vegetativo della figlia, vittima di un incidente stradale, ebbe la forza non solo di “togliere la spina” ma di lottare contro ogni sorta di bassezze e accuse provenienti dagli ambienti cattolici più retrivi, compresa una allusione di Berlusconi, per scopi evidentemente elettoralistici, al ciclo mestruale di Eluana, come prova – secondo lui – del persistere delle funzioni fisiologiche. «Grazie a lei oggi l’opinione pubblica è informata e chi oggi lotta per l’eutanasia e il fine-vita non si troverà davanti a quel deserto che abbiamo affrontato noi», ha detto Beppino.

Marco Cappato, leader dell’Associazione Luca Coscioni: la Corte Costituzionale, negando la possibilità di indire un referendum, «ha in pratica preferito non decidere»

Pur fermandomi all’eutanasia e senza spingermi su un terreno molto più minato, come sarebbe la libertà legale di suicidarsi – tappa che da noi non è neppure ipotizzabile e, forse, neanche auspicabile se per esempio ci si rifà alla legislazione di una nazione come l’Olanda – il “no” della Consulta mi ha riportato alla mente due interrogativi risalenti a molti anni fa. Parlo delle battaglie civili per il divorzio e per l’aborto; due conquiste che oggi – malgrado qualche tentativo maldestro di metterne in discussione i principi – sembrano del tutto radicate e indiscutibili nella vita nazionale; eppure al tempo furono oggetto di strenui contrasti ideologici tra laici e cattolici, i primi affiancati dalle forze progressiste e i secondi da quelle più reazionarie. I due interrogativi sono quelli che si pone una persona semplice; li definirei elementari: perché alcuni preti e chi gli va dietro avrebbero voluto/dovuto contrastare o condizionare una persona che volesse divorziare? Lo stesso mi chiedo riguardo alla libertà di una donna di interrompere una gravidanza indesiderata. A queste due domande fa da corollario una terza: perché le destre più retrive fanno proprie certe battaglie di retroguardia? La leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, con un trionfalismo che (data anche la materia) appare quanto meno grottesco ha definito “sacrosanta” la decisione di non ammettere il referendum. Chissà, in base ai suoi calcoli, quanti voti potrà fruttare una presa di posizione così da pinzochero? Ma l’estrema destra italiana da sempre i preti o li disprezza (quelli che osano ricordarsi e ricordare ai fedeli che per i credenti autentici il primo vero socialista fu Gesù Cristo) o li adula. Nella sostanza, la stessa destra al cui vertice c’erano esponenti che al tempo delle battaglie progressiste appena ricordate convivevano “more uxorio” e, se una loro figlia commetteva un “peccato” che fruttificava, la mandavano a Londra col primo volo charter a sbarazzarsi dell’incomodo fardello. Ché si sapeva, nella perfida Albione i ginecologi erano un po’ cari, ma di manica assai larga© RIPRODUZIONE RISERVATA

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Mi divido tra Roma, dove sono nato, e Lisbona, dove potrei essere nato in una vita precedente. Ho molte passioni, non tutte confessabili e alcune non più praticabili, ma che mai mi sentirei di ripudiare. In cima a tutte c'è la musica, senza la quale per me l'esistenza non avrebbe senso. Non suono alcuno strumento, ma ho studiato canto classico (da basso) anche se ormai mi dedico (pandemia permettendo) al pop tradizionale, nei repertori romano, napoletano e siciliano, e al Fado, nella variante solo maschile specifica di Coimbra. Al centro dei miei interessi ci sono anche la letteratura e le lingue. Ne conosco bene cinque e ho vari gradi di dimestichezza con altrettante, tra vive, morte e, temo, moribonde. Ho praticato vari generi di scrittura; soprattutto, ma non solo, saggi e traduzioni dall'inglese e dal portoghese. Per cinque anni ho insegnato letteratura e cultura dei Paesi lusofoni alla Sapienza, mia antica alma mater. Prima di lasciare, con largo anticipo, l'Ansa e il giornalismo attivo, da caporedattore, ho vissuto come corrispondente e inviato in Egitto, Stati Uniti, Canada, Portogallo, Israele e Messico. Ho appena pubblicato “100 sonétti ‘n po’ scorètti", una raccolta di versi romaneschi. Sono sposato da 40 anni con Claudia e insieme abbiamo generato Viola e Giulio