Crisi climatica e legge di Bilancio. Un pianeta B non c’è: «Continuons le combat»

Il nuovo governo tedesco anticipa l’uscita dal carbone e triplica la produzione di elettricità verde, l’Unione europea e la Banca europea degli investimenti bocciano, invece, i progetti Eni sulla Co2 a Ravenna. Una bruciante sconfitta per l’Eni di Descalzi: tace la grande stampa e tace anche il ministero dell’Economia (azionista dell’Ente nazionale idrocarburi). Chi paga per la perdita di competitività aziendale e i danni alla salute dei cittadini? Continua la mobilitazione di atenei e associazioni per tallonare la sessione di Bilancio in Parlamento sugli obiettivi del «2025 linea del Piave climatica»

Manifestazione di Greenpeace su una piattaforma Eni per l’estrazione del gas al largo delle coste ravennate


Il commento di MASSIMO SCALIA, fisico matematico

CLANGORE DI CAMPANE annuncia il programma del nuovo governo in Germania. La complessa situazione politica determinatasi con le elezioni federali a fine settembre scorso è ormai avviata all’accordo di programma e già circolano cifre sugli impegni del governo. Particolarmente significativo il programma energia/clima: conferma della chiusura del nucleare entro l’anno prossimo, uscita dal carbone entro il 2030 (invece del 2038), 80% di elettricità da rinnovabili con 200 GW di fotovoltaico al 2030.

È in linea, anzi di più, con la proiezione al 2030 che presentammo a un seminario al Senato il 5 ottobre dell’anno scorso nel confronto Germania-Italia, quando ancora si favoleggiava dell’Italia come possibile hub europeo per l’idrogeno verde. Quella proiezione viene confermata da questi annunci sulle intenzioni del nuovo governo tedesco, mentre qui da noi impera l’oscurantismo Eni, anche in senso proprio rispetto a quel che produce e vuol continuare a fare. 

I progetti del ceo dell’Eni Claudio Descalzi bocciati di nuovo dall’Unione europea [credit Roberto Monaldo / LaPresse]

Eppure, proprio il 23 novembre Eni è stata scartata dall’Innovation Fund della Ue, il suo Ccs (Carbon Capture and Storage) non rientra tra i sette progetti su larga scala selezionati, ma neanche tra i 15 che potranno accedere ai fondi della Banca Europea degli Investimenti. Di questa bruciante sconfitta non è apparsa notizia sulla grande stampa, cartacea o Tv, che pure aveva ripreso il magnificat che Eni aveva a suo tempo intonato sul Ccs. Sincero stupore per questo “buco” di informazione. Tra i “magnifici sette” è rientrata, invece, l’Enel Green Power col suo progetto “large scale” di portare fino a 3 GW la produzione di fotovoltaico nel suo stabilimento di Catania, rispetto agli attuali 200 MW, basato sul ricorso all’innovativa tecnologia “bifacial heterojunction” [leggi qui nota 1] .

Questo diverso trattamento riservato ai due grandi enti energetici pubblici dovrebbe far riflettere il ministro dell’Economia e Finanza, Franco, sulla inevitabile perdita di competitività dell’Ente idrocarburi, una perdita legata al suo intestardirsi in asset che, oltre tutto, procurano danni alla salute degli italiani. Ce ne è anche per la Corte dei Conti, tradizionalmente prodiga di rilievi sui conti pubblici ma silenziosa su questa vicenda. E Draghi, più che ripetere la litania che la corruzione sarà bandita dalla gestione del Pnrr, dovrebbe dare maggior attenzione al monito dei “4 veterani” sul rischio di incappare in duri scappellotti Ue, se non si rispetta la clausola che il 40% del Recovery fund deve essere investito in politiche energia/clima [leggi qui nota 2]. All’epoca — apertura del dibattito parlamentare sul Pnrr — il monito fu liquidato con un comunicato stampa della presidenza del Consiglio che garantiva che quella percentuale era rispettata, adesso — la prima tranche del Recovery fund non si nega a nessuno, soprattutto al “salvatore di Eurolandia” — bisognerà convincere gli altri Paesi della Ue con qualcosa di più di un comunicato inviato agli organi di informazione.

Il ministro ondivago della Transizione ecologica Roberto Cingolani

La questione è però che la Germania, con obiettivi più che tripli di quelli del Paese del sole, ha preso sul serio quel «non c’è più tempo» che andava tanto di moda al G20, solo un mese fa, e si impegna in una vera transizione ecologica, che sarà probabilmente affidata non a caso a un Verde. Qui da noi, dopo la fiammata iniziale sull’istituzione del Mite (ex ministero dell’Ambiente), che la voce di popolo attribuisce a Beppe Grillo, siamo arrivati alle comparsate in cui il “garante” del Movimento affabula amabilmente, a proposito di “comunità energetiche”, con colui che dirige il ministero da lui voluto. Già, come si suol dire a Roma, ormai “le chiacchiere stanno a zero”. E le dichiarazioni ondivaghe, si fa per dire, di Cingolani ricordano quel ciondolo oscillante al polso della madre di Dio, che in una qualche visione dei pastorelli era la terra. E la madre di Dio assume le sembianze frontute di Descalzi.

Oddio, un incubo! A sottrarci da esso potrebbe influire la moral suasion del nostro Presidente della Repubblica, che alle costanti esplicitazioni sul non voler essere rieletto, accoppia con marcata evidenza il carattere unico, l’occasione da non perdere costituita dal Pnrr. Appunto, nelle mani del ciondolo? In ogni caso, giovani, e assai meno giovani, che a partire dagli atenei hanno dato vita a una mobilitazione che ha attraversato tutto il mese di ottobre, fino alla giornata del 29, non demordono. Anzi, stanno programmando altre iniziative, sempre all’insegna del “2025, linea del Piave climatica”, per tallonare la sessione del Bilancio già aperta in Parlamento. E rispolverano un arcaico ma sempre attuale motto: “Continuons le combat”. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Massimo Scalia (1942), scienziato e politico, è stato leader del movimento antinucleare e tra i fondatori di Legambiente e dei Verdi. Fu primo firmatario, insieme ad Alex Langer, dell’appello che nell’autunno 1984 portò alla costituzione nazionale di Liste Verdi per le amministrative del 1985. Eletto alla Camera per i Verdi (1987-2001) ha portato a compimento la chiusura del nucleare, le leggi su rinnovabili e risparmio energetico, la legge sul bando dell’amianto. È stato presidente delle due prime Commissioni d’inchiesta sui rifiuti (“Ecomafie”), che hanno indagato sui traffici illeciti internazionali, sulla waste connection (assassinio di Ilaria Alpi e di Miran Hrovatin) e sulla gestione delle scorie nucleari. Ha per anni proposto insieme ai Verdi i cardini e le azioni della Green Economy; e ha continuato le battaglie ambientaliste a fianco della ribellione di Scanzano (2003) e contro la centrale di Porto Tolle e il carbone dell’Enel (2011-14). Co-presidente del Decennio per l’Educazione allo Sviluppo Sostenibile dell’Unesco (2005-14). Tra i padri dell’ambientalismo scientifico ha prodotto (2020) un modello teorico di “stato stazionario globale”, reperibile, insieme a molte altre pubblicazioni scientifiche, su https://www.researchgate.net/profile/Massimo-Scalia