«Ora basta!»: 25 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne  

Ogni tre giorni una donna viene uccisa per mano di un uomo, quasi sempre un marito, fidanzato, amico. Nel 2020 le vittime sono state 116: Dal 1° gennaio al 24 ottobre di quest’anno sono già 103. Fa riflettere un dato del Dipartimento di Ps: i reati spia che precedono i femminicidi (stalkeraggio, violenze in famiglia, violenze sessuali) sono stati nel 2020 oltre 42 mila. L’Italia ha in Europa anche un un triste primato: siamo il Paese dove si uccidono più bambini e sono oltre 2200 gli orfani dei femminicidi che porteranno per sempre una ferita non rimarginabile, che hanno bisogno di aiuti psicologici e non solo


L’analisi di STEFANELLA CAMPANA

Le donne uccise per mano del proprio uomo sono già 103 dal 1° gennaio al 24 ottobre 2021

NON BASTA IL 25 Novembre per ricordare una tragedia che continua, perché ogni tre giorni una donna viene uccisa per mano di un uomo, quasi sempre un marito, fidanzato, amico. Nel 2020 le vittime sono state 116, sono già 103 dal 1° gennaio al 24 ottobre 2021. Femminicidi che arrivano dopo violenze subite il più delle volte in silenzio perché dai dati della Commissione parlamentare d’inchiesta si scopre che nei due anni considerati, 2017-2018, il 63% delle donne uccise per motivi di genere aveva mai confidato a qualcuno le proprie paure, anche quella di perdere la vita, e solo una su sette aveva denunciato l’uomo che poi le avrebbe ammazzate. Nel 2020, in piena pandemia da Covid, le richieste arrivate al numero antiviolenza 1522 sono aumentate del 79% rispetto all’anno prima.

Sempre di più vengono ammazzati anche i figli per punire lei o sono spettatori di scene violente tra le pareti domestiche fino all’omicidio della madre. Matias ucciso dal padre, è l’ultimo caso. Antonella Penati ha avuto il figlio Federico assassinato dal padre in una situazione protetta, presenti le assistenti sociali: «Chi ne aveva la custodia era responsabile, ma nessuno è stato punito,  tutti assolti senza alcuna responsabilità di quanto accaduto». Ha fatto nascere l’associazione “Federico nel cuore”, per portare aiuto ad altre donne che hanno vissuto lo stesso dolore, per denunciare la mancanza di sostegni adeguati «donne non credute, non tutelate». L’Italia ha in Europa un triste primato, il Paese dove si uccidono più bambini e sono oltre 2200 gli orfani dei femminicidi che porteranno per sempre una ferita non rimarginabile, che hanno bisogno di aiuti psicologici e non solo. Un dramma non affrontato in modo adeguato. Anche Telefono rosa, la prima associazione nazionale dal 1998 al fianco di donne e minori, denuncia un numero allarmante di minori vittime di violenza diretta o assistita. 

Morti annunciate e sottovalutate. Troppe volte la denuncia, la richiesta di aiuto di una donna alle forze dell’ordine, ai pubblici ministeri, non trova la giusta comprensione «rivelando una difficoltà a riconoscere la violenza nelle relazioni intime» e una «non adeguata conoscenza dei fattori di rischio». Una delle ultime vittime di femminicidio, Juana Cecilia Hazana, aveva denunciato per ben tre volte l’uomo che l’ha uccisa, Mirko Genco, tra l’altro figlio di una vittima di femminicidio. Una scia terribile di violenza e dolore. Fa riflettere un dato del Dipartimento di Ps: i reati spia che precedono i femminicidi (stalkeraggio, violenze in famiglia, violenze sessuali) sono stati nel 2020 oltre 42 mila.

Nel 2020 oltre 42 mila i reati spia che precedono i femminicidi (stalkeraggio, violenze in famiglia, violenze sessuali) 

Per la ricorrenza del 25 novembre la sezione piemontese di Telefono rosa ha focalizzato la propria attenzione sul tema della violenza economica che favorisce una assimetria di potere nella relazione tra la donna e l’uomo. Con un grande manifesto nelle principali stazioni della Metropolitana torinese Telefono rosa ricorda che non è giusto e normale che il proprio partner ti privi di qualsiasi indipendenza e autonomia, osteggi o impedisca di cercare e mantenere un lavoro, di non disporre direttamente del proprio stipendio e delle risorse minime adeguate per il sostentamento anche dei figli. Questi e una serie di altri problemi economici finiscono col rendere la donna dipendente dall’uomo e in una situazione di impossibilità di liberarsi da un uomo violento. 

Sembrano non bastare dieci anni di leggi, le case rifugio, i centri antiviolenza, il Codice Rosso che prevede una procedura d’urgenza, un sensibile aumento delle pene e nuove fattispecie di reati. È evidente che le donne che denunciano vanno più protette, che serve una più efficace rete di vigilanza. Vengono ventilate varie soluzioni fino al cambio di residenza, un reddito di libertà per far fronte alle spese legali per chi deve allontanarsi dall’uomo violento, per sostenere i figli. Il Pd ha proposto un forum permanente il 25 di ogni mese nelle sezioni del partito per discutere di violenza e disparità, per non far cadere l’attenzione su un fenomeno che non sembra attenuarsi. La scrittrice Michela Murgia qualche mese fa proponeva di togliere la scorta ai politici e darla alle donne che denunciano e rischiano, su cui non concorda la senatrice del Pd Valeria Valente, presidente della Commissione d’inchiesta sul femminicidio, perché considerata non una scelta di autonomia e libertà, piuttosto «è necessario mettere i violenti nella condizione di non nuocere». Ora il premier Draghi promette nuove risorse per mettere in campo misure di contrasto alla violenza perché «la tutela delle donne è la priorità assoluta del governo».

Uomini con le scarpe rosse in marcia contro la violenza sulle donne

È un problema culturale che chiama in causa l’autore della violenza, del femminicidio, incapace di accettare che la propria compagna non è di sua proprietà, che se una storia d’amore finisce e la donna rivuole la propria libertà questo non lede la sua persona, non vale di meno, non perde di valore la propria mascolinità. La violenza contro le donne non ha ancora sollevato in Italia una diffusa presa di coscienza da parte maschile come avvenne nel 1991 in Canada dopo l’uccisione di 14 ragazze della facoltà di Ingegneria da parte di un uomo che volle riaffermare la preponderanza maschile in certi campi del sapere. Oltre centomila uomini scesero in piazza con un fiocco bianco per affermare una presa di posizione diretta contro la violenza sulle donne, non più complici del silenzio. 

Non mancano alcuni segnali significativi pure in Italia da parte di varie associazioni, come ad esempio “Maschile Plurale” che agisce da anni anche in campo educativo, che aiuta gli uomini maltrattanti e violenti a cambiare. Lorenzo Gasparrini, filosofo e formatore, nel suo libro “Perché il femminismo serve anche agli uomini” ricorda come i problemi dei maschi derivano dallo stesso sistema patriarcale e gerarchico che i femminismi hanno analizzato: «La violenza contro le donne — scrive Gasparrini — è un fenomeno sociale che dovrebbe interessare molto anche gli uomini non perché debbano ‘pentirsi’ o assumersi la ‘colpa’ di qualcosa, ma perché quel fenomeno è un sintomo preciso di ciò che condiziona il loro comportamento». Nel criticare l’immaginario distorto, anche di tanti intellettuali, sottolinea che «nessun femminismo incolpa gli uomini di essere quello che sono. Tutti i femminismi però chiedono agli uomini di assumersi la responsabilità di quell’idea maschile, la responsabilità di rendersi conto che nella loro ’normale’ educazione ci sono tantissimi condizionamenti….».  

Per l’Osservatorio Nazionale Adolescenti oltre il 10% delle ragazze teme il proprio partner

Preoccupante che le nuove generazioni rivelino rapporti non paritari, non rispettosi già nelle prime relazioni sentimentali. Secondo l’Osservatorio Nazionale Adolescenti oltre il 10 per cento delle ragazze teme che il proprio partner perda il controllo quando si arrabbia e ben otto ragazze su dieci non parlano liberamente con lui o evitano di resistere alle sue iniziative per evitare che si arrabbi. Una realtà che dovrebbe preoccupare genitori e scuola per insegnare alle teenager a essere più sicure di sé e a non accettare come normale la perdita di controllo del proprio ragazzo. E insegnare ai maschi a contenere l’aggressività, a rispettare la partner, a non fare uso di violenza fisica e psicologica. Sono aspetti che gli adulti a loro vicini non dovrebbero  sottovalutare per aiutarli a diventare in futuro donne e uomini più felici. Soprattutto a sperare che non si contino più così tante vittime di violenze e femminicidi. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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Giornalista a “La Stampa” per 26 anni, è stata direttora della versione italiana del magazine delle culture del Mediterraneo www.babelmed.net. Ha diverse esperienze in campo editoriale e tv, tra cui l’evoluzione del mondo del lavoro (Rai 3); coautrice di: "Donne in liquidazione" sulle operaie Motta e Alemagna, "Il problema dei figli nella separazione" (Bollati-Boringhieri), "Quando l'orrore è donna: torturatrici e kamikaze" (Editori Riuniti). Coautrice di documentari, tra cui “Una violenza di genere” (Rai 3 e Rai Storia). Impegnata da sempre perché l’Italia sia anche un Paese per donne, è stata presidente della Commissione pari opportunità della Regione Piemonte e rappresentante della Cpo dell'Associazione Stampa Subalpina, nel Direttivo di GiUliA Giornaliste, tra le fondatrici dell’associazione “Se non ora quando?”. Tra le curatrici della mostra internazionale “In prima linea. Donne fotoreporter in luoghi di guerra” (Torino, Palazzo Madama). Nell’Esecutivo Ungp -Fnsi.